venerdì 17 febbraio 2017

Il “Canapa Mundi” del Belpaese

Il 14 gennaio 2017, dopo due anni di attesa, il Senato ha approvato il testo di legge numero 242 del 2 dicembre 2016 “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”. La riabilitazione per legge di questa coltura anche nel Belpaese era in realtà iniziata già da alcuni anni, ma mancava ancora una cornice normativa che tutelasse i sempre più numerosi agricoltori e trasformatori italiani dal rischio di sanzioni o sequestri di questa pianta, superando così le diffidenze del passato e sostenendo il boom in atto in Italia. Secondo uno studio realizzato da Coldiretti e reso pubblico lo scorso gennaio, infatti, “Dai tessuti alla pasta, dalla birra ai cosmetici, dalla carta ai saponi, dai biscotti al pane, ma anche detersivi, vernici o addirittura mattoni per la bioedilizia, in Italia è scoppiata la ‘canapamania’, che ha favorito negli ultimi tre anni un aumento del 200% dei terreni coltivati a livello nazionale, che oggi raggiungono quasi i tremila ettari”. 

Per l’Italia si tratta di uno ritorno al passato visto che la canapa era una coltivazione diffusissima fino agli anni ’40, quando il nostro Paese, con quasi 100mila ettari dedicati, era il secondo maggior produttore al mondo dopo l’Unione Sovietica. “Il declino - ha spiegato la Coldiretti - è iniziato con la progressiva industrializzazione e l’avvento del boom economico che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche per via della campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un’ombra su questa pianta”. Non sono state, infatti, solo le ragioni economiche a far sparire la canapa. Il Governo italiano nel 1961 sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti”, aggiornata nei decenni a seguire, che mirava a cancellare dal mondo tutta la canapa entro 25 anni dalla sua entrata in vigore e il 22 dicembre 1975, con la “legge Cossiga" contro gli stupefacenti, gli ultimi ettari coltivati a canapa scomparivano dalla penisola.  

Come mai, allora, questo ritorno? La diffusione di questa pianta ha oggi più a che fare con la sua grande duttilità che con l’antiproibizionismo, ancora molto distante dal diventare legge. “Dalla canapa - ha spiegato la Coldiretti - si ottengono eco-mattoni da utilizzare nella bioedilizia che, oltre a garantire un’alta capacità isolante, sia dal caldo che dal freddo, assorbono anche CO2, ma c’è pure il pellet di canapa per il riscaldamento che assicura una combustione pulita”. Numerosi sono poi gli impieghi in campo alimentare, “dai biscotti e dai taralli fino al pane di canapa, dalla farina di canapa all’olio, le cui proprietà benefiche sono state riconosciute dal Ministero della Salute, dall’Oms oltre che in numerose ricerche”. Il seme di canapa e gli alimenti derivati contengono, infatti, proteine che comprendono tutti gli aminoacidi essenziali, in proporzione ottimale e in forma facilmente digeribile. Dalla canapa, infine, “si ricavano tessuti naturali ottimi sia per l’abbigliamento, poiché tengono fresco d’estate e caldo d’inverno, sia per l’arredamento, grazie alla grande resistenza di questo tipo di fibra”. 

Sono state quindi le grandi potenzialità di questa pianta a rilanciarla sul mercato condizionando di conseguenza anche l’agenda politica. “La ricerca della naturalità nell’abbigliamento, nell’alimentazione ed in generale l’affermarsi di stili di vita più ecologici ha favorito la diffusione della canapa che è particolarmente versatile negli impieghi, ma anche dal punto di vista colturale è a basso impatto ambientale, contribuisce alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversitàha aggiunto la Coldiretti. Era quindi ormai urgente creare un quadro legislativo di minore rigidità che potesse valorizzare le caratteristiche uniche della canapa italiana e dei sui derivati artigianali ed industriali visto la sempre più rapida diffusione delle coltivazioni in Puglia, Piemonte, Veneto, Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna. Per Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, “Il boom della coltivazione della canapa è un’ottima dimostrazione della capacità delle imprese agricole di scoprire e sperimentare nuove frontiere e soddisfare i crescenti bisogni dei nuovi consumatori”, senza dimenticare che “proprio da queste esperienze di green economy si aprono opportunità di lavoro nelle campagne che possono contribuire alla crescita sostenibile e alla ripresa economica ed occupazionale del paese”.

Ma vi è un’altra proprietà di questa pianta che sembra destinata ad avere sempre più mercato, ed è il suo uso terapeutico. Con il decreto del 9 novembre 2015, infatti, è stato autorizzata dal Ministero della Salute per la prima volta la coltivazione, la produzione e la distribuzione in Italia di medicinali di origine vegetale a base di cannabis e dopo due anni di fase sperimentale, si è giunti ora alla reale distribuzione. Questa tipologia di farmaci, due principi cannabinoidi (THC e CBD) è risultata efficace per il trattamento di numerosi sintomi e patologie, quali dolore (neuropatico, oncologico), spasticità da Sclerosi Multipla, nausea e vomito in chemioterapia, sindrome di Tourette, sindrome di Dravet e glaucoma resistente. Un passo importante per l’Italia visto che la cannabis terapeutica è stata ora approvata dall’Unione Europea anche per uso veterinario e da aprile 2017 verranno messi in vendita i primi prodotti per il trattamento di disturbi comportamentali, tra cui l’ansia e le fobie di rumore, il dolore cronico, l’artrite e il diabete.

Un vero e proprio “sdoganamento” della canapa che a partire da oggi fino a domenica 19 febbraio a Roma avrà la sua consacrazione con Canapa Mundi, la fiera internazionale della canapa. Finalmente anche in Italia lo sguardo su questa pianta esce dai soliti cliché e con lo slogan “La Fiera che non ti aspetti” la manifestazione, come assicurano gli organizzatori, “punta a fornire una visione completa, esaustiva e spesso inaspettata sulle proprietà e i possibili utilizzi di questa pianta, andando oltre stereotipi e preconcetti”. Per vederla legalizzata come droga leggere, invece, ci sarà ancora molto da spettare!

Alessandro Graziadei

giovedì 16 febbraio 2017

#Restartparty: non disperare, basta riparare!

Ogni tanto mi capita di scomodare mia nonna. Lo avevo fatto alcuni mesi fa ricordando come davanti alla consumistica euforia tecnologica e ai nuovi modelli di un qualsiasi aggeggio elettronico che in pochi anni, se non mesi, sostituiva il vecchio ormai sorpassato o il più delle volte scassato, sentenziasse con un vanitoso orgoglio: “io la mia macchina per il bucato non l’ho mai dovuta cambiare!”. Era vero. La sua “macchina per il bucato”, comprata alla fine degli anni ’70, è sopravvissuta a mia nonna e ha continuato a lavare per circa 40’anni, consumando forse più acqua ed energia delle moderne lavatrici, ma lo ha fatto senza mai rompersi in modo irreparabile e definitivo. Il segreto di questo autentico miracolo sta tutto in un elettrodomestico ancora programmato per durare e in un anziano rivenditore di paese, sempre disponibile a tentare di riparare il vecchio, piuttosto che vendere il nuovo. Anche lui, come nonna, era un degno rappresentante di quella generazione che aveva conosciuto la guerra e non avrebbe buttato niente con leggerezza.

Oggi la tendenza è quella di arrendersi di fronte ad un qualsiasi elettrodomestico che smette di funzionare fuori dalla garanzia e comprarne uno nuovo, buttando quello fuori uso. Ma se le persone che hanno memoria di quello che era l’Italia prima del boom economico sono sempre meno, la mentalità di chi odia gli sprechi, grazie anche alla crisi e ad una maggiore sensibilità ecologica è ricomparsa tra le nuove generazioni! Se ormai è chiaro che “gli europei condannano vivamente l’obsolescenza programmata e vorrebbero dei prodotti garantiti di maggiore durata”, come ha ricordato lo scorso marzo il Comitato economico e sociale europeo (Cese) presentando lo studio “Les effets de l’affichage de la durée d’utilisation des produits sur les consommateurs” che per la prima volta ha stabilito un legame  tra l’etichettatura sulla durata di vita dei prodotti e il comportamento dei consumatori, è oggi il Restart Project il rappresentante più autorevole della contro-cultura dedita al condivido, riparo e riuso. Questo progetto no-profit partito da Londra grazie a due 30’enni: l’italiano Ugo Vallauri e l’americana Janet Gunder sta invadendo l’Europa (e anche l’Italia) grazie ad una piattaforma informatica di appuntamenti pubblici chiamati Restart Party, cioè incontri tra volontari che mettono in contatto chi ha la professionalità e le conoscenze per riparare gli oggetti elettronici più disparati con chi ha l’esigenza di aggiustare qualcosa.

In queste “feste della riparazione”, chi non ha capacità manuali, dimestichezza con l’elettronica o ha la necessità di far eseguire semplici configurazioni su cellulari, computer e qualsiasi altro piccolo elettrodomestico, incontra chi questi dilemmi è capace di risolverli attraverso una consulenza e dei suggerimenti utili a realizzare una riparazione fai da te. Le modalità sono più o meno sempre le stesse: le associazioni che organizzano l’evento allestiscono un tavolo di accoglienza, registrano i proprietari degli oggetti da riparare sulla base dell’ordine di arrivo e fanno entrare in gioco i partecipanti competenti, che sono invitati a condividere le loro conoscenze, aiutando direttamente o solo con consigli pratici i proprietari di quello che a fine festa è spesso un ex rottame. È chiaramente possibile, se l’intervento è particolarmente tecnico, semplicemente guardare, ma i partecipanti che portano i loro oggetti elettrici ed elettronici guasti ad un Restart Party prendono sempre parte attiva alla diagnosi e alla riparazione. Le riparazioni fatte, infine, vengono documentate e l’evento è normalmente autofinanziato con un contributo volontario dei partecipanti.

Così mentre la Cese chiede alla Commissione europea di elaborare al più presto una legislazione Ue sull’obsolescenza programmata capace almeno di “imporre ai produttori l’assunzione dei costi del riciclaggio dei prodotti la cui durata di vita sia inferiore ai 5 anni”, la risposta dei cittadini invitati ad agire “per iniziare un cambiamento di mentalità anche del consumatore” non si è fatta attendere. Come in Europa, anche in Italia, sono tantissime le città che hanno incominciato ad organizzare i Restart Party  in nome della riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento, ma anche della consapevolezza che senza aspettare il legislatore è possibile dare risposte sostenibili e collettive capaci di far fronte ai problemi ambientali. Gli incontri di alcune ore che si tengono in biblioteche, musei, centri civici, oratori, bar… e in qualsiasi altra struttura pubblica o privata, oltre a prolungare la vita dei nostri elettrodomestici resistendo all’obsolescenza programmata, mirano ad aumentare la conoscenza che i consumatori hanno dei prodotti tecnologici di uso comune facendo da argine culturale al consumismo dilagante.

Con le parole d’ordine “non disperare, basta riparare!” l’iniziativa Restart sembra aver preso piede anche all’interno di alcune aziende che hanno aderito con l’obiettivo di far conoscere ai dipendenti tutti i segreti dei loro strumenti di lavoro, con prove pratiche e collettive su come ripararli. La filosofia è quella giusta, nata come dice Vallauri dalla sua esperienza lavorativa in Kenya, dove “l’arte del recupero rappresenta la normalità”, ma un dubbio ci rimane… Cosa dicono quei pochi artigiani nostrani che in barba al consumismo continuano a riparare oggetti elettronici di ogni tipo come faceva l’anziano rivenditore di paese che più di una volta salvò, tra le altre, anche la lavatrice di mia nonna? Per evitare di fare una concorrenza sleale a chi ha scelto per mestiere e vocazione di riparare c’è già chi pensa a dare vita a nuove forme di Restart Party professionali, in cui artigiani e clienti potrebbero essere messi più facilmente in contatto. Ora lo sai: non disperare, basta riparare!

Alessandro Graziadei

domenica 5 febbraio 2017

Rohingya: il popolo che nessuno vuole

Sono circa 800.000 mila i Rohingya che vivono in Myanmar e in particolare nello stato del Rakhine, da dove nel 2012 è partita un’ondata di violenze che ha fatto centinaia di vittime tra questa minoranza mussulmana, che la maggioranza buddista detesta e che il governo mal sopporta e considera alla stregua di immigrati clandestini del Bangladesh, anche se molte famiglie hanno vissuto per generazioni in Myanmar e potrebbero rientrare a pieno titolo tra le minoranze etniche del Paese. Come se non bastasse una vera e propria rappresaglia militare è stata lanciata il 9 ottobre del 2016 contro i Rohingya, ritenuti responsabili di un attacco armato a tre posti di blocco militari. Il risultato? Circa 65mila Rohingya sono stati costretti a fuggire in Bangladesh e altri 120.000 Rohingya sono confinati in 67 campi profughi dove subiscono le violenze anche dei soldati birmani, come ha testimoniato un video apparso nel gennaio di quest’anno che ha provocato le immediate proteste di tutto il mondo islamico. Dallo scoppio delle violenze nel giugno 2012 i rappresentanti dei 57 paesi membri dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) hanno ripetutamente segnalato, all’Assemblea dell’ONU e alle sue istituzioni, la drammatica situazione della minoranza e lo hanno ribadito lo scorso 19 gennaio a Kuala Lumpur in Malesia durante un vertice speciale sulla questione dei Rohingya a cui continua ad essere negata la cittadinanza birmana in Myanmar. 

Per questo alla vigilia del vertice, con una lettera indirizzata ai Ministri degli esteri dei paesi islamici, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto che l’OIC si impegni concretamente per una soluzione politica della tragedia dei profughi Rohingya nel sudest asiatico. Secondo l’APM, infatti, non solo è urgente aumentare la pressione sul governo birmano affinché lavori a una soluzione pacifica della questione dei Rohingya nel paese, ma “è necessario anche appellarsi al governo del Bangladesh, paese membro dell’OIC, affinché accolga e tuteli almeno temporaneamente i profughi Rohingya in fuga dal Myanmar (Birmania)”. Di fatto ad oggi, nonostante i rigidi controlli alle frontiere e l’immediato rimpatrio dei richiedenti asilo, i 65.000 Rohingya che sono riusciti a scappare in Bangladesh vivono una situazione drammatica perché, come ha spiegato l’APM, “in Bangladesh vengono considerati come semplici migranti illegali e per questo restano privi di protezione internazionale”. Un richiamo che in settimana ha fatto proprio anche il Papa ricordando i Rohingya "cacciati via dal Myanmar, che vanno da una parte all'altra perché nessuno li vuole. È gente buona, pacifica: sono buoni, sono fratelli e sorelle! È da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi, semplicemente per portare avanti la loro tradizione, la loro fede musulmana".

Sui profughi, però, tutto il modo è paese e non solo il Myanmar e il Bangladesh sembrano voltare le spalle a questi potenziali rifugiati birmani. Anche altri paesi membri dell’OIC, come Malesia, Indonesia, i più vicini geograficamente alla crisi, ma anche Arabia Saudita e Pakistan, i paesi in cui vivono numerose comunità di Rohingya in esilio, temono un ulteriore esodo dalla Birmania nel caso di un'escalation del conflitto. Così nonostante l’OIC sembri al momento più preoccupato per il “problema profughi” che per il “rispetto dei diritti umani”, in Malesia l'Organizzazione ha espresso la sua “grave preoccupazione per la perdita di vite innocenti e lo sfollamento di decine di migliaia di Rohingya a causa della violenza che infuria nel Rakhine”. Per questo il primo ministro malese Najib Razak, durante il discorso conclusivo della riunione di Kuala Lumpur, ha esortato il Myanmar “a porre immediatamente fine alla discriminazione” e ha invitato gli altri paesi islamici “ad agire subito con un fondo di sostegno d’emergenza”.

Un richiamo che il Myanmar ha rispedito al mittente definendo deplorevole la richiesta fatta dall’OIC in Malesia. In una dichiarazione fatta a Channel News Asia, il governo del Myanmar ha rinfacciato al governo malese, membro anch’esso dell’Association of South-East Asian Nations (Asean), “di aver violato le regole dell’organizzazione, che prevedono la non ingerenza negli affari interni” ed ha accusato il presidente Najib di utilizzare la causa Rohingya “come cortina di fumo per coprire gli scandali miliardari che lo vedono implicato”. Per il Governo di Naypyidaw le azioni delle forze di sicurezza sono state eseguite in conformità con la legge, anche se a quanto pare non ha ancora sbloccato l’ingresso degli aiuti umanitari internazionali da cui dipendono circa 120mila persone. Lo stesso ministro degli esteri birmano, il premio Nobel Aung San Suu Kyi ha recentemente chiesto alla comunità internazionale maggiore pazienza per poter trovare “una soluzione unanime” della questione Rohingya evitando di “polarizzare inutilmente lo scontro nel paese”, magari cominciando con l’utilizzare per questa minoranza il nome ufficiale birmano di “Bengali”, definizione che però sia i Rohingya sia la comunità internazionale hanno sempre rifiutato. 

Un atteggiamento, quello di Aung San Suu Kyi, che per l’APM, ricorda tristemente l’atteggiamento verso i Rohingya della giunta militare e del poco democratico governo che è succeduto alla dittatura: “Il rifiuto di riconoscere il nome proprio di un intero popolo non costituisce una base propizia per il riconoscimento dei loro pari diritti senza i quali i Rohingya non possono sperare in un futuro di libertà e dignità”. Per ora in tutto il Myanmar, nonostante l’intervento dell’OIC e la pressione della comunità internazionale, la libertà dei Rohingya è ancora fortemente limitata e i loro diritti umani individuali, come il diritto a sposarsi o a cercare lavoro, non sembrano preoccupare neanche Aung San Suu Kyi.  Come se non bastasse in questi giorni il clima politico è tornato incandescente per l'assassinio dell' avvocato birmano di primo piano Ko Ni. Consulente della Lega nazionale per la democrazia (Nld), il partito di Aung San Suu Kyi oggi al potere, Ni era di religione musulmana e aveva promosso diverse campagne a favore dei musulmani Rohingya perseguitati. Non è ancora certa la matrice del delitto, ma è sicuro che queste sue attività gli avevano recentemente procurato diverse inimicizie sia dal punto di vista politico che confessionale. Premesse che non fanno sperare in una immediata e pacifica soluzione di questo conflitto religioso.

Alessandro Graziadei

sabato 4 febbraio 2017

Islanda: “Vi insegneremo quello che volete”

Nelle scorse settimane, dopo che gli amanti del calcio ne avevano celebrato le gesta e il geyser-sound agli europei in Francia quest’estate, l’Islanda è improvvisamente tornata di moda, protagonista di una rivoluzione educativa durata 20’anni che ha sconfitto le dipendenze e trasformato i giovani dell’isola nei più salutisti d’Europa. Se fino a due decenni fa, infatti, la dipendenza da droghe e l’abuso di alcol in età adolescenziale degli islandesi aveva raggiunto livelli da allarme sociale, oggi non è più così. Dal 1998 al 2016 la percentuale di giovani, compresa tra i 15 e i 16 anni, che abusa di alcol è scesa dal 48% al 5%, mentre quella che fuma cannabis dal 17% al 7%. Anche i fumatori di sigarette sono calati drasticamente passando dal 23% al 3%. Siamo chiari, non si tratta di un miracolo, ma di un percorso lungo e tortuoso che è stato possibile solo grazie ad interventi mirati e spesso drastici, ma il risultato in termini di salute è oggi innegabile e ha completamente ribaltato quella classifica negativa che vedeva i giovani islandesi come i maggiori consumatori di droghe e alcol d'Europa

Ma cosa è successo in questi ultimi anni nella terra del fuoco e del ghiaccio? Come si legge in una interessante analisi uscita su Mosaic Science lo scorso mese, tutto è cominciato nel 1991, quando il professore di psicologia statunitense Harvey Milkman, dopo una tesi di dottorato che metteva in relazione il consumo di droghe e alcol con la predisposizione allo stress e dopo alcuni anni di ricerca nel campo dell’abuso di droghe all’Istituto Nazionale statunitense per l’abuso di droghe dagli Usa è sbarcato in Islanda per parlare dei suoi studi. La sua idea colpì gli islandesi al punto che nel 1992 gli chiesero di iniziare un progetto con i giovani isolani che vide il professore sottoporre per alcuni anni, a tutti gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 16 anni, un curioso questionario. Nel questionario venivano poste domande semplici e dirette sull’uso di alcol, droghe, sigarette, ma anche sul rapporto con i genitori, il tempo libero, gli hobby. I risultati rivelarono la prevedibile propensione dei giovani islandesi alle dipendenze, ma portò a galla un aspetto fondamentale e forse solo apparentemente altrettanto scontato: “coloro che praticavano sport, coltivavano interessi, frequentavano corsi extra scolastici e avevano un buon rapporto con i genitori, erano meno inclini ad assumere alcol e droghe”.

Da questa esperienza nacque quello che l’Icelandic Centre for Social Research and Analysis di Reykjavík ha ribattezzato Youth in Iceland, ovvero un programma nazionale di recupero che ha coinvolto direttamente genitori e scuole e che negli anni è diventato una vera e propria rivoluzione culturale. Si cominciò con i divieti: vennero eliminate tutte le pubblicità di sigarette e bevande alcoliche, ai minori di 18 anni fu impedito di comprare le sigarette e chi non aveva 20 anni non poté più acquistare alcol. Venne introdotto un “coprifuoco” per gli adolescenti tra i 13 e i 16 anni con l’obbligo di rientro a casa alle 10 di sera in inverno e alle 24 d’estate. Ma i divieti erano solo una piccola parte della soluzione. L’obiettivo principale era aumentare la quantità e la qualità delle ore trascorse in compagnia dei familiari e permettere ai giovani di stare insieme in modo sano attraverso l’aumento delle proposte di attività extrascolastiche di ogni tipo, da quelle sportive a quelle artistiche. Tutti gli adolescenti furono inclusi nel programma, e per i meno facoltosi furono previsti degli incentivi statali.

“Prima, in Islanda, erano stati introdotti numerosi programmi di prevenzione ed educazione - ha spiegato Inga Dóra, una delle assistenti ricercatrici che hanno partecipato al progetto Youth in Iceland -. I ragazzi erano stati informati dei rischi che correvano attraverso l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, ma nonostante questo non erano stati raggiunti i risultati sperati. Per questo abbiamo pensato ad un metodo di approccio differente”. Quale? Ottenere lo stesso effetto di “sballamento” attraverso attività che incidono chimicamente sul cervello senza gli effetti deleteri delle droghe. “Non abbiamo detto, però, a questi ragazzi, siete in terapia, ma abbiamo detto loro Vi insegneremo quello che volete: musica, danza, arti marziali, pittura, calcio… quello che volete”. Non è difficile capire perché tra il 1997 e il 2012 il numero di giovani impegnato in attività ricreative e sportive raddoppiò e di pari passo crollò la percentuale di ragazzi che assumevano alcol e droghe, avviando quel percorso di riduzione delle dipendenze che oggi ha portato l’Islanda ad avere gli adolescenti più salutisti d’Europa e permettendo la costruzioni di talenti che (solo per fare un esempio) nel calcio hanno espresso una generazione capace di raggiungere per la prima volta una fase finale di un europeo e addirittura di approdare ai quarti di finale, come l’Italia, ma con soli 323.000 abitanti! 

Negli anni Youth in Iceland, visto il suo successo, si è evoluto in Youth in Europe attraverso una vera e propria organizzazione che si propone di fare da consulente a città, municipalità e Paesi esteri, ma la ricetta non sembra piacere oltre i confini islandesi. Frenati dai costi di mantenimento del progetto (non tutti i paesi avrebbero oggi la possibilità di investire del denaro pubblico in attività extrascolastiche gratuite) o dalla ferrea disciplina applicata nei confronti dei più giovani (la Svezia, per esempio, ha detto che da loro il coprifuoco sarebbe inapplicabile), il programma è stato attivato solo in alcune piccole città di 17 paesi europei. Nemmeno l’Italia che, secondo l’ultimo rapporto del Centro europeo per il monitoraggio della dipendenza dalle droghe, è il Paese dell’Unione dove più ragazzi di età compresa tra i 15 e i 16 anni fumano (il dato si aggira attorno al 37% contro il 21% della media europea, mentre il 21% degli adolescenti del Belpaese consuma alcol in modo eccessivo) è sembrata interessata. Intanto, anche se è vero che in questi anni altri paesi d’Europa hanno raggiunto buoni risultati nel campo della riduzione delle dipendenze tra gli adolescenti (anche con iniziative simili a quelle islandese come il progetto Unplugged attivo anche in Italia) nessuno può vantare un dato così marcato come l’Islanda, l’unica nazione capace di sostituire alcol e sigarette con il tempo necessario a mantenere la promessa fatta ai propri ragazzi: Vi insegneremo quello che volete”.

Alessandro Graziadei

domenica 29 gennaio 2017

Inquinatori sottovento!

Dopo che nel 2015 l’Environmental protection agency (Epa) degli Stati Uniti aveva notificato a Volkswagen l’avviso di una violazione del Clean Air Act per via di un apposito software, montato su alcuni modelli di auto diesel, capace di aggirare le norme sulle emissioni Epa per alcuni inquinanti atmosferici, l’idea che gli USA fossero, in alcuni settori, un punto di riferimento nella tutela ambientale è balenato nelle menti di molti. Di fatto, in questa storia (che si sta ripetendo a quanto pare con Fiat Chrysler Automobiles nonostante le rassicurazioni ai big dell'auto da parte di Trump), gli Usa dovrebbero aver dato agli europei una buona lezione, perché mentre l’Epa ha di fatto ritirato milioni di auto e ha potuto chiedere a Volkswagen una multa miliardaria, noi in Europa abbiamo organismi di valutazione scientifica come l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) che possono al massimo “coordinare la rete europea di informazione ed osservazione ambientale” e “informare l’Unione europea, la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio e i Paesi membri dell’Unione”, ma non possono in modo indipendente controllare o sanzionare nessuno.

Per quanto pregevole sia il lavoro di agenzie come l’Epa, le minacce alla salute pubblica a stelle e strisce dovute all’inquinamento atmosferico non arrivano solo dalle automobili della Vecchia Europa, ma anche dai vari Stati che compongono la Repubblica Federale e che quando si parla di ambiente sembrano tentare di farsi le scarpe a vicenda.  Lo studio “Gone With the Wind: Federalism and the Strategic Location of Air Polluters” pubblicato sull’American Journal of Political Science da David Konisky dell’università dell’Indiana, James Monogan, dell’università della Georgia e da Neal Woods dell’università della South Carolina, rivela un modello particolarmente “furbo” utilizzato all’interno degli USA che “Collocando le fabbriche più inquinanti e le centrali elettriche in prossimità delle proprie frontiere statali e sottovento, riescono a far raccogliere ai vari Stati federali i frutti dei posti di lavoro, del gettito fiscale e della produzione, ma anche a condividere con i vicini gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico”.

Lo studio che usando la tecnica chiamata point pattern analysis ha confrontato 16.211 impianti Usa che producono inquinamento atmosferico con altre 20.536 realtà che producono rifiuti pericolosi, ma non inquinamento atmosferico, ha dimostrato che “Gli impianti che producono inquinamento atmosferico hanno più probabilità di essere vicino ai confini dei diversi Stati sottovento rispetto a quelli che producono altri tipi di rifiuti”. Chi inquina, insomma, ha il 22% di probabilità in più di trovarsi in prossimità di un confine di Stato sottovento, una tendenza particolarmente pronunciata per i grandi impianti che emettono emissioni atmosferiche tossiche come quelle comprese nel programma Toxics release inventory dell’Environmental protection agency (Epa). È quindi pensabile che localizzare strategicamente le fabbriche più inquinanti lungo i propri confini statali sia un’abitudine consolidata, almeno statisticamente, in tutti gli Stati Uniti d’America.

Precedenti ricerche avevano già scoperto che gli Stati sono meno rigorosi nell’applicare i regolamenti negli impianti vicino ai loro confini rispetto agli altri.  Ma il nuovo studio suggerisce che “la discrepanza può avvenire già nel processo di decisione che porta a scegliere dove collocare gli impianti” perché tutti i soggetti coinvolti: gli Stati, i governi locali e le imprese o le istituzioni che costruiscono e gestiscono gli impianti hanno degli interessi in ballo. “I governi potrebbero voler recuperare posti di lavoro o proteggere i propri cittadini dall’inquinamento atmosferico. Gli operatori dell’impianto potrebbero voler evitare l’opposizione nimby [non nel mio giardino]” hanno spiegato i ricercatori. Un sistema industriale che si presta, quindi, al così detto free riding, cioè l’abitudine a beneficiare di beni o servizi senza pagarne l’intero costo, in questo caso ambientale, un atteggiamento che sembra piuttosto trasversale a tutti gli Stati della Federazione. È tipica, infatti, degli Stati con una politica ambientale meno rigorosa e in quelli con programmi di sviluppo economico aggressivi che perseguono l’industria della “ciminiera”, ma non è rara anche negli Stati con un’alta densità di organizzazioni ambientaliste, “suggerendo che il businesses può prendere decisioni sulla localizzazione anche per evitare l’opposizione locale”.

Anche se il Clean Air Act è stato pensato per affrontare il problema dell’inquinamento atmosferico con standard uniformi, nel sistema federale Usa l’applicazione delle norme compete in gran parte agli Stati, che possono avere meno interesse a controllare gli impianti industriali che producono un inquinamento dell’aria che finisce oltre i loro confini. Per questo l’amministrazione Obama (dopo che il Sierra Club, uno dei più importanti gruppi ambientalisti a stelle e strisce, lo ha citato in giudizio nel 2011 per non essersi speso abbastanza nel miglioramento della qualità dell'aria) ha tentato in questi ultimi anni di imporre nuove regole alle emissione dei livelli di ozono di fabbriche e centrali elettriche, abbassando i limiti alla produzione di inquinanti da 70 parti per miliardo nell’ozono livello terra, contro i 75 precedenti. Una proposta che era stata giudicata insufficiente dagli ambientalisti americani per i quali "qualsiasi limite superiore a 60 parti per miliardo consente ancora livelli troppo pericolosi di inquinamento atmosferico" e che aveva portato l’avvocato di Earthjustice a ritenere la normativa “un tradimento rispetto alla promessa per un’aria meno inquinata contenuta nel Clean air act”. Ora sarà interessante capire come l’amministrazione Trump tratterà la materia, non solo lungo i confini statali e sottovento.

Alessandro Graziadei

sabato 28 gennaio 2017

La Women’s March e la resistenza al femminile

Grazie a Donald Trump (il presidente che, tra le altre, in una registrazione del 2005 aveva detto che “una donna la puoi prendere per le parti intime” perché “se sei un uomo potente ti fanno fare di tutto”) sono state migliaia le persone che sabato 21 gennaio hanno partecipato alla Women’s March con o senza il Pussyhat in testa (il berretto rosa con le orecchie da gatto divenuto il nuovo simbolo del “pink power”). Ad indossarlo sono state non solo le donne di ogni età, ma anche gli uomini, i bambini, i giornalisti, i poliziotti, i cani, i pupazzi e le statue che hanno dato vita a quel variegato popolo in rosa nato per contestare il sessismo del neo inquilino della Casa Bianca e che ha contato 500.000 manifestanti a Washington e circa 4 milioni di persone in oltre 600 città di tutto il mondo. Raccontando questo trasversale movimento popolare per i diritti civili, la lotta al sessismo e all’omofobia, molti media hanno finito per esasperarne il folklore o come Roberto Saviano su la Repubblica, per ridurlo a qualcosa “dal sapore antico, d’archivio” incapace di parlare “a chi in questo momento non ha fiducia in alcun progetto politico”. C’è anche chi, come la reporter Asra Nomani sul The New York Times, ha messo in discussione il carattere “spontaneo” della manifestazione, con un articolo in cui evidenziava come almeno 50 movimenti che hanno organizzato la marcia hanno il sostegno finanziario del miliardario George Soros, uno dei principali finanziatori anche della campagna della candidata democratica Hillary Clinton (due sponsorizzazioni che, a non pensare male, non rappresentano di per sé una contraddizione).

Rimane in ogni caso il fatto che per quanto “folkloristica”, “vecchia” e sostenuta da chi per ragioni anche economiche può aver strumentalizzato la sensibilità femminista e la lotta per i valori democratici, le ragioni di questa protesta contro Trump appaiono molteplici e certamente condivisibili. Per molti la Women’s March è stata l’occasione sia per rivendicare i diritti delle donne, la giustizia sociale, l’uguaglianza, che quella per ribadire il proprio no al razzismo, all’omofobia e all’islamofobia. Hanno sfilato gruppi ambientalisti, anti-razzisti, omosessuali e transgender, i sindacati, le associazioni che si battono per la riforma giudiziaria, contro la povertà, per l’istruzione pubblica e per la libertà di stampa. Ma non è stata solo una marcia politica di quella parte democratica che ha perso nonostante i tre milioni di voti popolari in più ottenuti dalla Clinton. È stata la protesta di persone omosessuali il cui matrimonio potrebbe essere sciolto, di donne che vedranno il diritto all'aborto ostacolato grazie alla cancellazione dei finanziamenti del governo federale a tutte le organizzazioni che praticano o fanno informazione sulle interruzioni di gravidanza nel mondo (come avevano già fatto Reagan e George Bush), di malati a cui non sarà più riconosciuta la copertura sanitaria. Tutte questioni che spesso non hanno bisogno di una “mediazione politica” per convogliare verso una piazza accanto ad un movimento qualsiasi solidale con le proprie rivendicazioni.

“In un momento difficile della nostra storia, dobbiamo ricordare che noi, le centinaia di migliaia, i milioni di donne, transessuali, uomini e giovani che sono qui alla Marcia delle donne, noi rappresentiamo le potenti forze del cambiamento che sono determinate a evitare che le culture morenti del razzismo, dell’etero-patriarcato risorgano di nuovoha ricordato Angela Davis, la storica attivista del movimento afroamericano intervenuta a Washington in una manifestazione che sarebbe ingiusto liquidare come “roba da vip di Hollywood”, come ha provato a fare qualche caustico opinionista. Certo Scarlett Johansson e Madonna sono mediaticamente più popolari di altri e un Alicia Keys che alza il braccio sinistro col pugno chiuso non si vede certo tutti i giorni (l’ultima volta  a rievocare il Potere Nero erano stati due atleti di colore Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968), ma a Washington c’era anche la politica e la società civile. Oltre alla Davis, hanno parlato la senatrice della California Kamala Harris, che ha detto: “Siamo in un momento fondamentale della nostra storia”; Gloria Steinem storica militante femminista che si è detta felice di vedere in marcia “un femminismo di nuova generazione, capace di parlare a tutte e tutti” e la senatrice dell’Illinois, Tammy Duckworth, che ha perso entrambe la gambe in Iraq e ha dichiarato: “non ho dato parti del mio corpo perché la nostra Costituzione venga fatta a pezzi”. È stato veramente solo un momento utile a liberare la rabbia e lo sdegno accumulati da una parte consistente di nord americani verso il loro presidente?

In realtà la società civile a stelle e strisce non ha mai nascosto il proprio dissenso alle politiche del nuovo governo. Prima di Natale, il Guardian aveva annunciato l’incremento esponenziale delle donazioni private alle non-profit americane che si occupano principalmente di ambiente e di diritti civili. Che si trattasse di piccole associazioni locali o di grandi colossi come Planned Parenthood, che offre assistenza medica alle donne e garantisce il diritto all’aborto, il non-profit americano ha registrato un inaspettato aumento delle donazioni, con moltissimi cittadini che, allo scambio dei regali hanno preferito la donazione di denaro. Come ha scritto Eva Golinger, una giornalista investigativa americana naturalizzata venezuelana, oggi sta maturando la consapevolezza che “il volto più volgare, grottesco, ignorante, misogino, razzista, xenofobo e selvaggiamente capitalista dell’impero statunitense ha assunto il controllo della Casa Bianca e dei codici segreti dell’arsenale nucleare più potente e pericoloso del mondo”. Davanti a questa prospettiva, forse dare tempo e lasciar lavorare in pace Trump, come hanno consigliato anche alcuni critici della Women’s March, è un atteggiamento che rischia di sottovalutare il fatto che anche le idee, espresse con la semplicistica brutalità tipica di questa amministrazione, rischiano di abituare un popolo a contenuti molto pericolosi. 

Questa, insomma, è l’America di Donald Trump. Quella che al giuramento del nuovo presidente presenta un gabinetto etnico (c'è un solo afroamericano e per la prima volta in più di 30 anni non c’è un solo ispanico) e dove le tre donne sono degnamente rappresentate dal nuovo segretario all’istruzione, Betsy Devos, che “vuole eliminare l’istruzione pubblica” e non perde occasione per ribadire la sua contrarietà al divieto di portare armi a scuola visto che “potrebbero servire per difendere i bambini del Wyoming dai grizzly”. Non è una sorpresa, ma proprio per questo migliaia di donne (e per fortuna anche molti uomini) si sono messe un ridicolo Pussyhat in testa e intonando vecchi slogan, tristemente attuali, hanno tinto di rosa le strade degli Stati Uniti e del mondo. Possiamo anche trovare “vecchia” questa Women’s March, ma a è sicuramente una prima e indispensabile forma di resistenza al femminile ad una presidenza che nasconde anch’essa, dietro la maschera innovativa e popolare, la realtà di un ritorno ad un passato elitario in cui i maschi bianchi, ricchi e razzisti sono gli unici che possono arrivare al potere. Del resto come ha scritto la giornalista Bia Sarasini quello di Washington non solo “era un bel colpo d’occhio, dall’alto, tutto quel rosa, anche se magari il colore ti fa venire l’orticaria”, ma “Come gli ombrelli in Polonia, nell’imponente manifestazione contro il governo polacco dell’ottobre scorso e come le manifestazione contro la violenza in Italia, il 26 novembre, a guidare le mobilitazioni sociali, oggi, sono le donne”.

Alessandro Graziadei

domenica 22 gennaio 2017

Il sangue donato (meglio se in modo periodico e programmato)

Il freddo e il maltempo di queste settimane, unito al picco influenzale ha provocato una “emergenza sangue” in alcune regioni italiane, con oltre 2.600 unità di globuli rossi indisponibili in alcuni ospedali. Lo affermano i dati del Centro Nazionale Sangue (Cns), che ha inviato alle Strutture regionali per il coordinamento delle attività trasfusionali (Src) l’invito a coordinarsi con le associazioni di donatori per far fronte all’emergenza. “La mobilitazione - ha fatto sapere il direttore del Cns Giancarlo Maria Liumbruno - deve essere effettuata sotto il coordinamento delle Strutture Regionali di Coordinamento e del Cns. Inoltre, deve riguardare tutte le regioni, non solo quelle che hanno carenze, poiché l’autosufficienza di sangue è un obiettivo sovra aziendale e sovra regionale e in questi casi diventa vitale la compensazione coordinata tra regioni”. La regione con le maggiori carenze è il Lazio, ma situazioni critiche si sono registrate anche in Abruzzo, Toscana, Campania, Basilicata, Liguria, Umbria, Marche e Puglia. “Le cause della carenza sono multifattoriali - ha spiegato Liumbruno - ma sicuramente può aver inciso l’epidemia influenzale che, complice il calo delle vaccinazioni, ha già colpito molte più persone rispetto allo scorso anno, e si può ipotizzare che anche il maltempo stia tenendo a casa i donatori”. 

Come ha ricordato anche il Presidente di Avis Nazionale, Vincenzo Saturni, “nel nostro Paese è attivo un modello di compensazione che permette lo scambio di sangue ed emoderivati tra tutte le regioni. Ciò garantisce la stabilità del sistema trasfusionale e fa sì che questi preziosi elementi salva-vita siano disponibili su tutto il territorio nazionale. È importante, quindi, donare con regolarità, rispettando la pianificazione messa a punto dalle strutture sanitarie. Ricordiamo, quindi, che il dono è un gesto di grande generosità che va compiuto in modo periodico e programmato”. La carenza di sangue, hanno sottolineato le associazioni di donatori, possono mettere a rischio l’esecuzione di interventi chirurgici e di terapie per pazienti con malattie che necessitano di continue trasfusioni, per questo l’invito per tutti i donatori è di contattare l’associazione di appartenenza o il Servizio Trasfusionale di riferimento per programmare una donazione. “Le Associazioni e le Federazioni dei donatori di sangue - ha sottolineato Aldo Ozino Caligaris, Presidente della Fidas e portavoce protempore del Coordinamento Interassociativo dei Volontari Italiani del Sangue (Civis) - devono intensificare la chiamata dei donatori periodici e associati sulla base di quanto concordato con le Strutture Regionali di Coordinamento attraverso una programmazione straordinaria per cercare di sopperire alle necessità contingenti. È inoltre fondamentale il coinvolgimento di nuovi volontari che possano garantire in maniera costante la disponibilità di emocomponenti, al fine di assicurare la necessaria terapia trasfusionale ai cittadini che ne hanno bisogno”. 

È questo uno degli obiettivi principali anche del “Programma nazionale plasma e medicinali plasmaderivati 2016-2020” che prevede l’incremento della raccolta del 57% nel prossimo quinquennio di questo "bene comune" che rappresenta il sangue una volta donato. Il Programma, approvato dalla Conferenza Stato Regioni del 24 novembre scorso, ha anche l’obiettivo di promuovere lo sviluppo presso le strutture trasfusionali, della raccolta di plasma da utilizzare per la produzione industriale dei medicinali plasmaderivati, quale livello essenziale di assistenza sanitaria. Quello che serve insomma è estendere la cultura del dono, quella stessa cultura che nel 1927 dava vita all’Avis con un appello a donare il sangue pubblicato sulla stampa dal dott. Vittorio Formentano. A quell’appello risposero in 17 e anche grazie a loro oggi l’Avis ha superato quota 1.300.000 soci, tutti indistintamente accomunati dai valori che da sempre contraddistinguono l’associazione: “volontariato, solidarietà e anonimato”. I 90’anni celebrati lo scorso 1 dicembre da Avis sono stati per il presidente Saturni l’occasione per rilanciare “l’impegno nella raccolta e nella governance del sistema sangue, oltre che nella promozione di buone prassi sanitarie”. Lo stesso impegno che spinge da anni la Fidas ad investire sulla formazione dei volontari  con incontri come quello che lo scorso novembre ha portato per tre giorni a Roma oltre 130 responsabili associativi con l'obiettivo di migliorare la gestione dei donatori, la conoscenza del Sistema Trasfusionale e la promozione del dono del sangue. “I responsabili associativi Fidas da oltre un decennio partecipano costantemente a corsi di aggiornamento e formazione - aveva sottolineato Caligaris presentando il percorso - In particolare quest’anno dedicheremo ampio spazio alla sensibilizzazione all’interno delle istituzioni scolastiche e universitarie, per garantire interventi efficaci atti non solo a promuovere il dono del sangue in maniera consapevole, ma per educare alla salute e a corretti stili di vita”.

A tutte le persone che, tramite Avis, Fidas, Fratres e Croce Rossa Italiana (cioè le quattro principali associazioni e federazioni di donatori di sangue nazionali che compongono il Civis), si sono dimostrate capaci di rispondere in questi anni e in questi giorni alla fondamentale richiesta di sangue va detto grazie e proprio per capitalizzare questo impegno va ricordato che sono sempre più importanti le donazioni regolari. “La donazione regolare - ha concluso Liumbruno - permette il coordinamento e la programmazione, di alimentare con regolarità i depositi, di essere davvero pronti in ogni circostanza. Una unità di sangue donata in emergenza è rapidamente pronta per essere utilizzata, in 4 o 5 ore. Ma se non viene subito utilizzata “scade” dopo 42 giorni. È il sangue immagazzinato nelle celle frigorifere che ci dà la certezza di salvare vite in caso di emergenza". Ecco perché è importante che chi vuole donare si coordini con le associazioni di volontariato presenti sul suo territorio, che sono il braccio operativo della struttura nazionale. Perché il sangue serve tutto l’anno e per questo va donato in modo periodico e programmato!

Alessandro Graziadei

sabato 21 gennaio 2017

Tanto quelli di Sea Shepherd vi prendono…

La flotta baleniera giapponese ha lasciato il Giappone lo scorso 18 novembre con l’obiettivo di uccidere la quota “auto assegnatasi” di 333 balenottere minori nelle acque antartiche. È la seconda volta che le navi nipponiche tornano nell’Oceano del Sud dopo la sentenza del 2014 della Corte Internazionale di Giustizia che aveva dato ragione all’Australia nel contenzioso contro il Giappone, chiamato in giudizio nel 2010 sulla caccia alle balene perché ritenuta “mera attività commerciale” e non “ricerca scientifica” come dichiarato dai giapponesi nel tentativo di raggirare il divieto internazionale di caccia del 1986. “Il Giappone deve revocare i permessi, le autorizzazioni o le licenze già rilasciate nell’ambito del Jarpa II [il millantato “piano sulla ricerca”] e non deve concedere eventuali nuove licenze nell’ambito dello stesso programma”, aveva dichiarato il giudice Peter Tomka nel 2014 con una sentenza che era stata salutata dal WWF come “una vittoria importante per gli sforzi di protezione delle balene e un chiaro invito a fermare la caccia nell’Oceano Antartico”. Ma l’obiettivo di tutelare il Santuario dei cetacei in Antartide è rimasto lettera morta visto che il Governo di Canberra, per non compromettere gli accordi commerciali con Tokyo, ha “sacrificato la causa delle balene” evitando qualunque pressione diplomatica sul Giappone.

Rimarrà quindi impunita l’illegale caccia ai cetacei nell’Oceano del Sud? Difficile, visto che la flotta baleniera giapponese potrà anche sfuggire ai tribunali internazionali, ma non a Sea Shepherd, che ha dato il via all’”Operazione Nemesis”, la sua 11ª campagna antartica per fermare il massacro dei cetacei. L’organizzazione internazionale senza fini di lucro, che dal 1977 cerca di fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo, è salpata in dicembre dall’Australia con la Steve Irwin, la nave ammiraglia e la Ocean Warrior, il nuovo pattugliatore veloce. “Non sarebbe compito di Sea Shepherd affrontare nuovamente i balenieri, ma è giunto il momento che il Giappone rispetti la Corte Internazionale di Giustizia, La Corte Federale Australiana e la moratoria globale sulla baleneria commerciale e ponga fine alla caccia alle balene per cosiddetti scopi di ricerca scientifica condotta con metodi letali a largo delle coste antarticheha spiegato Jeff Hensen, Coordinatore Nazionale di Sea Shepherd Australia.

Già il 23 dicembre scorso il pattugliatore Ocean Warrior aveva intercettato una delle navi della flotta giapponese di bracconieri di balene. La nave arpionatrice è stata localizzata approssimativamente a 165 miglia a nordest della base australiana di Casey, all’interno del Santuario dei Cetacei nell’Oceano del Sud mentre le navi di Sea Shepherd erano “a caccia” della nave principale della flotta baleniera giapponese, la macelleria galleggiante conosciuta come Nisshin Maru. “Trovare una delle navi assassine nascosta dietro un iceberg nella nebbia fitta significa che il resto della flotta è nelle vicinanze,” aveva spiegato il Capitano della Ocean Warrior, Adam Meyerson. La nebbia lo scorso mese ha causato una diminuzione della visibilità per la flotta baleniera, un’ottima notizia per le balene. “Le balene stanno ricevendo più protezione dalle condizioni climatiche che dal governo australiano” ha dichiarato il senatore dei Verdi australiani Peter Whish-Wilson che ha ricordato come “Sebbene io applauda Sea Shepherd per ciò che sta facendo nel Santuario dei Cetacei nell’Oceano del Sud, localizzando la flotta baleniera giapponese, è incredibile che siano loro a dover fare il lavoro del governo australiano”.

Ma anche la nebbia delle scorse settimane non è stata sufficiente a proteggere le balene perché Sea Shepherd la scorsa settimana ha trovato, sempre nel Santuario dei Cetacei, la baleniera Nisshin Maru con una balenottera comune morta sul flensing deck. Il cetaceo catturato ed ucciso è il primo ad essere documentato da quando nel 2014 la Corte internazionale di giustizia ha definito illegale la caccia alle balene in Antartide. “Quando il nostro elicottero si è avvicinato, l’equipaggio della Nisshin Maru ha tentato di  nascondere la balena macellata con un telone cerato, mentre le navi arpionatrici della flotta, Yushin Maru e Yushin Maru 2, hanno rapidamente coperto i loro arpioni” ha spiegato la ong.  Per Meyerson “Gli assassini di balene della Nisshin Maru sono stati presi in flagrante mentre catturano e macellano balene nell’Australian Whale Sanctuary. La Steve Irwin  ha interrotto le loro operazioni illegali e li ha ripresi mentre stavano cercando di nascondere le prove”. Per Wyanda Lublink, capitano della  Steve Irwin “Il fatto che l’equipaggio giapponese sia andato  a coprire i loro arpioni e la balenottera minore morta sul ponte dimostra che sanno quello che stanno facendo è illegale. Sanno di stare violando la sentenza della Corte internazionale di giustizia e della Corte federale australiana. Come può il governo australiano ignorare queste azioni quando la maggior parte degli australiani condannano quello che stanno facendo?”.

Sempre nel 2014, infatti, anche l’Australian Federal Court aveva stabilito che l’industria baleniera giapponese violava la legge uccidendo per fini commerciali balene protette nell’Australian Whale Sanctuary. La scoperta da parte di Sea Shepherd della nave-mattatoio e della balenottera comune macellata è quindi particolarmente imbarazzante per il Giappone, anche perché è arrivata poco dopo la visita di Stato in Australia del primo ministro giapponese Shinzo Abe. Jeff Hansen, direttore di Sea Shepherd Australia, ha sottolinea che “La mancanza di azione da parte del governo Turnbull, mentre le balene vengono uccise nelle acque australiane, appena un giorno dopo che il primo ministro del Giappone è stato in visita di stato in Australia, dimostra che il governo non ha spina dorsale quando si tratta di tutelare il desiderio degli australiani di difendere l’Australian Whale Sanctuary”. Solitamente i giapponesi cacciano le balene da dicembre a marzo e per i prossimi mesi a vigilare sui cetacei dell’artico ci saranno a quanto pare solo le due navi di Sea Shepherd con i loro 50 membri di equipaggio. Ai balenieri giapponesi non rimane che ricordare: tanto quelli di Sea Shepherd vi prendono…

Alessandro Graziadei

domenica 15 gennaio 2017

La conservazione "creativa" della fauna selvatica…

Il 2017 da poco inaugurato lascia intravedere alcune buone notizie sul fronte della conservazione, della tutela dei diritti degli animali selvatici e della biodiversità. Se è vero, infatti, che il sempre più diffuso commercio internazionale di fauna selvatica ha ridotto le popolazioni di molte specie nei loro habitat originari, è anche vero che la natura ha saputo autonomamente far fronte a questa appropriazione indebita da parte dell’uomo. Uno studio pubblicato su Ecology and the Environment da Luke Gibson dell’università di Hong Kong e Ding Li Yong dell’università nazionale dell’Australia ha certificato che “In alcuni casi, il rilascio intenzionale o accidentale di animali trafficati ha portato alla creazione di popolazioni al di  fuori del loro areale nativo, nei centri urbani o nelle wilderness adiacenti, spesso con conseguenze negative per l’ambiente”. Così non è raro scoprire che molte specie sono diventate invasive e dannose per le specie autoctone nel loro nuovo ambiente mentre contemporaneamente sono minacciate di estinzione nel loro areale originario.  Secondo i due ricercatori, tuttavia, la gestione delle nuove popolazioni rappresenta una soluzione per alcuni problemi di conservazione. Certo non si tratta della migliore soluzione possibile, ma di conservazioni "creative" che partendo da un problema reale e da arginare “potrebbero intanto contribuire ad arginare il continuo degrado della biodiversità a livello mondiale” perché le popolazioni secondarie di animali importati illegalmente e poi fuggiti dalla cattività “potrebbero essere utilizzate per ridurre o arrestare la pressione predatoria antropica sulle popolazioni autoctone di queste stesse specie arrestandone l’estinzione”.

Gibson ha spiega che si è reso conto del problema quando ha letto la notizia del sequestro di 23 cacatua cresta gialla (Cacatua sulphurea), ognuno dei quali era stato nascosto dai trafficanti dentro una bottiglia di plastica. La cosa che più ha sorpreso il ricercatore è stata che i cacatua cresta gialla sono una specie in via di estinzione nel loro areale nativo nell’Indonesia orientale per via del commercio di fauna selvatica, ma molti esemplari della stessa specie, in salute e completamene autosufficienti, volano indisturbati attorno agli uffici dell’università di Hong Kong, una delle città più inquinate e caotiche del mondo. Come è potuto accadere? Semplice! Alcune delle persone che detenevano illegalmente individui di questa specie a Hong Kong li hanno accidentalmente o intenzionalmente rilasciati e alla fine i cacatua cresta gialla hanno creato una nuova popolazione autosufficiente che si è stabilita sull’isola autonoma cinese e che il  governo di Hong Kong ha dichiarato illegale catturare, anche se si tratta di una specie non autoctona. Una situazione che non ha dell’incredibile visto che i due ricercatori hanno scoperto ben 49 casi di specie globalmente minacciate che hanno costituito popolazioni vitali lontane dal loro areale.

Ma la perdita di biodiversità animale è un problema globale così attuale che anche la Cina ha recentemente annunciato, entro la fine del 2017, la chiusura del commercio nazionale di avorio. La prima fase prevede che entro il 31 marzo alcuni negozi che commerciano avorio vengano chiusi e restituiscano le loro licenze, nei mesi successivi il divieto di commerciare avorio sarà esteso a tutta la Cina. Per Sze Ping, direttore del WWF Cina siamo davanti ad “una svolta storica che segna la fine del più grande mercato legale di avorio e un maggiore impegno della comunità internazionale nel combattere il bracconaggio degli elefanti africani”. Con buona probabilità la lenta chiusura del mercato d’avorio legale sarà fondamentale per dissuadere le persone in Cina e nel mondo ad acquistarlo e renderà più difficile ai trafficanti la vendita delle loro scorte illegali. Fino ad oggi, infatti, il fatto che nel mondo esista ancora un commercio legale di avorio (in alcuni anni e in alcuni paesi è stato ed è ancora possibile abbattere elefanti) ha spesso creato una drammatica copertura al commercio illegale responsabile della strage di elefanti nel mondo. Per Ping “Ora che  i più grandi mercati d’avorio nel mondo come la Cina, Hong Kong, Sudafrica e Usa stanno per chiudere, speriamo che anche altri Paesi possano seguire il loro esempio”.

Con la stessa velocità gli Emirati Arabi Uniti (Eau) hanno da poche settimane annunciato il bando sul possesso privato di animali selvatici come tigri, leoni e ghepardi, una moda molto diffusa nel Paese tra le facoltose famiglie arabe. Questi animali hanno rappresentato a lungo uno status-symbol da sfoggiare non solo nelle abitazioni private (ad ottobre spopolava sul web un video in cui alcune tigri bianche e del Bengala facevano il bagno nelle acque antistanti una spiaggia di Dubai), mentre oggi i proprietari rischiano pesanti multe, se non il carcere in caso di violazioni. Più che per la tutela degli animali, il provvedimento delle autorità degli Emirati sembra la conseguenza del pericolo costituito dagli animali, che più volte sono stati sorpresi a girare liberi per le strade del Paese. Per gli esemplari in cattività consegnati alle autorità non è prevista, infatti, una destinazione sempre in linea con il benessere animale e oltre a centri di ricerca, di conservazione e di studio delle specie selvatiche gli animali selvatici potranno essere destinati a zoo e circhi.

Intanto mentre si fanno passi avanti nella conservazione della fauna selvatica lo studio “How Many Kinds of Birds Are There and Why Does It Matter?” da poco pubblicato su Plos One da un team di ricercatori statunitensi ipotizza che  le specie di uccelli viventi siano molte di più di quel che pensavamo fino ad oggi. Per i ricercatori “la morfologia e la genetica suggeriscono che le ricerche precedenti potrebbero avere sottovalutato la biodiversità degli uccelli almeno della metà, senza contare le migliaia di specie precedentemente non descritte che si nascondono in bella vista e che cominciano ad essere scoperte grazie al DNA”. Per Joel Cracraft uno degli autori dello studio e membro Dipartimento di ornitologia dell’American museum of natural history di New York, “Stiamo proponendo un cambiamento importante per il modo in cui contabilizziamo la diversità. Questi nuovi numeri ci dicono che non abbiamo contato e conservato le specie nei modi che dovevamo”. La nuova ricerca dimostra che la biodiversità delle specie di uccelli in tutto il mondo potrebbe raddoppiare con una “forchetta” che varia dalle 15.845 alle 20.470 specie. Un aspetto importante anche perché per Robert Zink, un altro degli autori dello studio della School of biological sciences dell’università del Nebraska: “Abbiamo socialmente deciso che l’obiettivo della conservazione è la specie. Quindi ne consegue che dobbiamo davvero essere chiari su ciò che è una specie, quante ce ne sono e dove si trovano”. Assieme ai nuovi diritti degli animali e forse tempo di prendere in considerazione anche una nuova tassonomia.

Alessandro Graziadei

sabato 14 gennaio 2017

Si muore di povertà, non di freddo!

Dei senzatetto si parla solo quando muoiono di freddo e in queste settimane, quindi, se ne è parlato tanto. Ma queste persone, che la vita ha spesso rovesciato in strada, muoiono veramente solo di freddo? Per Cristina Avonto, presidente di Fio.PSD, la Federazione italiana che da 30’anni riunisce gli organismi che si occupano di persone senza dimora “Si parla delle persone senza dimora solo quando muoiono per il freddo, ma se si lavorasse in una logica di programmazione, durante tutto l’anno, quando arriva l’inverno non si sarebbe in questa situazione”. L’impressione che ho ascoltando le sue parole è che oggi in Italia si muore ancora di povertà e non tanto di freddo e che “Interventi strutturali durante l’anno, promozionali all’uscita dall’homelessness” dovrebbero rappresentare un antidoto a questo processo di esclusione sociale . “Adesso diamo il tè caldo e le coperte e si fa tutto quello che è possibile per aiutare chi è in strada. Ma non si può aspettare il freddo per intervenire”, ha spiegato l’Avonto la scorsa settimana nel pieno dell’emergenza metereologica che ha colpito l’Italia, perché a fronte di una situazione climatica come quella attuale era più che prevedibile che ci “scappassero i morti”, soprattutto se ci si occupa di questi temi solo quando arriva l’emergenza freddo.

Oggi in ogni città ci sono Piani freddo che prevedono interventi salvavita per chi è in strada, “forse il Sud è meno preparato a queste temperature mentre al Nord un po’ dappertutto si aprono strutture con posti letto per accogliere chi è in strada”, ha precisato l’Avonto, ma ci sono in ogni caso molte persone che non accedono a questi servizi. “Sono i migranti senza permesso di soggiorno o che non si rivolgono alle strutture che non lo richiedono per entrare per paura di essere identificati e le persone particolarmente in difficoltà ovvero quelle che sono da più tempo in strada che, spesso, associano alla condizione di senza dimora problematiche legate alla salute mentale”, ha aggiunto l’Avonto. Il numero di queste ultime secondo le stime di Fio.PSD “è in aumento perché, spesso, i servizi non sono promozionali all’uscita dalla condizione di senza dimora, ma tendono a cronicizzare la situazione”.

Per questo motivo per la presidente della Fio.PSD “Servono servizi promozionali all’aggancio della persona in strada e all’uscita dalla condizione di senza dimora, servizi che siano realmente di tutela e di tregua rispetto alla strada, cosa che a volte i dormitori non sono”. Con le stesse risorse economiche messe in campo per l’emergenza, infatti, è possibile riconvertire i servizi e puntare sull’housing first, il passaggio cioè dalla strada alla casa, “un obiettivo alto, ma vanno bene anche le situazioni intermedie, come l’abitare sociale o altre forme che restituiscano la dignità e l’umanità alle persone”. Iniziative come quelle dell’associazione Piazza Grande, che a Bologna si occupa di senza dimora e gestisce l’Help Center della stazione e il servizio mobile, che ha inserito “operatori sanitari e psicologi nelle unità di strada”, rappresentano per la Avonto “un servizio importante per agganciare le persone in strada. L’erogazione di beni materiali, tè e coperte, non è sufficiente ma deve essere uno strumento per incontrare la persona. Da questo punto di vista, gli operatori devono avere la capacità di percepire la pericolosità della situazione e valutare le condizioni in cui si trova la persona per poi agganciarlo”.

Di fronte al picco del gelo anche il Progetto Arca ha potenziato a Milano i suoi servizi a disposizione delle persone senza fissa dimora. I centri di accoglienza sono in questi giorni aperti 24 ore su 24 e le unità di strada sono attive nel centro e nelle periferie di 7 giorni su 7. A questi servizi si aggiunge un’unità mobile di emergenza disponibile per le segnalazioni più urgenti. Accanto a questi servizi straordinari c’è poi il lavoro quotidiano messo in atto per l’accoglienza e l’assistenza con 4.500 pasti caldi distribuiti gratuitamente e 2.000 posti letto offerti ogni giorno a Milano, Roma, Torino, Napoli, Ragusa le città dove Progetto Arca è presente. Anche per Alberto Sinigallia presidente di Fondazione Progetto Arca, l’emergenza però deve lasciare il posto a politiche volte a "prevenire il processo di impoverimento, che in questi anni ha subito una fortissima accelerazione e sempre più spesso non coinvolge solo i singoli ma intere famiglie”. Offrire un letto e un pasto insomma non basta più: "il Terzo settore ha il compito di intervenire prima che sia troppo tardi per evitare l’emarginazione e favorire la più rapida integrazione sociale”.

Per questo a Milano il Progetto Arca, all’interno di una pianificazione che con la regia del Comune di Milano prevede circa 2.700 posti letto a disposizione dei senza dimora fino a metà marzo, ha da poco dato vita a un progetto pilota di “Case sociali” che ha messo a disposizione 5 appartamenti in grado di ospitare 20 persone, pensati per accogliere e restituire stabilità soprattutto alle famiglie in condizioni di gravi indigenza, ma anche ai singoli realmente motivati a risollevarsi e a intraprendere un’esperienza di autonomia abitativa. Un progetto innovativo di housing sociale che, attraverso formule di coabitazione e grazie al sostegno di uno staff educativo, affianca le persone in un reale percorso di reintegro sociale e lavorativo inspirato proprio ai principi dell’housing first promosso dalla Fio.PSD. Per Stefano Galliani, responsabile dell’area servizi per le persone senza dimora e famiglie in difficoltà di Progetto Arca “Non è proprio l'housing first. Ma è importante l’idea, il concetto di essere accolti non da un’istituzione come un dormitorio, ma in un appartamento”. Inutile dire che in poche settimane dall’avvio del piano freddo le strutture sono già piene e gli appartamenti e i servizi sono al massimo delle loro possibilità.

Anche a Roma dall’Elemosineria apostolica, per volontà di papa Francesco, sono stati aperti dormitori 24 ore su 24 e per i senza fissa dimora che non vogliono muoversi da dove stazionano di solito, sono stati distribuiti sacchi a pelo speciali, resistenti fino a 20 gradi sotto zero e auto. Le automobili per motivi di sicurezza non si possono lasciare accese la notte, ma come rifugio sono risultate fondamentali, come nel caso di una senzatetto di 85 anni che staziona in Piazza della Città Leonina, a ridosso delle mura vaticane, e che in queste notti ha dormito nella Fiat Qubo dell’elemosiniere pontificio. “Vista l’emergenza abbiamo messo a disposizione anche le nostre auto - ha spiegato monsignor Konrad Krajewski - per dormirci dentro la notte e anche se nei dormitori non ci sono più i posti letto, chiunque bussa viene accolto e può restare al caldo, ricevendo tè, caffè e da mangiare”. Attualmente collaborano con l’Elemosineria anche i soldati dell’Esercito, mentre per tutto l'anno c’è una squadra di Guardie Svizzere che ai senza dimora porta minestre calde, tramezzini e cioccolata calda. Non si tratta di housing first o di quel percorso di uscita dalla povertà inseguito dalla Fio.PSD, ma certo è anche questo un primo passo per non parlare di “freddo assassino”.

Alessandro Graziadei