sabato 18 novembre 2017

“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro” (verde)

Ma l’Italia è ancora “Una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, come recita all’articolo 1 della nostra Costituzione? Secondo GreenItaly 2017, l’ottavo rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere presentato lo scorso 24 ottobre a Roma alla presenza del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, sì, almeno per quanto riguarda la forza lavoro espressa dalla green economy nazionale. Sono infatti 355mila le aziende italiane, ossia il 27,1% del totale dell’industria e dei servizi, quelle che dal 2011 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie rinnovabili per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. Una quota che in alcuni settori, come ad esempio il manifatturiero, sale al 33,8% dimostrando che l’orientamento green è un driver strategico del made in Italy. In particolare nel 2017, per il rapporto, “Si registra una vera e propria accelerazione della propensione delle imprese ad investire green: ben 209.000 aziende hanno investito, o lo faranno entro l’anno, su sostenibilità ed efficienza, con una quota sul totale del 15,9%, dato che ha superato di 1,6 punti percentuali i livelli del 2011”.

Di fatto più di un’impresa su quattro dall’inizio della crisi ha scommesso sulla green economy. Numeri che spiegano perché a questo settore si devono 2 milioni 972.000 green jobs, ossia occupati che applicano le proprie specifiche “competenze verdi”, una cifra che corrisponde al 13,1% dell’occupazione complessiva nazionale, conteggiata nel rapporto partendo da un’analisi dei microdati Istat sulle forze di lavoro e che è destinata a salire ancora entro dicembre di quest’anno. “Le assunzioni di green jobs programmate dalle imprese per il 2017 sono 318.010”, ai quali il rapporto aggiunge le assunzioni per le quali sono richieste competenze green, “che sono altre 863.000”. Si tratta, per il rapporto, di figure professionali che si caratterizzano per una maggiore stabilità contrattuale visto che “le assunzioni a tempo indeterminato sono oltre il 46% nel caso dei green jobs, quando in altre mansioni e settori tale quota scende a poco più del 30%”. Paradossalmente però questi nuovi impieghi rappresentano posti di lavoro che per le imprese non è sempre facile coprire, visto che è richiesta un’esperienza e un livello di qualificazione elevato.

In attesa che il mondo dell’istruzione del Belpaese fornisca competenze e personale sempre più preparati, una cosa appare evidente analizzando i dati: ambiente ed economia, non solo in Italia probabilemnte, si mostrano fortemente legati. “Emerge con sempre maggiore forza la necessità di un’economia più sostenibile e a misura d’uomo e per questo più forte e competitiva” ha commentato il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci. “Per andare in questa direzione adesso occorre un’economia che incroci innovazione e qualità con valori e coesione sociale; ricerca e tecnologia con design e bellezza, industria 4.0 e antichi saperi. La green economy è la frontiera più avanzata per cogliere queste opportunità”. Per il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello,Questo rapporto che sviluppiamo insieme a Symbola conferma che la green economy italiana è da anni sinonimo di competitività. Perché è capace di coniugare tradizione e innovazione, qualità e bellezza, coesione e cura dei dettagli, rispetto dell’ambiente e crescita sostenibile. E questo connubio si traduce per le imprese che abbracciano la scelta verde in migliori performance in termini di ordinativi, presenza all’estero e propensione ad assumere”. Anche per questo ha detto Lo Bello “conviene seguire la strada green per accelerare una crescita sostenibile, moderna e innovativa, del sistema Paese”.

La strada per la ripresa economica è quindi segnata e tutta in discesa? Non proprio. Se è vero, infatti, che per incentivare questo andamento green nel 2016 l’Italia ha approvato l’articolo 34 del Codice dei contratti pubblici di lavori, forniture e servizi, diventando il primo Paese europeo a rendere obbligatoria l’adozione dei Criteri ambientali come elemento chiave per l’assegnazione degli appalti verdi nelle nostre pubbliche amministrazioni, questa scelta virtuosa è curiosamente bilanciata dal fatto che gli acquisti verdi sempre delle pubbliche amministrazioni non solo non sono mai realmente decollati, ma risultano in calo nel 2017. Similmente mentre migliora l’efficienza energetica del Paese, in Italia sono tornate a crescere le emissioni di gas serra, e “cresce tre volte più velocemente del Pil anche la produzione di rifiuti speciali”, un dato che per l’Ispra è addirittura incerto e probabilmente sottostimato.

Secondo GreenItaly 2017, quindi, la situazione dell’Italia, per quanto positiva, non può fermarsi all'ottimismo ecologista e deve poter contare su una regia capace di valorizzare lo sviluppo sostenibile. Molto dipenderà dalla scelte della politica e delle istituzioni, che dovranno “avanzare misure coerenti con gli impegni della COP21 di Parigi, proseguire con il cammino imboccato dall’Europa sull’economia circolare, proporre una Strategia Energetica Nazionale che investa tutti i settori e che sia al tempo stesso coerente ed ambiziosa". Del resto "è oggi assolutamente praticabile proporre, in campo elettrico, l’abbandono del carbone prima del 2030 e la totale produzione energetica da rinnovabili per il 2050". Dalle scelte di molte imprese green potrebbe arrivare per l’Italia un futuro più desiderabile, più equo, più sostenibile e insieme meno fragile di fronte a questa crisi strutturale. Un tema interessantissimo, anche per la già calda campagna elettorale in vista delle politiche del 2018, se solo qualcuno saprà coglierlo.

Alessandro Graziadei

sabato 11 novembre 2017

Grecia: il debito, la povertà, il Pil e la destra

C’è stato un tempo nel quale i referendum consultivi popolari sembravano interessarci gran poco, sia politicamente, che mediaticamente. Era l’estate del 2015 e il 61% degli elettori greci diceva, invano, no all’austerità e al programma lacrime e sangue proposto dai creditori europei per sbloccare l’ennesimo prestito utile ad evitare il default del Paese. Il “No”, come sappiamo, dopo essere stato definito dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem “deplorevole per il futuro della Grecia” e “insignificante dal punto di vista politico”, costò il posto all’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis e non modificò le condizioni economiche richieste alla Grecia a garanzia del prestito. Anche per questo mi sorprendono le grandi aspettative che oggi accompagnano l’attuale stagione referendaria internazionale, indipendentemente dal fatto che alcune di queste consultazioni vengano considerate anticostituzionali, solo consultive, per lo più inutili, quando non addirittura dannose.  Personalmente, come allora, penso che quando si mobilitano per votare milioni di persone, occorre almeno porsi delle domande attorno al responso delle urne e se è vero che esistono precise regole democratiche che non possono essere scavalcate è altrettanto vero che serve del buon senso e come ha ricordato Lucio Caracciolo per il caso catalano “Il referendum pro indipendenza, battezzato farsa, ma trattato da insurrezione, non può essere né ignorato né demonizzato, se si vuole davvero salvare pace e democrazia”.

In Grecia, per il momento, sono state salvata pace e democrazia anche grazie al pacchetto di aiuti da 86 miliardi che ha scongiurato il default, ma che ha costretto il Governo di Alexīs Tsipras ad approvare diverse misure contrarie al programma politico annunciato da Syriza. L’aumento delle imposte dirette ed indirette, le nuove leggi sul lavoro, la riduzione della spesa pubblica, la revisione del sistema pensionistico, una riduzione dei salari pubblici tra il 10 e il 40% e la privatizzazione di alcuni settori sono state tutte scelte dettate dagli obblighi imposti dai creditori. Anche grazie a queste misure a luglio la Grecia è tornata dopo tre anni sul mercato finanziario, iniziando a vendere 3 miliardi di euro dei suoi nuovi bond a scadenza quinquennale e a settembre i ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno dichiarato l’uscita della Grecia dalla procedura per deficit eccessivo, a cui il paese era stato sottoposto nel 2009, quando il rapporto deficit-PIL era arrivato oltre il 15%. Il fatto che, sia nel 2017 che nel 2018 si preveda un rapporto deficit-PIL sotto la soglia del 3%, come previsto dal Patto di stabilità e crescita degli stati dell’Unione monetaria, ha fatto dichiarare al commissario per gli Affari economici dell’Unione Pierre Moscovici, che la Grecia sta per “voltare la pagina dell’austerità e aprire quella della ripresa”.

Un risultato importante visto che con un livello di crescita stimato del 2% e capace di generare un avanzo primario (cioè la differenza tra entrate e uscite dello Stato esclusi gli interessi da pagare sul debito) pari al 2,2% del Pil, si supererebbe per la prima volta l’obiettivo imposto da Banca centrale europea, Unione europea e Fondo Monetario Internazionale fissato all’1,75%. Forse anche per questo Tsipras ha da poco annunciato di voler ridistribuire il surplus di bilancio tra i greci che maggiormente hanno sofferto durante la crisi economica del 2009 attraverso un “dividendo sociale” prodotto da questa crescita del PIL, che potrebbe arrivare nelle tasche delle persone più in difficoltà già a Natale. La stima della cifra che sarà investita in questa nuova misura sociale e di un miliardo di euro ed è stata comunicata a fine ottobre dal portavoce del governo Dimitris Tzanakopoulos senza chiarire chi potrà beneficiare di questo bonus, una decisione che l’esecutivo di Tsipras prenderà al momento di chiudere il bilancio dell’anno, ma che non manca certo di candidati.

Di fatto, nonostante la timida ripresa e l’annuncio di questo “dividendo sociale” la Grecia si trova ancora alle prese con una situazione economica e sociale molto fragile. Come ha evidenziato un approfondimento dedicato alla Grecia del Il Post “Dal 2010 ad oggi la Grecia ha perso un terzo del suo PIL e mezzo milione di persone sono emigrate all’estero. Nello stesso periodo, il 20% più povero della popolazione ha perso il 42% del suo potere d’acquisto. Lo stato ha un debito di 320 miliardi di euro, pari al 180% del PIL, il secondo rapporto più alto del mondo e il tasso di disoccupazione, sebbene sia diminuito e sia attualmente al 21% [percentuale che sale al 42,8% per quella giovanile], è tra i più alti d’Europa. Gli stipendi medi sono diminuiti e la riduzione dei redditi dei lavoratori e delle lavoratrici ha portato all’impoverimento delle famiglie”. Sono infine “aumentati i problemi abitativi e i bisogni legati allo stato di salute, che riguardano quasi una persona su quattro”. Drammatica in questo fragile contesto economico e di welfare è anche la condizione dei migranti. Gli hotspot di Samos, Lesbos e Chios sono a più del doppio della capienza regolare e in vista dei mesi freddi si temono ulteriori tragedie dopo i tre morti dello scorso inverno. A Mytilini decine di profughi sono in piazza da settimane in sciopero della fame, mentre le ong hanno lanciato l'appello Open the islands per fare arrivare le persone almeno sulla terraferma.

Intanto, anche se alcuni settori dell’economia greca che sono rimasti stabili, non è impossibile pensare che al Governo greco venga chiesto nel 2018 di intraprendere nuove e impopolari misure per completare la terza revisione del programma di salvataggio economico distruggendo definitivamente la credibilità di Syriza che oggi sembra ai minimi storici. Secondo un recente sondaggio tra gli elettori di Syriza alle scorse elezioni, nel gennaio del 2015, ben l’89,5% ha detto di essere "deluso dal Governo e dalle sue politiche di austerità". Attualmente il partito di Tsipras è al 15,5%, mentre chi adesso raccoglie i frutti di una facile opposizione alle politiche dettate dall’Europa e il partito di centrodestra Nea Demokratia che risulta primo con addirittura il 33% dei consensi e Alba Dorata, partito di estrema destra di orientamento nazionalista, che è diventato in pochi anni la terza forza della Grecia con il 7,5 % dei consensi. Un successo scontato quello della destra greca a meno che la richiesta di Tsipras di una ristrutturazione del debito, oggi ritenuta ragionevole anche dal Fondo Monetario Internazionale, non venga presa in seria considerazione dall’Europa.

Alessandro Graziadei

sabato 4 novembre 2017

I diritti umani in Pakistan…

Lo scorso mese è morto all’età di 73 anni Choudry Naeem Shakir, avvocato della Corte Suprema del Pakistan. Per cinquant’anni Shakir ha fornito sostegno legale a minoranze, lavoratori e indigenti di tutto il Paese difendendone i diritti davanti al potere e ai metodi brutali della polizia. Per un anno è stato il consulente anche di Asia Bibi, la donna cristiana detenuta in carcere dal 2009, vincitrice dell’edizione 2017 del “Premio Sakharov per la libertà di pensiero” assegnato dall’Unione europea, e condannata alla pena di morte per impiccagione con l’accusa di blasfemia per aver offeso il profeta Maometto. Sicuramente Shakir non si sarebbe stupito leggendo che, oltre ad Amnesty International, anche Il Consiglio dell’Unione europea con il rapporto pubblicato il 16 ottobre su “Diritti umani e democrazia nel mondo nel 2016”, ritiene che in Pakistan permangano un debole sistema giudiziario, la mancanza d’istruzione, la violenza sulle donne, la discriminazione delle minoranze e la minaccia del terrorismo

Per il Consiglio quindi, sebbene nel 2016 il Governo di Islamabad abbia adottato alcune misure istituzionali e legali per migliorare la sua democrazia interna, ancora “una serie di preoccupazioni ad ampio raggio che riguardano i diritti umani persistono nel Paese e sono esacerbate da un debole sistema giudiziario, dall’estremismo religioso e dai militanti islamici”. Per questo nel suo rapporto annuale l’Unione parla apertamente di sfide per la sicurezza che continuano a rallentare l’accesso alla giustizia, all'istruzione e dello stato di diritto del Pakistan: “Lo stato di diritto rimane incerto in gran parte del territorio - si legge nel documento - e l’accesso alla giustizia limitato”, alimentando grandi e piccole ingiustizie tra i cittadini e accentuando le difficoltà di donne e bambini per il persistere di fenomeni come gli abusi sessuali, le discriminazioni, i matrimoni forzati e lo sfruttamento minorile.

Come se non bastasse “Nel 2016 il Pakistan ha continuato ad eseguire condanne a morte su un elevato numero di carcerati, in misura di poco inferiore rispetto all’anno precedente”. Gli esempi purtroppo non mancano. Lo stesso giorno dell’uscita del rapporto dell’Unione europea un tribunale del Punjab pakistano ha condannato a morte tre uomini ahmadi con l’accusa di aver violato la legge sulla blasfemia. I giudici hanno stabilito che Mubasher Ahmad, Ghulam Ahmed e Ehsan Ahmed sarebbero colpevoli di insulto al profeta dell’islam per aver fatto a pezzi un poster religioso islamico. Il portavoce della comunità ahmadi ha dichiarato che “Le accuse contro gli imputati e il verdetto della corte sono ingiusti. I condannati tentavano di demolire uno striscione che riportava slogan contro gli ahmadi e incitava al boicottaggio sociale della comunità, già oggetto di pesanti persecuzioni”.

Le minoranze religiose del Pakistan, che per il rapporto dell’Unione “vivono nella paura di persecuzioni e violenze” sono costantemente a rischio e le minacce arrivano a quanto pare anche dalle istituzioni. Gli ahmadi per esempio, da quando nel 1974 la repubblica islamica li ha dichiarati non islamici e quindi “eretici”, sono oggetto di violenze quasi costanti. Già nel 1984 il generale Zia ul Haq aveva introdotto alcune leggi che criminalizzano gli ahmadi che si identificano o si presentano come musulmani e in base a queste leggi, in migliaia, sono stati fermati in tutto il Paese e incarcerati per “crimini” come l’aver pronunciato il saluto islamico “Assalamo Aliku”, l’aver incitato alla preghiera islamica o alla lettura del Corano. Non è un caso, quindi, che il 10 ottobre, Muhammad Safdar, membro del partito di governo, capitano in pensione e genero dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, abbia denunciato gli appartenenti alla comunità ahmadi dipingendoli come “una minaccia per l’intero Paese” e lanciato un appello alle istituzioni pubbliche a “non assumerli nelle forze armate e nell’amministrazione statale”.

Nonostante Sharif abbia ricordato che “tutte le minoranze che vivono in Pakistan sono titolari dei diritti fondamentali, compresa la protezione delle loro proprietà, così come garantito dalla Costituzione e dagli insegnamenti islamici”, prendendo immediatamente le distanze dal genero, la criminalizzazione religiosa, in particolare attraverso il reato di blasfemia, è un tema che divide la società e che ha spesso provocato la reazione violenta di una parte della comunità islamica. In settembre Nadeem James, cristiano del Punjab, è stato condannato a morte “con l’accusa di aver insultato il profeta Maometto su Whatsapp” e in aprile Mashal Khan, studente dell’università di Mardan, era stato linciato dai colleghi del campus dopo che si era sparsa la voce di suoi commenti “che promuovevano la fede ahmadi su Facebook”. In seguito, un’indagine voluta dalla Corte suprema, ha stabilito che il giovane di 23 anni non ha mai pronunciato offese contro il profeta. Prima di lui però, tra il 1984 e il 2015, almeno altre 256 persone sono state uccise, a 65 defunti è stata negata la sepoltura nei cimiteri islamici e 27 luoghi di culto ahmadi sono stati demoliti.

Ora secondo gli analisti europei, molti miglioramenti sono ancora possibili all’interno del quadro istituzionale pakistano e hanno già avuto luogo soprattutto grazie al trasferimento di alcuni poteri e competenze giuridiche a province e amministrazioni locali. Allo stesso tempo però occorre facilitare l'accesso alle libertà democratiche anche con “l'autonomia per le Ong, che devono diventare pienamente operative” e possono essere molto importanti per lo sviluppo umano del Pakistan. Similmente anche “Il ruolo svolto dalle organizzazioni della società civile nello sviluppo e nell’assistenza umanitaria della società pakistana deve essere potenziato” e contribuire così a far valere i diritti umani in tutta la società pakistana, per buona parte della quale "violence is not our culture".

Alessandro Graziadei

domenica 29 ottobre 2017

Qual è il "bilancio arboreo" delle città italiane?

Nonostante siano stati fatti passi in avanti con la costituzione nel 2013 del Comitato Nazionale per il Verde Pubblico, in Italia siamo ancora lontani da una progettazione consapevole e ragionata del verde pubblico comunale, come accade invece a Londra con il Green Grid, a New York con il Green Infrastructure Plan o a Parigi con il Plan de Vegetalisation de la Ville, dove da anni le municipalità sono impegnate nella creazione di un intervento di sistema che raccordi le aree verdi esistenti e implementi i giardini pubblici cittadini. Stando a quanto è emerso lo scorso 15 ottobre a conclusione della prima edizione di Urban Nature, la grande festa della natura nelle città italiane organizzata dal WWF, c'è molto entusiasmo e partecipazione da parte della popolazione, ma esistono limiti evidenti nel “bilancio arboreo” del verde pubblico, che impongono scelte politiche radicali per permettere anche alle città italiane di rispondere sempre meglio al bisogno di natura dei propri cittadini.

Senza fondi, a corto di personale e spesso costretti a bloccare gli appalti per via di scandali e corruzione, i Comuni italiani faticano a garantire anche la semplice manutenzione di parchi e giardini, figuriamoci la progettazione. Eppure la legge nazionale impone censimenti, piani e regolamenti, compreso quello che prevede di piantare un nuovo albero per ogni neonato. Una "latitanza istituzionale" che ha favorito la mobilitazione di associazioni e comitati locali. Per il WWF i cittadini chiedono di poter essere sempre più coinvolti nella gestione del verde, “non solo moltiplicando le esperienze degli orti sociali urbani, diffusi in 94 di 116 comuni capoluoghi di provincia, ma promuovendo ex novo in Italia, prima a Milano (dal 2012) e poi a Roma (dal 2015), l’esperienza dei giardini e degli orti condivisi attraverso un Regolamento ad hoc che permetta la concessione in uso ad Associazioni di cittadini di spazi verdi”. Attualmente sono 200 solo nell’area di Roma metropolitana le realtà auto-censite attraverso l’operazione di mappatura dal basso promossa da Zappata Romana, mentre 68 esperienze simili sono state contabilizzate a Milano in una decina i giardini condivisi e riconosciuti dal Comune. 

Non solo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) confermano che l’Italia è tra i Paesi maglia nera in Europa per l'inquinamento, ma comincia ad essere evidente come la mancanza del contatto con la natura abbia effetti negativi sulla salute. Il contatto con il verde urbano e con la biodiversità cittadina è spesso l’unica occasione per vivere la natura nel quotidiano. Parchi e giardini hanno un ruolo fondamentale nel contrastare il “deficit di natura” che, purtroppo, influenza in modo sempre più determinante la vita di ragazzi e bambini che vivono nelle nostre città - ha dichiarato la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi -. Per questo il WWF con Urban Nature non solo ha voluto rendere protagonista la natura cittadina, ma rivolge un appello a tutte le istituzioni per un grande piano nazionale per il verde urbano: un piano per migliorare, da subito, la qualità della vita e la salute di chi vive nelle città italiane”.

Alla luce di tutte le ricerche che documentano l’importanza del verde nei sistemi urbani per la salute, in particolare attraverso il sequestro del carbonio e la cattura di particolato come PM 10 e PM 2,5 nonché del protossido di azoto e di anidride solforosa, il WWF ritiene che questo capitale naturale debba essere arricchito e correttamente gestito in tutte le aree urbane del Belpaese. Per questo la ong chiede “una pianificazione che individui e valorizzi la rete ecologica e i servizi ecosistemici forniti dalle aree urbane e le aree libere, utili e funzionali all’adattamento ai cambiamenti climatici; di predisporre i censimenti del verde, che sono uno strumento fondamentale per una corretta pianificazione, programmazione e progettazione delle nuove aree verdi o per la riqualificazione di quelle esistenti; di rendicontare e valorizzare gli interventi predisposti o attuati per la messa a dimora di alberi per ognuno dei bambini nati o adottati nel territorio comunale in attuazione della legge n. 10/2013; di favorire, anche con un maggior coinvolgimento degli uffici comunali competenti, l’esperienza civica dei giardini condivisi e degli orti sociali”.

Richieste più che condivisibili, ma che non sembrano rientrare tra le priorità dei Comuni, talvolta per scelta, il più delle volte per assenza di fondi e personale! Infatti, nonostante il recente rapporto Istat sui “Dati ambientali nelle città” segnali che in molti Comuni italiani sono stati fatti passi avanti nella messa a dimora di un albero per ogni nuovo nato e nella manutenzione di aree verdi, sempre più spesso affidate ad associazioni di cittadini, i dati statistici rischiano di non cogliere l’aspetto decisivo della qualità di prati, alberi, e attrezzature del verde urbano non dicendoci in che condizioni si trovano le infrastrutture di questo prezioso bene pubblico. Problemi di gestione che appaiono insormontabili, nonostante l'impegno di molti privati cittadini che molti Comuni ignorano, preferiscono fare da soli o non fare niente, mentre parchi e giardini vanno in malora.

Alessandro Graziadei

sabato 28 ottobre 2017

Violenza di confine

“Sono stato picchiato a lungo. Mi hanno spogliato nudo, faceva molto freddo”; “Ci colpivano come se stessero giocando a calcio con i nostri corpi”; “Ci hanno colpito ovunque. Tre o quattro sono finiti in ospedale. Uno di loro ha 14 anni”; “So che alcuni sono stati costretti dalla polizia a togliersi i vestiti per poi essere picchiati ancora”; Ci hanno picchiati “come animali” e “siamo stati spinti di faccia in un canale d’acqua”. Non sono bastate queste testimonianze dirette, gli innumerevoli report, le conferenze stampa, le interviste e le certificazioni mediche raccolte e diffuse da numerosi organizzazioni, quali UNHCR, Medici Senza Frontiere, e Human Rights Watch. Le violenze perpetrate dalla polizia ai confini della Serbia con l’Ungheria, la Bulgaria e la Croazia, nei confronti dei migranti e dei richiedenti asilo che cercano di attraversare il confine della “fortezza Europa”, purtroppo, non sono ancora cessate.

L’ultima denuncia in ordine di tempo è quella di Medici Senza Frontiere (Msf), che in un nuovo rapporto dal titolo “Giochi di violenza”, presentato lo scorso 4 ottobre, è tornata a denunciare le violenze dalle autorità e dalla polizia di frontiera dell’Unione europea. Il rapporto, che combina dati medici e di salute mentale con le testimonianze di giovani pazienti, riporta un quadro allarmante visto che “Oggi, per i bambini e i ragazzi che provano a lasciare la Serbia, la violenza è una costante e nella maggior parte dei casi arriva per mano dalla polizia di frontiera”, ha dichiarato Andrea Contenta, il responsabile degli affari umanitari di Msf in Serbia. “Da più di un anno i nostri medici e infermieri continuano ad ascoltare la stessa identica storia di giovani picchiati, umiliati e attaccati con i cani nel tentativo disperato di proseguire il loro viaggio verso l'Europa”.

La gran parte dei racconti, ascoltati dalle équipe di Msf negli ultimi due anni, testimonia, infatti, lo stesso schema di percosse, morsi di cani e uso di spray urticanti, in un quadro di violenza sistematica contro i migranti. “Ho visto con i miei occhi la polizia in assetto antisommossa picchiare le persone. Molti erano giovani, adolescenti, e i loro volti erano coperti di sangue. Prima hanno lanciato i lacrimogeni e poi sono entrati nella nostra stanza, hanno picchiato tutti con i bastoni e molti di noi sono stati feriti”, ha raccontato nel report di a Msf un 30’enne dell’Afghanistan. “Sono stato catturato dalla polizia croata quando ero quasi al confine con la Slovenia e per questo sono stato picchiato. Mi hanno spogliato nudo, faceva molto freddo. Mi hanno messo nella parte posteriore della macchina e mi hanno riportato fino in Serbia. I vestiti che indosso ora mi sono stati dati in Serbia”, ha aggiunto un ragazzo di 15 anni proveniente anche lui dall’Afghanistan.

 “È vergognoso che alcuni Stati membri dell’Ue stiano intenzionalmente usando la violenza per impedire a bambini e ragazzi di cercare asilo in Europa. In questo modo, l’unico effetto è quello di causare seri danni sia fisici sia psicologici, rendendo questi ragazzi ancora più vulnerabili e spingendoli nelle mani dei trafficanti che l’Ue e gli Stati membri dichiarano di voler combattere”, ha concluso Contenta. A quanto pare nei primi 6 mesi del 2017, il 92% dei bambini e dei ragazzi che si sono recati nelle cliniche per la salute mentale di Msf hanno raccontato di aver subìto violenza fisica, indicano come responsabili le autorità e la polizia di frontiera dell’Ue, precisamente di Bulgaria, Ungheria e Croazia. Circa la metà di questi bambini (48%) ha identificato nelle autorità bulgare i responsabili delle violenze. Inoltre, da gennaio a giugno 2017, le équipe mediche di Msf che lavorano nelle cliniche mobili a Belgrado hanno documentato 62 incidenti di violenza intenzionale della polizia al confine con l’Ungheria e 24 al confine croato. Secondo i dati forniti dall’UNHCR, invece, da maggio scorso sono quasi 300 le persone che hanno visto negato il loro diritto di richiedere asilo in Croazia, una volta attraversato il confine serbo-croato. Per molte di loro le pratiche violente della polizia sono state all'ordine del giorno e solo nel maggio scorso l’UNHCR ha registrato e documentato ben 137 espulsioni collettive apparentemente ingiustificate.

Testimonianze simili sono state raccolte durante gli scorsi mesi anche dalle associazioni croate Welcome e  Are You Syrious? tramite attivisti sul campo, messaggi, fotografie e materiale video forniti direttamente dalle stesse vittime delle violenze. Le due organizzazioni, che hanno già presentato una denuncia penale al Ministero degli Interni, avevano denunciano anche in maggio, attraverso un dettagliato report, l’ondata di violenze dalla polizia croata al confine orientale del Paese. Oltre a numerose testimonianze di "push backs" di migranti che cercavano di entrare inCroazia dalla Serbia, le due associazioni hanno anche ricevuto la segnalazione di violenze avvenute contro un gruppo di minori non accompagnati che hanno tentato di lasciare la Croazia. “Cinque ragazzi che si trovavano in una delle case per bambini e giovani non accompagnati, e che cercavano di fuggire dalla Croazia, sono stati catturati dalla polizia in due occasioni, e durante entrambe sono stati schiaffeggiati e picchiati”.

Per le due ong croate è sempre più urgente: “permettere il monitoraggio dei confini orientali d'Europa da parte di attivisti ed organizzazioni che fino ad ora ci è stato esplicitamente vietato e sanzionato; occorre permettere l’accesso in Europa di tutti i richiedenti asilo che sono stati illegalmente ed illegittimamente espulsi dal territorio, senza veder analizzata la loro richiesta d’asilo e infine serve favorire un’indagine approfondita sui push back illegali con successive sanzioni per i responsabili delle violenze perpetrate”. Anche se, come era facile intuire, le richieste e le denunce delle ong per il momento non sono state soddisfatte, attivisti e volontari hanno dichiarato di voler proseguire con i propri interventi di monitoraggio al confine, così come non smetteranno di chiedere chiarezza al Ministero degli Interni croato e agli uffici di polizia competente di tutte gli stati coinvolti. 

Alessandro Graziadei

domenica 22 ottobre 2017

È la fine del carbone?

La Cina ha un suolo particolarmente ricco di carbone la cui estrazione, che copre il 40% della produzione mondiale, è concentrata nelle miniere delle regioni dello Shanxi. Se è vero che attraverso il carbone la Cina soddisfa oggi il 64% della domanda di energia dei suoi oltre 1,385 miliardi di cittadini, Pechino è ormai consapevole dei danni provocati dall’estrazione e dalla combustione di questo materiale fossile e la scorsa estate ha avviato un piano quinquennale per portare al di sotto del 58% la percentuale di carbone nel consumo di energia primaria e per alzare sopra il 15% quella di energie rinnovabili. È previsto, infatti, il taglio della capacità produttiva dell'ndustria carbonifera per circa 800 milioni di tonnellate in cinque anni attraverso la chiusura definitiva delle miniere in via di esaurimento e un contemporaneo aumento dell’utilizzo dell’energia eolica da 129 GW a più di 210 GW, di quella solare da 43 GW a più di 110 GW e di quella idrica da 320 GW a 380 GW.

Anche se a ben vedere il piano, diffuso dall’agenzia ufficiale Xinhua, punta più ad una razionalizzazione dell’industria del carbone, piuttosto che ad una più sostenibile svolta ecologica nei confronti di questo combustibile fossile, la scelta appare oggi economicamente più sostenibile che in passato vista l’attuale contrazione dei consumi energetici cinesi e va di pari passo con il rallentamento del Pil del gigante asiatico. Che si tratti di calcolo economico o di svolta green, i buoni risultati dal punto di vista ecologico non tarderanno ad arrivare ed è pensabile che nel 2020 la Cina brucerà “solo” 4,1 miliardi di tonnellate di carbone l'anno, con un incremento modesto rispetto ai 3,96 miliardi di tonnellate dello scorso anno, quando la città di Taiyuan, principale centro per la produzione del carbone è stata dichiarata la più inquinata della Cina e tra le prime 10 città più inquinate al mondo. Per questo la capitale dello Shanxi il 1 ottobre ha messo al bando la vendita, il trasporto e l’uso del carbone per ridurre l’altissimo inquinamento e aumentare le speranze di vita dei suoi cittadini, che lo scorso anno hanno prodotto il 24,3% della produzione nazionale di carbone facendo toccare alla città dei livelli insostenibili di anidride solforosa (SO2) nell’aria.

Così, anche se il bando dell'uso di carbone sarà applicato a individui e compagnie rigorosamente non statali e che producono acciaio e energia, la limitazione prevede l’estrazione di 2 milioni di tonnellate in meno di carbone all'anno, che ridurranno del 45% il PM2,5 e la SO2 nell’aria abbattendo del 40% le giornate all’anno classificate ad alto impatto inquinante. Per ottenere questo risultato la città, che conta circa 4,2 milioni di abitanti, si è impegnata a rinnovare gli impianti di riscaldamento per 134.000 famiglie nelle zone urbane e rurali, cambiando stufe e cucine a carbone con strumenti elettrici o a gas naturale. Una trasformazione che sia a livello locale che nazionale per Xu Shaoshi, presidente della Commissione nazionale per le riforme e lo sviluppo economico sarà supportata dall’investimento di 100 miliardi di yuan a sostegno delle autorità locali e le industrie che subiranno gravi perdite finanziare. Il governo, ha sottolineato Xu, porterà avanti queste riforme nel settore energetico "senza intaccare le previsioni di crescita nazionale del Pil che rimarranno pari al 6,5% fino al 2020".

Quello che sta accadendo in Cina a Taiyuan ricorda, anche se con proporzioni minori, la decisione annunciata dal Comune di Assisi che è diventato il primo ente locale in Italia ad esprimere l’intenzione di disinvestire dalle fonti fossili e reinvestire in energie rinnovabili all’interno del proprio territorio, nel quadro di un più ampio impegno di riduzione delle emissioni di gas serra  attraverso la sottoscrizione del Patto dei Sindaci per il clima e l’energia.La Città di Assisi aderisce al programma di disinvestimento delle fonti fossili promosso in Italia dalla Campagna #DivestItaly, e lo fa attraverso un atto ancora più ampio che è l’adesione al Patto dei Sindaciha dichiarato la sindaca Stefania Proietti. “Si tratta di un programma a livello europeo a cui aderiscono oltre 7.000 città d’Europa, che prevede la riduzione delle emissioni di CO2 del 40% entro il 2030. In pratica la Città di Assisi si impegna a ridurre del 40% tutte le emissioni di CO2 determinate dai sistemi edificio-impianto-trasporto pubblici, ma anche privati. È quindi implicito in questa riduzione significativa delle emissioni di CO2 su tutto il territorio comunale il disinvestimento in fonti fossili e l’investimento invece in energie alternative, attraverso nuove strategie di sviluppo sostenibile integrate con le fonti rinnovabili”.

Per Riccardo Rossella, coordinatore della campagna #DivestItaly per Italian Climate Network  quello dell’amministrazione di Assisi rappresenta il primo caso in Italia di impegno da parte di un comune e si configura quindi come un importante riferimento per quanti, tra enti locali e altri tipi di investitori, intendano contribuire a vincere la sfida della transizione energetica attraverso un’azione concreta che punta a risolvere il problema delle emissioni di gas serra alla sua radice”. Anche se in Italia non abbiamo l’impatto ambientale che ha il carbone in Cina, continuare ad investire in combustibili fossili appare anche nel contesto del Belpaese sempre più un’idea anacronistica, per questo “ci auguriamo che l’esempio tracciato dal Comune di Assisi venga seguito da un numero crescente di realtà nel nostro Paeseha detto Rossella. La decisione della Città di Assisi giunge quasi contemporaneamente all’annuncio congiunto di disinvestimento anche da parte 40 organizzazioni cattoliche provenienti da 11 paesi in tutti i continenti, fatto il 4 ottobre dal Global Catholic Climate Movement. Le diverse istituzioni, hanno espresso il proprio impegno a disinvestire dall’industria delle fonti fossili "tanto sulla base del riconoscimento degli impatti che l’utilizzo di tali fonti hanno sul Creato, quanto in un’ottica di lungimiranza economica volta ad abbandonare o escludere investimenti che stanno diventando sempre più rischiosi". 

Alessandro Graziadei

sabato 21 ottobre 2017

Profitto vs pinguini…

La Georgia del Sud e le isole Sandwich si trovano nell’Oceano Atlantico meridionale a circa 4.000 chilometri a nord dell’Antartide e a 2.700 chilometri ad est del Sud America. Sono un territorio britannico decisamente inospitale per gli esseri umani, ma non per più di un milione di coppie nidificanti di Pygoscelis antarcticus, circa la metà della popolazione mondiale di questa particolare specie di pinguino antartico, per oltre 100.000 coppie di pinguini di Adelia (Pygoscelis adeliae), per diverse migliaia di pinguini Papua (Pygoscelis papua), oltre che per decine di altri uccelli marini in via di estinzione. Nel 2012 il Governo locale aveva istituito un’area marina protetta per l’utilizzo sostenibile delle sue risorse marine e per tutelare la biodiversità di questa fauna selvatica di importanza mondiale in un momento particolarmente delicato per molti pinguini, che come è recentemente accaduto in una colonia di oltre 18.000 coppie di pinguini di Adelia nella Terra di Adelia in Antartide, stanno subendo un catastrofico crollo riproduttivo per via del cambiamento climatico. Nel 2013 la coalizione Great British Oceans, che riunisce Blue Marine Foundation, Greenpeace, Marine Conservation Society, Marine Reserve Coalition, Pew, Rspb e Zoological Society of London, aveva accolto favorevolmente la decisione di tutelare l'ambiente intorno a queste isole vulcaniche, ma a distanza di 5 anni ha fatto notare come “Alcune restrizioni, comprese diverse opzioni restrittive decise dal locale Governo, non sono mai state portate avanti. Ciò significa che oggi, anche se l’area protetta comprende 1,07 milioni di chilometri quadrati, solo il 2% di queste acque è legalmente protetto”.

Visto che ogni 5 anni il Governo procede a una revisione dell’area marina protetta la Great British Oceans ha sottolineato che “Questo processo previsto nel 2018 rappresenta un’importante opportunità per  rafforzare la protezione di uno dei nostri più grandi beni ecologici, attualmente sotto pressione crescente da parte del cambiamento climatico, delle specie invasive e degli interessi commerciali delle multinazionali estrattive”. Si tratta di un’area marina che grazie alla posizione e alle correnti (e se escludiamo l’ormai onnipresente plastica) è quasi incontaminata. Per gli ambientalisti un limitato sforzo, utile a ridurre la pesca commerciale, che attualmente genera meno del 5% dei ricavi totali del Governo locale, è il primo ed indispensabile passo per non alterare questo prezioso ecosistema. Secondo la Great British Oceans “troppo spesso si è affermato che le navi da pesca commerciale rappresentano un deterrente per la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, ma questo è, naturalmente, un deterrente limitato nel tempo e alle aree  in cui operano queste navi. Oggi le avanzate capacità di monitoraggio satellitare forniscono un’opportunità strategica ed anche occupazionale per far rispettare i confini dell'area protetta senza la necessità di uno sfruttamento commerciale” di questa riserva indispensabile per i precari stock ittici mondiali

Chiaramente la riclassificazione delle acque intorno alle isole Sandwich australi come Santuario marino integralmente protetto, non può limitarsi solo all’ampliamento delle restrizioni della pesca in genere. Per gli ambientalisti occorre avere una gestione maggiormente oculata della pesca del krill anche intorno alla Georgia del sud, contemplando se necessario: “l’estensione della chiusura temporanea della pesca al krill da ottobre ad aprile, preservando i periodi di riproduzione e di allevamento dei pinguini; l'aumento dei controlli sulle quantità di grill pescato, adattandoli ai limiti sanciti nella Convention on the conservation of antarctic marine living resources (Ccamlr); l'aggiornamento dello stato della popolazione di krill per capire gli impatti dell’esaurimento localizzato e valutare un approccio di pesca su piccola scala”. Infine, “Anche il divieto di estrazione di idrocarburi e di minerali, sancito dalla legge in tutta la zona marittima, non deve ammettere deroghe, così da evitare i rischi di operare in questo ambiente estremo, riconoscendo l’importanza e le particolarità naturali della regione”.  

Gli ambientalisti adesso sperano che durante la revisione dei perimetri e dei parametri che definiscono l’area protetta, il Governo locale decida per un’estensione della riserva e la protezione integrale nella Georgia del Sud indispensabile per coprire al meglio le aree di foraggiamento dei pinguini individuate delle analisi fatte da BirdLife International. Del resto “Date le crescenti pressioni sulle risorse marine nell’area più meridionale del Ccamlr, che in ultima analisi influenzano anche la Georgia del Sud e le isole Sandwich - ha concluso la Great British Oceans - la creazione di un’area integralmente protetta intorno a queste isole australi sarebbe, a nostro avviso, una dimostrazione di leadership e un esempio virtuoso unico nel panorama internazionale della gestione sostenibile delle risorse marine”. Per questa piccola realtà territoriale che è l’unico arco di vulcani attivi dell’Oceano Meridionale con ecosistemi rari come i camini idrotermali, sarebbe una svolta non solo ambientale, ma forse anche economica. Non sono in pochi, infatti, a pensare che dopo aver subito l’impatto devastante della fine dell’industria della caccia alle balene e alle foche da pelliccia nello scorso secolo, ed essere lentamente diventata zona di pesca industriale di Nototenide della Patagonia (Dissostichus eleginoides), di pesci ghiaccio (Channichthyidae) e di krill (Euphausiacea), il futuro di questo arcipelago possa essere la conservazione e un regolamentato e sostenibile turismo naturalistico.

Alessandro Graziadei

sabato 14 ottobre 2017

“Bambino, armato e disarmato in una foto senza felicità”

Non è possibile raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile senza intensificare gli sforzi a favore della scolarizzazione e quelli contro il lavoro minorile. A dirlo non sono le parole di Paola Turci che nella canzone “Bambini” del 1989 cantava “Bambino, armato e disarmato in una foto senza felicità, sfogliato e impaginato in questa vita sola che non ti guarirà”, ma i dati diffusi nelle scorse settimane da tre importanti agenzie delle Nazioni UniteIl primo allarme è arrivato dall’Unicef lo scorso 6 settembre, con l'annuncio "che oggi l’11,5% dei bambini in età scolare", parliamo di 123 milioni presone, "non frequenta la scuola". Nel 2007 erano il 12,8%, cioè 135 milioni di ragazzi e ragazze, il che significa che negli ultimi 10 anni la percentuale di bambini e giovani tra i 6 e i 15 anni che non vanno a scuola è diminuita di pochissimo e rimane concentra per il 40% nei paesi meno sviluppati e per il 20% nelle zone di conflitto.  

Se a livello globale il 75% dei bambini in età da scuola primaria e secondaria che non frequentano la scuola si trova in Africa sub sahariana e in Asia del Sud, dove i livelli di povertà sono altissimi e rapidi gli incrementi della popolazione, i fattori che ancora oggi invertono ogni possibile progresso nella diffusione della scolarizzazione sono senza dubbio le guerre. Per l’Unicef “I conflitti in Iraq e Siria hanno prodotto altri 3,4 milioni di bambini che non seguono la scuola, portando il numero di scolari e studenti fuori dalle scuole, in Medio Oriente e in Nord Africa, ai livelli del 2007, con circa 16 milioni di individui non scolarizzati”.  Oggi, non solo in questi paesi martoriati dalla guerra, gli investimenti mirati a far crescere il numero di scuole e insegnanti non sono sufficienti. “L’approccio tradizionale al fenomeno non riporterà quei bambini a scuola e non li aiuterà a sviluppare le loro potenzialità, soprattutto se continueranno ad essere intrappolati nella povertà, nelle privazioni e nell’insicurezza” ha detto dice Jo Bourne, responsabile Unicef per l’Istruzione.

Alla base di questa condizione, che condanna milioni di ragazzini alla marginalità economica e sociale, c’è evidentemente un cattivo uso delle già scarse risorse di cui dispone la comunità internazionale. La mancanza di fondi per l’istruzione, in molti casi non considerata un’emergenza, come la fame, la salute o la sicurezza, sta colpendo duramente l’accesso alle scuole. In media meno del 2,7% degli appelli umanitari a livello globale sono dedicati all’istruzione e nei primi 6 mesi del 2017, l’Unicef ha ricevuto soltanto il 12% dei fondi richiesti per garantire istruzione ai bambini che vivono in situazioni di crisi. Nonostante le difficoltà generali esistono anche esempi virtuosi come l’Etiopia e la Nigeria, che pur essendo tra i paesi più poveri del mondo, negli ultimi 10 anni hanno fatto i più grandi progressi nel tasso di iscrizione a scuola dei bambini in età da scuola primaria con un aumento, rispettivamente, di oltre il 15% e di circa il 19%.

Si tratta di una speranza, che deve però fare i conti con un altro dramma dell’infanzia e cioè quello sfruttamento minorile che oggi coinvolge oltre 152 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni che sono costretti a lavorare contro la loro volontà, principalmente nei settori dell’agricoltura (70,9%), dei servizi (17,1%) e dell’industria (11,9%). Circa un terzo dei bambini tra i 5 e i 14 anni impiegati in lavoro minorile sono oramai definitivamente fuori dal sistema educativo, il 38% dei bambini tra i 5 e i 14 anni è coinvolto in attività pericolose e quasi i due terzi di essi, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, lavorano più di 43 ore alla settimana. Un fenomeno che riguarda 72,1 milioni di minori in Africa, 62 milioni in Asia e Pacifico, 10,7 milioni nelle Americhe, 5,5 milioni tra Europa e Asia Centrale, e 1,2 milioni nei paesi arabi. Praticamente un bambino su dieci nel mondo. A denunciarlo sono stati due studi correlati sulle moderne forme di schiavitù e lavoro infantile presentati il 21 settembre all’Assemblea Generale dell’Onu a New York dall’Oil (Organizzazione Internazionale del lavoro delle Nazioni Unite) e dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le migrazioni) assieme alla Walk Free Foundation e all’Alleanza 8.7, il partenariato globale che si prefigge di realizzare il punto 8.7 degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile: cioè porre fine al lavoro forzato, alla schiavitù moderna, al traffico di esseri umani e per l'appunto al lavoro minorile.

“Il messaggio che stiamo diffondendo è molto chiaro - ha ricordato Guy Ryder, direttore generale dell’Oil - il mondo non sarà in grado di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 senza l’intensificazione degli sforzi per combattere questi drammi”. Perché se in passato per schiavitù si intendeva la proprietà “legale” di una persona nei confronti di un’altra, oggi la definizione moderna del termine si è drammaticamente estesa fino a comprendere pratiche come il traffico di esseri umani, la schiavitù per debiti, i matrimoni imposti e lo sfruttamento della prostituzione.  A pagare il costo più alto di queste nuove schiavitù sono soprattutto donne e ragazze che costituiscono “il 71% delle vittime del traffico di esseri umani, quasi 29 milioni di persone, il 99% delle vittime nel settore del commercio sessuale e l’84% di quelle sottoposte ai matrimoni forzati”.  Per Andrew Forrest, presidente e fondatore della Fondazione Walk Free, “Questi dati mostrano in maniera nitida il livello di discriminazione e disuguaglianze nel nostro mondo, come pure la tolleranza sconvolgente che permette che questo sfruttamento continui. Dobbiamo dire basta a queste ingiustizie” e non possiamo più rimandare il problema. 

Alessandro Graziadei

domenica 8 ottobre 2017

L’Italia contaminata

In Italia la definizione giuridica di “sito contaminato” comprende sia il piccolo incidente temporaneo, che il grande e duraturo inquinamento di origine industriale, per questo la fotografia della situazione ambientale del Belpaese risulta molto difficile da decifrare. La classificazione dei siti contaminati, attualmente, è divisa in due grandi ambiti: i Siti di interesse nazionale (Sin) la cui procedura di bonifica è attribuita al Ministero dell’Ambiente, e quelli di pertinenza regionale. Questa divisione porta con sé una grande differenza nello stato delle bonifiche nelle diverse regioni e una sostanziale incomunicabilità, sia tra le regioni, che tra le regioni e il Ministero. L’unica cosa certa è che oggi in Italia i siti inquinati che necessiterebbero di impellenti bonifiche sono oltre 20mila, 40 dei quali dichiarati “Siti d’interesse nazionale”. Peccato non si veda “l’interesse nazionale” per le bonifiche, visto che pochissimi sono stati riqualificati nonostante si tratti, nella maggior parte dei casi, di aree individuate e circoscritte per la prima volta nel 1988 e identificate dal Ministero come “aree fortemente inquinate bisognose di urgenti bonifiche”.

Secondo quanto emerso durante RemTech Expo, la fiera che dal 20 al 22 settembre a Ferrara si è occupata di bonifica, riqualificazione, recupero e tutela del territorio che ha visto confrontarsi sul tema anche il Consiglio nazionale dei chimici, quello dei Sin non è un problema da poco, visto che occupano ancora lo 0,81% del territorio nazionale, cioè qualcosa come 600 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri e altri 1.600 chilometri quadrati di aree dello Stivale. La Lombardia con cinque siti contaminati è la regione più esposta all’inquinamento dei Sin, seguita da Piemonte, Toscana, Puglia e Sicilia con quattro siti ciascuna. La maggioranza delle regioni italiane ha un solo un sito contaminato, che tuttavia basta e avanza per compromettere la salute umana in vaste aree di territorio, come già documentato anche da Unimondo grazie all’ultimo rapporto I numeri del cancro in Italia 2017Presentato al ministero della Salute lo scorso 19 settembre dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), per il rapporto "la relazione tra cancro e inquinamento è sempre più evidente in aree in cui la contaminazione ambientale è di particolare rilevanza sia per tipologia che per diffusione”. 

Nonostante questo, attualmente rimane ancora da bonificare circa l’80% del territorio compreso nei Sin nazionali, eppure risanarli sarebbe un’operazione conveniente non solo dal punto di vista ambientale. Per Confindustria e il rapporto del settembre 2016 Dalla bonifica alla reindustrializzazione, infatti, “investendo 10 miliardi di euro per le necessarie operazioni se ne attiverebbe il doppio, e 5 tornerebbero allo Stato sotto forma di entrate fiscali. Senza contare i 200mila posti di lavoro che verrebbero creati, incrociando sostenibilità ambientale, sociale ed economica”. Se ne deduce che una “bonifica sostenibile”, ovvero un processo di gestione e bonifica di un sito contaminato, finalizzato ad identificare la migliore soluzione, che massimizzi i benefici della sua esecuzione dal punto di vista ambientale, magari tramite un processo decisionale condiviso con i portatori di interesse e le comunità locali, potrebbe trasformarsi in uno straordinario volano di crescita economica locale, oltre che in un risanamento ambientale nazionale.

Le competenze in Italia per portare avanti bonifiche sostenibili non mancano, in primis quelle dei chimici che in questo quadro sono chiamati a dare il loro fondamentale contributo professionale. “Contributo, - ha sottolineato a Ferrara Nausicaa Orlandi, presidente del Consiglio nazionale dei chimici - che va ben oltre le competenze in tema di analisi chimico-fisica, ma che si allarga all’insieme di attività essenziali per assicurare una gestione efficiente ed efficace delle bonifiche, sia sotto l’aspetto operativo che amministrativo. Si tratta, infatti, di farsi carico anche di tutta la fase di gestione dei rifiuti e del loro smaltimento. La conoscenza specifica delle tematiche connesse alla caratterizzazione dei siti inquinati è fondamentale per la progettazione di un intervento di bonifica di suolo e di falda, in linea con il continuo aggiornamento della normativa tecnica del settore. Non per ultimo, il chimico può affiancare altri professionisti coinvolti nei piani di bonifica ed eventualmente nelle fasi di recupero e riutilizzo dei materiali oggetto di intervento”.

Se i professionisti non mancano, il tema delle bonifiche in Italia è ancora trascurato e spesso rallentato non solo dai costi della gestione dei rifiuti, ma soprattutto dai tempi lunghi della politica per  l’approvazione e la realizzazione degli interventi e, in diversi casi, dalla complessa interazione tra gli enti di controllo. Che fare? Per trasformare una speranza in realtà, Confindustria ha individuano 4 punti chiave: “intervenire sull’offerta di risorse finanziarie, ragionando su meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione del privato; intervenire sulla domanda di risorse finanziarie, formulando proposte volte a favorire il risanamento ai fini del riuso delle aree; avanzare proposte per un ulteriore snellimento e razionalizzazione delle procedure; e favorire l’utilizzo di tecnologie in loco, tecnologie innovative diverse da scavo e smaltimento, non ultima anche l’ipotesi, se possibile, del riciclo dei materiali”. Agli ottimi spunti di Confindustria aggiungiamo, come più volte suggerito anche da Legambiente,  l’applicazione certa del principio “chi inquina paga” anche all’interno di quel mondo di industriali responsabili di eventuali contaminazioni.

Alessandro Graziadei