domenica 20 maggio 2018

“Se la vita è un viaggio noi vogliamo farlo in bicicletta”

C’è un altro Giro d’Italia ad animare la primavera del Belpaese. Non arriverà il 27 maggio a Roma con una sola maglia rosa impegnata a confermarsi alla testa del gruppo nell’ultimo circuito cittadino e dopo 3.562 Km, ma con tante "maglie rosa" tutte assieme il 23 maggio a Mazzaro del Vallo dopo “soli” 3.000 Km. È la staffetta Life - In marcia per la vita, giunta quest'anno alla sua decima edizione ed organizzata dall’Associazione Sport e Comunità, benemerita del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (Coni), dove a pedalare ogni giorno in tappe giornaliere di circa 100 Km, sono stati i ragazzi e le ragazze delle comunità italiane che hanno avviato un percorso per uscire della tossicodipendenza. Partita da Asti il 21 aprile, l’edizione 2018 di questa particolare staffetta ha attraversato l’Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi del disagio giovanile e raccontare l’impegno di chi si cura dalle dipendenze anche attraverso lo sport, un’attività spesso utile nella prevenzione dell'abuso di droghe e più in generale verso tutte le condotte disfunzionali dei più giovani.

Come ogni anno Life – In marcia per la Vita è stata l’importante testimonianza di chi ha deciso di provare a curarsi ed un invito a non stigmatizzare e ignorare i problemi legati alla tossicodipendenza. Per questo l’incontro lungo le strade d’Italia con le tante persone non sempre a conoscenza dell’importante impegno di molte strutture nel recupero dei giovani attraverso lo sport è stato fondamentale. “Promuovere e valorizzare la pratica dello sport e l'attività motoria sono fattori determinanti per la salute e il benessere delle persone e delle comunitàha ricordato l'assessore al Diritto alla salute, al welfare e all'integrazione socio-sanitaria della Regione Toscana Stefania Saccardi durante le tappe toscane di inizio mese. “Lo sport è salute, aiuta nel recupero della forma fisica e dell'equilibrio psicologico. Ma non solo. Aiuta a costruire relazioni significative, favorisce l'inclusione sociale, educa al rispetto delle regole, alimenta il senso di comunità e di appartenenza”.

Certo lo sport da solo non basta davanti una piaga sociale dai numeri ancora importanti. In Toscana, per esempio, nel 2017 sono state 16.697 le persone in carico ai servizi sanitari per problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti. Le persone con problemi di alcol dipendenza sono state invece 5.338; 3.500 le persone con problemi di dipendenza da tabacco; 1.465 le persone con problemi di gioco d’azzardo patologico; 1.000 i detenuti tossico o alcol dipendenti; 1.120 le persone tossico o alcol dipendenti che hanno usufruito di percorsi assistenziali nelle comunità residenziali e semiresidenziali. Per invertire questa tendenza è fondamentale non solo l’impegno delle comunità terapeutiche, ma anche l’impegno della Regione, dello Stato e della società civile, attori indispensabili per contrastare tutte le tipologie di dipendenze. Per questo l’organizzazione della marcia attraverso il meccanismo della staffetta ha voluto rinforzare la consapevolezza che il cammino di questi determinati ciclisti è interdipendente alla sensibilità e all’attenzione di una cittadinanza capace di accompagnare e condividere con loro le medesime finalità, anche se alla fine gli “unici” protagonisti del proprio destino sono stati quei ciclisti che, decise ad uscire dalla tossicodipendenza, sono saliti sopra una bici e con impegno e tenacia hanno provato a raggiungere il loro obbiettivo.  

“Il percorso si pone la finalità di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi del disagio giovanile e del ricorso alle droghe - ha spiegato Claudio Ciampi, presidente dell'associazione Sport e Comunità - ma anche di aprire le comunità e i centri pubblici e privati impegnati nel recupero di tanti giovani al confronto con le associazioni sportive e la gente”. In questo senso, per i protagonisti di questo particolare “Giro d’Italia”, la bicicletta non è stata competizione, ma un’occasione, “uno strumento che ci permette di conoscersi esplorando il mondo. Life ci ha permesso, in questi anni, di incontrarci con centinaia di persone che ci hanno mostrato solidarietà e hanno condiviso con noi una parte del nostro percorso”. “Se la vita è un viaggio noi vogliamo farlo in bicicletta” hanno spiegato i protagonisti prima di mettersi in sella il 21 aprile. 

Questa bella e riuscita iniziativa mi ha ricordato il documentario di Mirko Giorgi, Alessandro Dardani che ho avuto la fortuna di vedere lo scorso mese in occasione del Trento Film Festival. “La madre del nervi” racconta la storia di Alice, Lucia, Hana, Fliutra e Giselle, ragazze madri con gravi problemi di dipendenza dalla droga in cura alla Comunità Aurora di Venezia e impegnate in un protocollo terapeutico rigoroso, in cui sono previste anche attività outdoor come il trekking e soprattutto l’arrampicata. Un modo salutista per spezzare la routine e vivere emozioni forti, ma non solo. L’incontro con Massimo Galiazzo, l’alpinista educatore che a Padova ha fondato Equilibero un’associazione che si occupa di montagnaterapia, le ha accompagnate in un’avventura che ha trasformato il loro rapporto con la montagna in qualcosa che va ben oltre la lezione sportiva e per alcune di loro con risultati riabilitativi sorprendenti. Queste ragazze appese in parete assieme ai molti ragazzi in sella alle loro biciclette hanno saputo testimoniare che dalla droga si può uscire e che insieme, anche con l’aiuto dello sport e a contatto con l’ambiente, lo si può fare ancora meglio. L’augurio è che anche i professionisti del Giro d’Italia possano dire, un giorno, la stessa cosa, magari parlando di doping.

Alessandro Graziadei

sabato 19 maggio 2018

Amianto: in Italia mancano ancora le discariche

La legge n. 257 del 27 marzo 1992 stabiliva in Italia le norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto, vietandone la vendita su tutto il territorio nazionale. A distanza di 26 anni, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inail, in Italia ci sono stati 21.463 i casi di mesotelioma maligno tra il 1993 e il 2012, e questo cancro provocato dall’esposizione all’amianto rappresenta un’epidemia che nei prossimi anni probabilmente continuerà ad aumentare. A tre anni di distanza dall’ultimo report di Legambiente, il quadro più aggiornato in materia è stato fornito sempre dalla ong del Cigno Verde lo scorso mese con il rapporto Liberi dall’amianto?, pubblicato alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alle vittime per malattie asbesto correlate che si celebra ogni 28 aprile. Legambiente in quest’ultimo rapporto ha analizzato i risultati di un questionario inviato a 15 uffici competenti tra Regioni e Province Autonome (mancano all’appello Abruzzo, Calabria, Liguria, Molise, Toscana e Umbria, per le quali sono stati utilizzati i dati 2015) e dal quadro che ne è emerso si può tranquillamente dire che le buone notizie sono poche. 

Sulla base delle risposte date a Legambiente, si capisce che “sul territorio nazionale sono 370mila le strutture dove è presente amianto censite al 2018, per un totale di quasi 58milioni di metri quadrati di coperture in cemento amianto". Di queste 370mila strutture, 20.296 sono siti industriali (quasi il triplo rispetto all’indagine del 2015), 50.744 sono edifici pubblici (il 10% in più rispetto al 2015%), 214.469 sono edifici privati (un 50% in più rispetto al 2015%), 65.593 le coperture in cemento amianto (circa il 95% in più rispetto al 2015%) e 18.945 le altre tipologie di siti (dieci volte di più rispetto a quanto censito nel 2015). Eppure di fronte a questa situazione, le procedure di bonifica e rimozione dall’amianto nel Belpaese sono in grave ritardo, visto che sono solo 6.869 gli edifici pubblici e privati ad oggi bonificati su un totale, ancora sottostimato, di 265.213. Una situazione che non stupisce visto che, mentre il Piano regionale amianto previsto dalla legge 257 deve essere ancora approvato in due regioni, il Lazio e la Provincia Autonoma di Trento, il “Testo unico per il riordino, il coordinamento e l’integrazione di tutta la normativa in materia di amianto”, presentato nel novembre del 2016 al Senato è bloccato da due anni a Palazzo Madama.

A quanto pare sono tre le fondamentali mancanze che ancora impediscono di rendere effettivo il bando dell’amianto dall’Italia: l’assenza di una normativa chiara e univoca in materia, l’assenza dei fondi necessari per le bonifiche, e soprattutto l’assenza delle discariche necessarie per ospitare l’amianto una volta effettuate le bonifiche. Nonostante tutti i proclami e i buoni propositi, infatti, secondo Legambiente e lo stesso Ministero dell’Ambiente, mancano all'appello molte delle discariche necessarie a conferire l’amianto bonificato. Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) “nel 2015 nel nostro Paese sono stati prodotti 369mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto: di questi, 227mila tonnellate sono stati smaltiti in discarica, mentre 145mila tonnellate sono stati esportati nelle miniere dismesse della Germania”, un’opzione che presto non sarà più legale. Per questo per Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente “bonifiche, smaltimento e leva economica devono essere affrontate con la massima urgenza sia a livello regionale che nazionale”.  

Il numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni è particolarmente preoccupante perché incide sia sui costi di smaltimento, che sui tempi di rimozione. Come ha spiegato Legambiente nel report, lo smaltimento rimane infatti l’anello debole della catena visto che le regioni dotate di almeno un impianto specifico per l’amianto sono solo 8 con un totale di 18 impianti: “ma ad oggi gli impianti sono quasi pieni, le volumetrie residue comunicate con i questionari sono pari a 2,7 milioni di metri cubi e sarebbero a malapena sufficienti a smaltire i soli quantitativi già previsti, ad esempio, dal Piano Regionale della Regione Piemonte che stima in 2 milioni di metri cubi le coperture in cemento amianto ancora da bonificare. E non si vede ancora la luce neanche per i nuovi impianti previsti dai vari piani regionali sui rifiuti”. È chiaro che in questo contesto anche le migliori operazioni di bonifica non troveranno sbocchi se continueranno a mancare le discariche.

Secondo Legambiente, che nel dossier raccoglie un contributo dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia) per fare il punto anche sulle alternative alla discarica attraverso l’inertizzazione dell’amianto, “Il livello di industrializzazione di alcune tecnologie è oggi in grado di affrontare questa problematica in maniera tecnicamente soddisfacente”, tuttavia “tutte queste tecnologie sono attualmente molto più costose rispetto al collocamento in discarica”. Lo smaltimento dell’amianto in discariche sembra quindi una prospettiva obbligata ed è un’opzione percorribile e sicura, dato che l’amianto è un minerale che sotto terra torna a fare il minerale e non è più un problema per la tutela della salute pubblica. “Basterebbe rendersi conto che il vero pericolo sta nell’amianto che abbiamo intorno ogni giorno, nelle nostre scuole, nei nostri ospedali, nelle nostre case come su bus e navi. Bonificarlo e smaltirlo in discarica rimane l’opzione migliore a nostra disposizione per metterci al riparo da questi pericoliha concluso l’ong.

Alessandro Graziadei

sabato 12 maggio 2018

L’economia circolare è legge in Europa. In Italia lo sarà?

Ci sono voluti più di tre anni di lavoro, ma alla fine mercoledì 18 aprile il pacchetto legislativo composto di quattro atti sull’economia circolare è stato adottato in via definitiva a Strasburgo dal Parlamento europeo in seduta plenaria. Il testo ora tornerà al Consiglio europeo per un’approvazione formale e dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea darà ai suoi 27 membri 24 mesi di tempo per preparare il recepimento. Con questo pacchetto l’Europa punta con decisione a uno sviluppo economico e sociale decisamente più sostenibile, in grado di integrare le politiche industriali e la tutela ambientale grazie ad un insieme di nuove norme che non porteranno “solamente” ad una rivoluzionaria politica nella gestione dei rifiuti, ma caratterizzeranno una profonda innovazione del sistema produttivo, del modo di recuperare le materie prime e di tutelare le finite risorse del nostro Pianeta. Solo adesso, che i rifiuti diventano per legge una risorsa da utilizzare e non più solo un problema da eliminare, possiamo dire che l’economia circolare è diventa, almeno sulla carta, una delle priorità dell’Unione che è riuscita per la prima volta ad imporre un quadro legislativo unico, condiviso e atteso dal 2015. 

Con questa nuova e articolata norma la quota di rifiuti urbani domestici e commerciali da riciclare passerà per legge dall’attuale 44% al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035, mentre il 65% dei materiali di imballaggio dovrà essere riciclato entro il 2025 e il 70% entro il 2030. La proposta di legge limita la quota di rifiuti urbani da smaltire in discarica a un massimo del 10% entro il 2035, una soglia non impossibile visto che già nel 2014, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato praticamente alcun rifiuto in discarica, a differenza di Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia e Malta che hanno interrato più di tre quarti dei loro rifiuti urbani. Il pacchetto stabilisce inoltre degli obiettivi rigorosi utili per incentivare l’uso di materiali facilmente riciclabili per gli imballaggi leggeri e i contenitori alimentari, come carta e cartone, vetro metallo e legno, mentre  i prodotti tessili e i rifiuti pericolosi provenienti dai nuclei domestici (come vernici, pesticidi, oli e solventi)  dovranno essere raccolti separatamente entro il 2025, così come tutti i rifiuti biodegradabili che potranno essere riciclati direttamente in casa attraverso il compostaggio. Inoltre, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, gli Stati membri dovrebbero ridurre gli sprechi alimentari del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030 agevolando la raccolta dei prodotti invenduti e la loro ridistribuzione in condizioni di sicurezza. 

“L'innalzamento dei target di riciclaggio dei rifiuti urbani e da imballaggio, l'inserimento di un limite di conferimento massimo in discarica, l’estensione degli obblighi di raccolta separata ai rifiuti organici, tessili e domestici pericolosi sono le principali novità di questo pacchetto che sancisce un cambio di passo e di visione che avrà ricadute concrete”, come per esempio “i 600 miliardi di risparmi annui per le aziende, i 617 milioni di tonnellate di Co2 in meno disperse nell’ambiente entro il 2035, e le bollette sui rifiuti più leggere per tutti”ha spiegato la relatrice della legge, l’italiana Simona Bonafè. Questo significa ridurre anche la pressione sul nostro Pianeta per l’utilizzo delle materie prime, passando da un modello economico lineare a un modello circolare in cui la crescita diventa più sostenibile, ma non solo. Per la Bonafè è possibile quantificare l'impatto della nuova normativa anche sull’occupazione: “Ci sono diversi studi che girano: lo studio della Ellen MacArthur Foundation, l’impact assestment della Commissione e il dossier del Parlamento. Sono studi molto simili, che danno range diversi. Se dovessi guardare nel mezzo direi che sono previsti fino a 500 mila posti di lavoro in più, anche se la Commissione ne prevede un milione. Sono posti di lavoro specializzati. Economia circolare significa investire in innovazione e tecnologie. Sono professioni della nuova economia". Sulla crescita del Pil, invece ci sono dati, in particolare quelli del Parlamento, che addirittura dicono che si possa arriva al 7% in più entro il 2035. "A me questo dato sembra ottimistico, ma il 5% credo sia un target raggiungibileha concluso la Bonafè.

Ora tocca al nuovo Parlamento e al futuro Governo impegnarsi per recepire presto e bene anche nella legislazione del Belpaese le nuove direttive, superando l’obiettivo tutto italiano di innalzare solo la raccolta differenziata anziché il riciclo, confondendo così un mezzo col fine da raggiungere, cioè ridurre ii residuo indifferenziato. Nel 2016, infatti, l’Italia smaltiva ancora in discarica 26,9 milioni di tonnellate di rifiuti, circa 123 chili pro capite che corrispondono al 27,64% della quota di rifiuti prodotti. Per Andrea Fluttero, di Fise Unicircular, che rappresenta le “fabbriche dell’economia circolare” che lavorano per valorizzare e reintrodurre nei cicli produttivi materiali che derivano dalla trasformazione dei rifiuti, queste realtà “sono pronte ad un confronto concreto e costruttivo con i legislatori, con l’obiettivo di cogliere i frutti ambientali, economici ed occupazionali di una transizione verso un modello di economia circolare”. Come? Secondo Legambiente, l’Italia può posizionarsi ai primi posti nell’Europa dell’economia circolare perché può già avvalersi “di tante esperienze di successo praticate da Comuni, società pubbliche e imprese private, che fanno della penisola la culla della nascente economia circolare europea”, ma dovrà, in ogni caso, rivedere nei modi e nei tempi giusti la propria legislazione se non vorrà incorrere in altre sanzioni in materia di rifiuti da parte dell’Europa.

Secondo il modello appena preparato da Was, uno dei think tank nazionali di riferimento in fatto di gestione rifiuti che ogni anno produce un Annual Report sul settore curato dalla società di consulenza economico-ambientale Althesyssono cinque le principali azioni da mettere in campo, da qui ai prossimi tre anni dall’Italia, per recepire al meglio la legislazione europea in materia di economia circolare. Occorre passare dalla tassa alla tariffa, introducendo un criterio di equità che premia coloro che gestiscono in modo corretto le risorse riducendo gli sprechi e scoraggiando i comportamenti non virtuosi; favorire i processi di aggregazione ed integrazione delle aziende addette alla raccolta e al riciclo lavorando sulla filiera con efficacia ed efficienza; definire un Piano impiantistico nazionale, riequilibrando la situazione oggi sbilanciata tra Nord, quasi ottimale nel numero di impianti,  e il Sud  che sconta una cronica carenza; promuovere una raccolta differenziata di qualità che faciliti il riuso; e infine realizzare un Piano di comunicazione nazionale per sensibilizzare i cittadini sui benefici concreti di una corretta raccolta, al di là degli aspetti etici, sempre e comunque essenziali per ricordarci che anche dal riciclo nascono rifiuti (a questo punto rifiuti speciali), che sarà necessario limitare ancor prima che saper gestire e smaltire! 

Alessandro Graziadei 

domenica 6 maggio 2018

Mangi plastica! Ma non lo sai…

Una persona inghiotte ogni anno fino a 68.415 minuscole particelle di plastica potenzialmente pericolose. Come? Semplicemente sedendosi a tavola. Ma facciamo un passo indietro. Che la plastica fosse un’invenzione sfuggitaci di mano è chiaro almeno dal 1997, quando Charles Moore, navigatore, ambientalista e fondatore dell'Algalita Marine Research Foundation per la protezione dell’ambiente marino ha cominciato a parlare del “Pacific Trash Vortex”, un disastro ambientale di decine di chilometri quadrati di residui plastici che galleggiano nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico come fossero un sesto continente. Ma il problema non riguarda “solo” la contaminazione dei nostri mari, dove secondo il rapporto “Primary microplastics in the oceans: a global evaluation of sources”, presentato lo scorso 22 febbraio dall’Iucn Global Marine and Polar Programme,“Tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica sversate ogni anno negli oceani sono microplastiche primarie” cioè plastiche quasi invisibili, rilasciate da prodotti domestici o industriali, destinate ad entrare nella catena alimentare, con conseguenze potenzialmente pericolose per la salute animale e umana.

Ma non solo. Buona parte delle plastiche che per anni abbiamo utilizzato per la conservazione alimentare, infatti, contengono già sostanze potenzialmente capaci di destabilizzare il sistema endocrino. Tra gli esempi più noti di interferenti endocrini ci sono quelle sostanze che per contatto passano dalla materia plastica al cibo, come il Bisfenolo A o BPA, vietato nei biberon, ma ancora presente in molti oggetti e utensili da cucina in plastica, come il rivestimento interno di scatole, lattine e bottiglie.  Ad oggi non è ancora chiaro se le persone esposte a dosi sufficientemente elevate di BPA possano subire conseguenze per la salute, ma il rischio esiste e in un rapporto del 2013 lAgenzia nazionale francese per la sicurezza alimentare, sanitaria ambientale e del lavoro (Anses) ha confermato gli effetti negativi della sostanza sulle donne incinte, sottolineato il danno in termini di rischi potenziali nei confronti del feto. Per l’Anses di fatto “L’esposizione materna al Bpa può determinare una modifica nella struttura della ghiandola mammaria del feto e tale cambiamento potrebbe a sua volta favorire lo sviluppo di tumori”.

Nonostante numerosi Paesi abbiano cominciato a vietare l’utilizzo del BPA e molti produttori abbiano iniziato a sostituirlo con il fluorene-9-bisfenolo o BHPF, noi consumatori non possiamo ancora dirci al sicuro. Stando allo studio “Fluorene-9-bisphenol is anti-oestrogenic and may cause adverse pregnancy outcomes in mice”, uscito più di un anno fa su Nature Communications e prodotto da un team di ricercatori cinesi e giapponesi  dell’università di Pechino e dell’università farmaceutica di Gifu, il BHPF sembra essere dannoso come il BPA interferendo anch'esso con i recettori degli estrogeni del corpo. “A differenza del BPA, lo fa senza stimolarli, ma bloccando la loro normale attività […] Il  BHPF testato sulle femmine di topi ha portato gli animali ad avere uteri più piccoli e cuccioli di dimensioni ridotte e a un aumento di aborti rispetto a quelle non sottoposte alla sostanza” si legge nell’indagine. L’analisi chimica di diversi contenitori di plastica di cibo e bevande, che di solito non rivelano informazioni dettagliate sulla loro composizione, se non la vistosa etichettatura “BPA-free”, ha rilevato che il BHPF è stato rilasciato in 23 dei 52 articoli testati, compresi tutti e tre i biberon analizzati.  

Eppure, anche cercando di utilizzare la plastica a scopo alimentare per il più breve tempo possibile, evitando di conservarci cibi caldi, dato che il tempo e il calore facilitano il rilascio di BPA e BHPF o scegliendone direttamente prodotti “BPA e BHPF free”, non siamo ancora al sicuro. Secondo lo studio “Low levels of microplastics (MP) in wild mussels indicate that MP ingestion by humans is minimal compared to exposure via household fibres fallout during a meal”, pubblicato a febbraio su Environmental Pollution da un team di ricercatori britannici coordinati dal Center for marine biodiversity & biotechnology dell’Heriot-Watt University "La plastica, che può provenire per esempio da arredi morbidi e tessuti sintetici, entra nella polvere domestica che cade sui piatti e viene normalmente consumata”. Mettendo durante i pasti delle piastre di  Petri contenenti trappole appiccicose per le polvere sul tavolo da pranzo accanto ai piatti in alcune case campione, i ricercatori si sono accorti che “Alla fine di un pasto di 20 minuti sono stati trovati fino a 14 minuscoli pezzi di plastica nelle piastre di Petri”, quindi “l’equivalente di 114 fibre di plastica che cadevano in media su un piatto per il pranzo, date le sue dimensioni molto più grandi”. La conclusione degli scienziati britannici è che “Una persona inghiotte fino a 68.415 fibre di plastica potenzialmente pericolose all’anno, semplicemente sedendosi a  mangiare” e “indipendentemente dal cibo che consuma”.

In particolare il team di ricercatori ha cercato di confrontare le fibre di plastica presenti in alcuni campioni di cozze con quelle presenti in un pasto medio di una famiglia rintracciando “meno di due microplastiche in ogni cozza, che potrebbero essere collegate all’ambiente marino”. Per Ted Henry, docente di tossicologia ambientale all’Heriot-Watt e principale autore dello studio, “Alcune persone potrebbero aspettarsi che le fibre di plastica nei frutti di mare siano più alte di quelle presenti nelle polveri domestiche”, ma in realtà “Le fibre di plastica trovate nei pasti cucinati in casa non provengono dal cibo o dall’ambiente di cottura, ma dalla polvere domestica. Mangiare è la via principale con cui gli esseri umani possono ingerire questa polvere, oltre a respirarla dall’aria” e berla nell'acqua del rubinetto. A quanto pare oggi la maggior parte delle microfibre di plastica che mangiamo e respiriamo arrivano da pneumatici, tappeti, arredi, vestiti sintetici, cosmetici… tutti oggetti quasi insostituibili che rendendo la battaglia contro la contaminazione da plastica già persa in partenza, se non verrà combattuta con norme stringenti e l’utilizzo di materiali alternativi. 

Alessandro Graziadei

sabato 5 maggio 2018

Alluminio in tutte le salse

Non è la prima volta che mi chiedo cosa ne penserebbe degli attuali rischi alimentari Pellegrino Artusi (1820-1911), il famoso scrittore, critico letterario e soprattutto fine gastronomo italiano che con quel capolavoro di storia alimentare e ricette che è “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene ha fatto la storia della cucina italiana ed è stato l'ispirazione della marmellata più buona che mia mamma (e sicuramente più modestamente anch’io) abbia mai prodotto: quella “Conserva di aranci” realizzata secondo la ricetta ottocentesca raccontata  a pagina 655 del suo capolavoro ancora oggi edito da Einaudi. Ai tempi dell’Artusi, in Italia, se sicuramente erano molte di più le vittime della listeriosi e ancora molti i progressi da fare nel campo della nutrizione, i rischi alimentari sembravano molti meno, a cominciare dalla contaminazione da alluminio, che a differenza di altri metalli come il ferro ed il magnesio, non ha alcuna funzione nel metabolismo dell’uomo, all'interno del quale non dovrebbe essere rappresentato nemmeno in tracce. 

Eppure la presenza di questo minerale nell'organismo umano, che deriva da una contaminazione non necessaria che avviene prevalentemente per via alimentare, incomincia ad essere riconosciuta come sensibile e pericolosa anche dall’Associazione Culturale Pediatri (ACP) sulla sua rivista Quaderni ACP, in un ampio approfondimento a più voci uscito alla fine del 2017 e dal titolo “Contenitori per cibo e bevande in alluminio: un rischio per la salute?”. Per l’ACP “L’alluminio è uno dei metalli con una riconosciuta potenziale pericolosità per la nostra salute, interferisce con diversi processi biologici (stress ossidativo cellulare, metabolismo del calcio, etc.), pertanto può indurre effetti tossici in diversi organi e sistemi: il tessuto nervoso, il sistema emopoietico e l’osso sono i bersagli più vulnerabili”. Se diversi studi in passato suggerivano che l’alluminio, per la sua neurotossicità, potesse contribuire all’insorgenza della malattia di Alzheimer, le più recenti pubblicazioni non hanno prodotto dati significativi a sostegno del diretto coinvolgimento dell’alluminio nella genesi di questa malattia, ma hanno confermato il suo ruolo attivo nella morte neuronale a livello cerebrale, per cui non va escluso un suo ruolo importante nell’aggravare o accelerare i sintomi e l’insorgenza di molte patologie neurodegenerative umane.

Ma come avviene questa contaminazione? L’alluminio è oggi un minerale frequentemente utilizzato dall’industria alimentare. Grazie alla sua morbidezza, elasticità e resistenza all’ossidazione, è il più adatto alla produzione di numerosissimi prodotti, da solo o sotto forma di leghe. Tra questi ci sono pentole, lattine, tubetti, fogli di alluminio e contenitori di ogni genere che vengono a contatto con bevande e cibi dai quali potenzialmente questa sostanza può migrare negli alimenti. Ma composti di alluminio sono usati anche come additivi per il cibo con i codici E520 a E523 (solfato di alluminio, di alluminio e sodio, di alluminio e potassio, di alluminio e ammonio) e possono essere utilizzati come cristallizzanti e per promuovere la precipitazione delle proteine o per rafforzare la struttura dei vegetali durante la lavorazione in diversi alimenti come per esempio l’albume d’uovo in polvere, la birra, la frutta e la verdura candite. Inoltre l’alluminio si trova naturalmente anche nell’acqua potabile e in alcuni alimenti. “Possiamo pertanto dividere l’esposizione umana a questo minerale in due categorie: da alluminio intrinsecamente contenuto negli alimenti e da alluminio non alimentare, con additivi oppure da migrazione da materiali a contatto con il ciboha spiegato l’ACP. 

Per questo “Sono stati fissati dall’Agenzia Europea per la sicurezza alimentare (EFSA) dei limiti di cautela, corrispondenti ad una dose settimanale tollerabile (Tolerable Weekly Intake) pari a 1mg/ kg di peso corporeo alla settimana, corrispondente a 70mg di allumino a settimana per un adulto di 70kg e a 15mg per un bambino di 15 chili di peso” ha ricordato l’approfondimento dell’ACP. Siamo salvi quindi, visto che tutti si atterranno ad un contenuto di alluminio rigorosamente “a norma di legge”? Purtroppo no! Anche ammettendo che tutti rispettino la legge c’è un fattore che il legislatore, non solo nel caso dell’alluminio, raramente tiene conto e cioè che le contaminazioni da alluminio possono arrivare da molti prodotti diversi e in molto modi diversi mettendo seriamente in pericolo quella soglia di sicurezza pari a 1mg/ kg di peso corporeo alla settimana. Per esempio, anche se la quantità massima di alluminio che può migrare da qualsiasi materiale utilizzato a contatto con i cibi (Specific Release Limit) è stata regolamentata per legge nel 2013, ed è pari a 5 mg per kilogrammo o litro di prodotto alimentare, quasi tutti i programmi di monitoraggio messi in atto per controllare il rispetto di questa norma hanno dimostrato degli sforamenti nella quantità di alluminio trasferita nei nostri cibi.

Pur ricordandoci che i contenitori in alluminio rappresentano sempre un sistema di conservazione degli alimenti più sicuro per la salute rispetto a quelli plastici, che non dovrebbero essere utilizzati per il documentato e frequente passaggio nel cibo di sostanze note come interferenti endocrini, la consuetudine di utilizzare contenitori e fogli di alluminio per la conservazione e la cottura dei cibi andrebbe limitata ai cibi freddi, non acidi o salati e andrebbe scoraggiato anche l’utilizzo di bevande acide in lattina come tè, bevande gassate e succhi di frutta. In caso contrario il Tolerable Weekly Intake o lo Specific Release Limit  rischiano di essere facilmente superati e soprattutto nei bambini questo potrebbe determinare dei livelli di alluminio superiori alle dosi raccomandate, provocandone il bioaccumulo con conseguenze negative sulla salute.  Così se una volta “La scienza in cucina…” era l’arte di mangiar bene, oggi è quella utile per eliminare ciò che non ci serve, come l’alluminio, che inconsapevolmente ingeriamo tutti i giorni e in tutte le salse.

Alessandro Graziadei

domenica 22 aprile 2018

Quando la biomassa fa rima con minaccia?

Il legno è uno dei materiali più ecologici: ha un ottimo bilancio energetico, è biodegradabile, se trattato correttamente non inquina e può essere riciclato, tuttavia la sua combustione rappresenta sempre una significativa minaccia alla riduzione delle emissioni di gas serra. Uno dei primi allarmi scientificamente provati porta la firma del Dipartimento di Energia e cambiamenti climatici (DECC) del Regno Unito e risale al 2014. Secondo il rapporto del DECC nel 2020 “circa il 10% dell'elettricità prodotta nel Regno Unito dovrebbe provenire da biomasse legnose provenienti dal Nord America che rischiano di emettere più carbonio della generazione elettrica a carbone”. Se, infatti, la soglia di 200kg CO2 per megawatt è il criterio di sostenibilità adottato dal Regno Unito per l'energia elettrica da biomasse, l’energia elettrica prodotta con le biomasse provenienti dai boschi del Nord America è compresa tra 1.270 e i 3.988 kg di CO2 per megawattora, ossia più di quella del carbone e ben oltre la soglia tollerata dal Regno Unito.

Gruppi ambientalisti come l’inglese RSPB, Greenpeace e Friends of the Earth hanno più volte criticato la sostenibilità della biomassa del Nord America, indicando un crescente numero di studi scientifici che mettono in guardia dall’impiego di biomasse provenienti da boschi che vengono sempre più spesso abbattuti ad una velocità maggiore del tempo di rigenerazione naturale, producendo così emissioni maggiori rispetto alle tradizionali tecnologie a combustibili fossili. Recentemente lo studio scientifico “Not Neutral Carbon: Valutazione dell'impatto netto delle emissioni di residui bruciati per la bioenergia”, firmato da Mary S. Booth e pubblicato lo scorso 21 febbraio su Environmental Research Letters, sembra dimostrare che anche quando vengono bruciati solo gli scarti legnosi (cosa che attualmente non sempre accade) le biomasse contribuiscono ad aumentare l’effetto serra. 

Lo studio ha esaminato gli impatti netti delle emissioni di CO2 dalle biomasse bruciate nelle centrali elettriche statunitensi e i pellet a base di legno che vengono bruciati per sostituire il carbone nella gigantesca centrale elettrica Drax del Regno Unito e in altre centrali elettriche europee. Lo studio si è concentrato sullo scenario più ottimista, analizzando solo la combustione delle cime degli alberi e dei rami abbandonati durante le operazioni forestali che è da sempre considerata neutrale, in quanto questi materiali si decomporrebbero comunque, se lasciati in foresta. Ebbene, lo studio di Mary S. Booth sfata questa leggenda che la CO2 che la legna emette bruciando sia la stessa che è stata assorbita durante la crescita dell'albero e dimostra che anche quando le centrali elettriche bruciano i “residui di legno” escludendo gli alberi tagliati appositamente, le emissioni nette di CO2 sono significative. In realtà interi alberi e spesso intere foreste sono abbattuti per la produzione di energia e di pellet, arrivando a sradicare perfino i ceppi degli alberi abbattuti, con evidenti danni alla tenuta del suolo.

Lo studio ci fa capire che anche supponendo che i materiali bruciati siano veri residui, "circa il 95% della CO2 emessa rappresenta un’aggiunta netta all'atmosfera per decenni", visto che tutte queste strutture consumano decine di milioni di tonnellate di legname all’anno. “Per evitare un pericoloso riscaldamento climatico è necessario ridurre immediatamente le emissioni di CO2 nel settore energetico”, ha spiegato Mary Booth. “Questa analisi mostra che le centrali elettriche che bruciano legno e pellet derivati dai residui sono una fonte netta di inquinamento da carbonio garantita per i prossimi decenni, e lo sono proprio ora, che è più urgente ridurre le emissioni". Di fatto le centrali elettriche Drax e altre centrali a legna americane ed europee emettono più o meno la stessa CO2 per megawattora di quando bruciano carbone, ma dato che le biomasse sono considerate “neutrali” gli incentivi governativi a favore delle energie rinnovabili che ricevono le rendono particolarmente competitive.

Nel 2015 il Regno Unito ha investito 809 milioni di sterline (circa 1,2 miliardi di dollari) in sussidi per le energie rinnovabili alle biomasse, un settore economico che cresce molto più del solare e dell’eolico. Questo accade perché le emissioni di CO2 prodotte dalle centrali a biomassa sono conteggiate in modo da sembrare idonee ai programmi di finanziamento per il contenimento del carbonio e possono usufruire dell’erogazione dei sussidi per le energie rinnovabili. Come anticipato anche dal Dipartimento di Energia e cambiamenti climatici (DECC) del Regno Unito nel  2014, lo studio di Booth ci conferma invece che la combustione di legna per l'energia non è compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per ridurre l'inquinamento di carbonio nei prossimi decenni e l’uso della bioenergia nei livelli previsti ed incentivati fino ad oggi provocherà un aumento delle emissioni globali di CO2 di circa 9 miliardi di tonnellate all’anno. 

Come se non bastasse, oltre al fatto che con l’utilizzo di combustibili fossili come carbone e petrolio il bilancio di CO2 prodotto dalla biomassa non è migliore, le emissioni di polveri sottili, NOX e monossido di carbonio possono essere addirittura più elevate e devono quindi essere trattate in appositi camini prima di venir rilasciate in atmosfera. Un quadro che deve cominciare a suggerire alla politica nazionale ed europea l’opportunità di fermare il supporto a tutte quelle bioenergie che, nonostante un processo più o meno evidente di “greenwashing” da noi inconsapevolmente finanziato, si rivelano in realtà insostenibili.

Alessandro Graziadei

sabato 21 aprile 2018

Italiani: una comunità sostenibile?

Il network LifeGate in collaborazione con l’istituto di ricerca sociale Eumetra MR  ha presentato il 22 marzo scorso a Milano il quarto Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile (Ons), un’indagine sul livello di conoscenza, di consumo e di acquisto della popolazione italiana relativamente alle tematiche della sostenibilità e dalla quale emerge che gli italiani sono sempre più una comunità sostenibile, tanto che 3 su 4 di noi “sanno quanto conta la sostenibilità, quanto sia ormai imprescindibile e intrinseca nelle nostre azioni quotidiane”. L’indagine rivela come la sostenibilità appassioni sempre più italiani ed è percepita come un codice di condotta comune in grado di influenzare tutte le abitudini quotidiane. Gli italiani appassionati e interessati al tema sono quasi 10 milioni in più rispetto al 2017 e tra queste nuove leve ci sono i giovani visto che “coloro che mostrano il maggior interesse verso il tema hanno un’età compresa tra i 18-34 anni, diplomati o laureati, studenti, impiegati o docenti”.

Dall’indagine risulta che ben l’86% degli italiani è più motivato a intraprendere uno stile di vita sostenibile per tutelare il pianeta e per conservare gli spazi incontaminati, oggi sempre più minacciati: “L’interesse alla sostenibilità rilevato nel 2016 a seguito di EXPO che si è consolidato l’anno scorso, nel 2018 ha ripreso la crescita con un trend del +15%” -  ha spiegato Renato Mannheimer di Eumetra MR -. Ora i concetti veicolati hanno avuto modo di essere fatti propri e sono stati trasferiti nella pratica quotidiana”. Così, anche se molti dei più comuni comportamenti di singoli cittadini e molte delle decisioni politiche ed amministrative sembrerebbero contraddirlo, la sostenibilità piace nel Belpaese tanto che: “Il 95% degli italiani ritiene che anche il governo dovrebbe investire di più in fonti di energia rinnovabile e abbandonare fonti fossili come petrolio e carbone”. A conferma dei dati emersi nella precedente edizione gli investimenti in energia rinnovabile continuano ad essere prioritari per la popolazione, riscontrando consensi nel 96% degli italiani. A pari merito, l’investimento in mezzi pubblici per evitare l’uso dell’auto, e al secondo posto il sostegno per l’agricoltura biologica importante per l'85% degli intervistati.

Un 81% di italiani si dichiara "sostenibile" soprattutto in casa e sono proprio i prodotti legati alla gestione delle mura domestiche quelli per i quali gli italiani sono disposti a spendere di più. In particolare, cresce vertiginosamente l’attenzione per la raccolta differenziata “che coinvolge, oggi, il 92% della popolazione” mentre “l’utilizzo di elettrodomestici a basso consumo energetico sale al 70%”, dati che secondo il rapporto di Eumetra MR registrano quasi 20 punti percentuali in più rispetto al 2017. Ma gli italiani si rivelano una “comunità sostenibile” anche a tavola, visto che “il 35% predilige alimenti a km zero, mentre il 19% consuma alimenti biologici” sostenendo per alimentarsi un prezzo sensibilmente più alto. Quando si tratta invece di orientare le scelte per la mobilità e il tempo libero? Anche in questi campi si registrano delle sorprese con la crescita negli italiani di “una maggior propensione all’acquisto di auto elettriche o ibride (22%)”, mentre il 33% della popolazione dichiara di evitare di usare l’auto per ridurre l’inquinamento e di preferire un turismo responsabile: “oggi il turismo green coinvolge 2,5 milioni di italiani, 530 mila in più rispetto al 2017,  che preferiscono organizzare un viaggio di scoperta e relax sostenibile, piuttosto che tradizionale”.

Per l’amministratore delegato di LifeGate, Enea Roveda, “che la crescita dell’interesse degli italiani verso questi temi sia arrivata al 74% è un dato estremamente importante e dev’essere motivo di sprono per aziende e istituzioni a migliorare” oltre a rovesciare quell’immagine dell’Italia individualista e non certo leader in Europa nel campo della sensibilità ecologica. L’indagine, infatti, ha coinvolto una "comunità sostenibile" di 37,4 milioni di persone, il 15% in più dello scorso anno e addirittura il 31% in più rispetto alla prima indagine dell’Osservatorio nel 2015. Forse siamo troppo attirati sempre e solo dalle notizie negative, ma quelli ricordati nell’Ons sono dati importanti ed è chiaro che siamo di fronte a un cambiamento che riguarda un’intera società, ormai sempre più attenta e consapevole al fatto che solo adottando uno stile di vita meno dissennato potremmo lasciare alle future generazioni una “casa comune” ancora accogliente. 

Il consiglio di LifeGate? Questa green society offre certamente "nuove opportunità di crescita e di mercato", ma anche nuove occasioni per “fare comunità”. Per questo “La prossima volta che invitate a cena gli amici, non trattenetevi. La sostenibilità non è uscita dallo stereotipo dell’argomento di nicchia, che interessa solo poche persone appassionate e decise, con valori troppo marcati per essere popolari. Stupitevi, lanciando uno spunto di discussione, nello scoprire che la sostenibilità è in grado di unire, coinvolgere e stimolare molto più di quanto pensiate”. Sta in questo passaggio e nel farlo seguire dai fatti, ciò che serve al nostro Paese per seguire l’esempio virtuoso di altri Paesi europei che hanno puntato molto su una comunità di cittadini sempre più consapevolmente votata allo sviluppo sostenibile. Ora tocca anche alla politica del Belpaese prenderne atto. E in fretta!

Alessandro Graziadei

domenica 15 aprile 2018

La forma dell’acqua? La carenza…

La forma dell’acqua” è l’ultimo successo cinematografico del regista Guillermo Del Toro, una storia d'amore che ruota attorno alla diversità dei protagonisti e all’acqua quale elemento fondamentale per far “emergere” il messaggio antirazzista della storia. Fuori dalla metafora offerta da Del Toro con la sua pluripremiata pellicola, la forma di questo elemento essenziale per la vita sulla terra è diventata la sua carenza, un problema sempre più pressante per l’intera umanità e che deve oggi fare i conti con un consumo globale aumentato di 6 volte in 100 anni, cioè due volte più della crescita demografica globale. Sempre più spesso si sente così parlare di "stress idrico", un problema che si verifica quando la domanda d’acqua non può essere soddisfatta a causa dei limiti di accesso alla risorsa e il calo nella sua disponibilità o della sua qualità. Un problema esacerbato dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento, dagli interessi delle multinazionali, dall’assenza di risorse finanziarie e infrastrutturali, oltre che dalla spesso totale assenza di una gestione politica oculata e pubblica di questo prezioso bene comune.

Per questo durante l’ultimo World Water Forum, conclusi lo scorso 23 marzo a Brasilia, il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, ha ricordato al mondo che oggi i “Due terzi della popolazione mondiale soffrono di gravi penurie di acqua durante almeno una parte dell’anno. Questo ha un impatto particolarmente pesante sulle persone che dipendono dall’agricoltura e alcuni, in particolare i più poveri, non vedono altra alternativa che la migrazione e la ricerca di mezzi di sussistenza migliori. Ma la migrazione dovrebbe essere una scelta e non l’unica opzione che resta a causa dell’assenza d'acqua”. Una riflessione che ben sintetizza il recente studioWater stress and human migration: a global, georeferenced review of empirical research” presentato proprio in quest’occasione in Brasile da Fao, Oregon State University e  Global Water Partnershipnel quale sono stati messi a fuoco i legami tra l’acqua e le migrazioni analizzando i risultati in termini di dati demografici, temperature di superficie e  precipitazioni di oltre 100 rapporti dettagliati sul tema.

Secondo Eduardo Mansur, direttore della divisione terre e acque della Fao, “Analizzare le tendenze relative alla penuria di acqua e impegnarsi nella prevenzione sono azioni particolarmente importanti che permettono di intervenire in tempo ed attenuare le pressioni che provocano le migrazioni forzate. Di fronte a un disagio su vasta scala, permettere un adattamento proattivo prevenendo il rischio di crisi idriche è una strategia più efficace e sostenibile che offrire una risposta umanitaria a posteriori”. In questo quadro il rapporto fa notare come anche l’impatto dei migranti sullo stress idrico delle regioni verso le quali migrano merita un’attenzione particolare, visto che molti insediamenti informali votati all’accoglienza dei migranti “comportano spesso un utilizzo inefficace dell’acqua, che danneggia i cicli idrologici locali, perturbando i sistemi tradizionali di conservazione dell’acqua”.

Che fare? Per il team dell’Unesco che a Brasilia ha presentato il “World Water Development Reportesistono delle alternative già disponibili per fare in modo che la natura venga utilizzata per migliorare la gestione delle risorse idriche, e si basano principalmente sulla conservazione e la tutela degli ecosistemi naturali. Secondo Stefan Uhlenbrook, coordinatore dello studio “la natura sa cosa fare, ma ci sono dei limiti su quanto possiamo sfruttarla. Presto l’ecosistema avrà raggiunto la sua capacità di sopportare tutto il degrado che si sta verificando”. Per questo occorre proteggere i nostri sistemi idrici “informando meglio la popolazione e migliorarondo le partnership con i governi e gli investitori” perché anche per attivare le soluzioni più naturali “è necessario un sostegno finanziario che non è sempre sufficiente”. Oggi il cambiamento climatico va di pari passo con il cambiamento del ciclo idrologico e i costi delle catastrofi naturali sono aumentati drammaticamente rispetto agli anni ’90. Per questo ha concluso Uhlenbrook “I governi nazionali non dovrebbero avere un budget basso quando fanno investimenti nelle infrastrutture idriche. La prevenzione è sempre più economica” e anche "l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu saranno raggiunti solo se sarà pienamente compresa la relazione di causa ed effetto tra l’acqua e gli altri settori”.

Un avvertimento che riguarda anche il Belpaese visto che il 2017 ha rappresentato per l’Italia un anno di grande siccità, con precipitazioni ridotte e anche l’anno in corso mostra criticità: “Il paradosso non più sostenibile - ha spiegato Massimo Gargano, direttore generale dell’ Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi) - è che, nonostante il maltempo e le abbondanti nevicate, il bilancio idrico del Paese resta deficitario anche nel 2018 e si guarda sempre più spesso con preoccupazione all’arrivo della bella stagione”. Per questo i Consorzi di bonifica, unitamente alle Autorità di distretto idrografico ed agli enti territoriali, si stanno adoperando per fare fronte ad una situazione di “costante e latente emergenza”. I dati diffusi il 14 marzo dall’Anbi indicano che, al Nord, tutti i grandi laghi restano sotto la media stagionale con i bacini d’Iseo e di Como addirittura sotto lo zero idrometrico. Non va meglio al Sud, dove i bacini segnano livelli largamente inferiori a quelli degli anni scorsi specialmente in Sicilia, “dove i principali invasi contengono poco più di 89 milioni di metri cubi d’acqua contro gli oltre 400 milioni di un anno fa e addirittura i quasi 593 milioni del 2010”. 

Per l’Anbi ogni occasione è buona per ricordare alla politica la necessità di superare le lentezze burocratiche e avviare concretamente il Piano nazionale invasi, un cui primo finanziamento è già previsto nella Legge di Stabilità 2018. “Snellire la burocrazia, monitorare le ragioni dei ritardi di pianificazione, un'efficace programmazione ed operatività: sono tutti obiettivi da raggiungere in fretta” per promuovere uno sviluppo che passa anche dalla difesa del suolo e dalla disponibilità di risorse idriche in tutta la penisola.

Alessandro Graziadei

sabato 14 aprile 2018

Alcol: l’informazione vale più del proibizionismo

L’alcol è una delle prime cause di mortalità al mondo con i suoi 3,3 milioni di morti all'anno ed è la causa dell’insorgenza di oltre 230 patologie responsabili di almeno 17 milioni di anni di vita persi. Per questo il mese di aprile da anni è dedicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) alla "prevenzione alcologica” e attraverso l’Alcohol Prevention Day, che quest’anno si celebra il 18 aprile, prova a diffondere i dati sul consumo di alcol nella popolazione attraverso un’attenta campagna sui danni provocati dall’abuso di questa sostanza. Elaborati in Italia dall’Osservatorio Nazionale Alcol (Ona), che dal 1998 è il riferimento formale e ufficiale dell’Istituto Superiore di Sanità per la ricerca, la prevenzione e la formazione in materia di alcol e problematiche alcol-correlate e dal 2011, oltre ad essere  Who-Collaborating Centre, i dati prodotti dall’Ona e dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) contribuiscono a delineare le tendenze e le pratiche che dovrebbero guidare il decisore politico nelle opportune scelte rivolte a contrastare l’uso di alcol nel Belpaese.

Quest’anno la relazione del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin sugli interventi realizzati in materia di alcol e problemi correlati, trasmessa al Parlamento il 21 marzo 2018 proprio sulla base delle analisi di Ona e Istat, ha evidenziato come il fenomeno relativo al consumo di bevande alcoliche in Italia, negli anni più recenti, stia mostrando un profilo nuovo rispetto agli ultimi decenni. I dati epidemiologici sul consumo di bevande alcoliche nella popolazione italiana, infatti, “evidenziano come a fronte di una riduzione del consumo di vino durante i pasti, si stia registrando un progressivo aumento di consumo di bevande alcoliche occasionale e al di fuori dei pasti, condizione ancor più dannosa per le patologie e le problematiche correlate”. I dati relativi al 2016 ci dicono che cresce la quota dei consumatori occasionali di alcol “dal 42,2% del 2015 al 43,3% del 2016” e quella di coloro che bevono alcolici fuori dai pasti “nel 2014 erano il 26,9%, nel 2015 il 27,9%, nel 2016 risultano il 29,2%”.

Secondo i dati Ona e Istat trasmessi al Parlamento si conferma anche la tendenza già registrata negli ultimi 10 anni che vede una progressiva riduzione della quota di consumatori che bevono solo vino e birra, soprattutto fra i più giovani e le donne, mentre aumenta la quota di chi consuma, oltre a vino e birra, anche aperitivi, amari e superalcolici. Un aumento che si registra nei giovani e giovanissimi, ma in misura percentuale maggiore negli adulti oltre i 44 anni e negli anziani. Nella fascia giovanile è invece il “binge drinking”, cioè l’assunzione di numerose unità alcoliche al di fuori dei pasti e in un breve arco di tempo, a rappresentare l’abitudine più diffusa e consolidata. Nel 2015 il fenomeno riguardava il 15,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni di età, di cui il 22,2% maschi e il 8,6% femmine. Nel 2016, invece, il fenomeno riguardava già il 17% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni di età, di cui il 21,8% maschi e l’11,7% femmine.

Per quanto riguarda invece la prevalenza dei consumatori a rischio è stata nel 2016 del 23,2% per gli uomini e del 9,1% per le donne di età superiore a 11 anni, per un totale di circa 8.600.000 individui, 6.100.000 di genere maschile e 2.500.000 di genere femminile, che nel 2016 hanno messo in pericolo la propria salute attraverso l'abuso di alcol. Le fasce di popolazione più a rischio per entrambi i generi sono quella dei 16-17enni che non dovrebbero consumare bevande alcoliche e quella dei “giovani anziani” compresi tra i 65 e i 75 anni.  Il risultato è che 800.000 minorenni e 2.700.000 ultra sessantacinquenni sono oggi consumatori a rischio per patologie e problematiche alcol-correlate. Le quote percentuali di consumatori a rischio di sesso maschile sono superiori a quelle delle donne per tutte le classi di età, ad eccezione di quella dei minorenni, dove invece le differenze non raggiungono al momento la significatività statistica.

Che fare? Dai dati appare chiaro che oggi è necessario informare soprattutto i giovani su questo importante argomento: “Solo se con ragionamenti convincenti e con dimostrazioni inoppugnabili si riuscirà a convincere una persona che una certa condotta è sbagliata e dannosa, succederà che quella persona eviterà di cadere nell’errore, ma se ci si limiterà a proibire senza altre motivazioni, anziché ottenere il risultato sperato si rischierà di stimolare una voglia di ribellarsi all’ordine impartito e ad agire in senso opposto”. È questa l'autorevole opinione di Luigi Rainero Fassati, Professore Ordinario di chirurgia  all’Università Statale di Milano che per molti anni ha diretto il Dipartimento di Chirurgia Generale e dei Trapianti del Policlinico di Milano, e che dal 2007, dopo la pubblicazione per Salani del suo libro “Mal d’alcol”, ha deciso di incontrate i ragazzi nelle scuole, raccontando la sua esperienza sul campo attraverso casi clinici concreti di ragazzi che ha seguito in prima persona come medico e che a differenza degli adulti, mancano dell’enzima capace di scindere la molecola tossica dell’etanolo.

Ma la testimonianza autorevole è solo una delle possibilità! Quest’anno quattro studentesse dei licei Orazio e Avogadro di Roma, in alternanza scuola-lavoro all’Istituto Superiore di Sanità, stanno realizzando sotto la guida del direttore dell’Ona Emanuele Scafato un progetto di peer education che invita all’autovalutazione del rischio derivato dal consumo di alcol. Dopo due settimane di full immersion in cui le quattro ragazze hanno studiato i sintomi e i rischi correlati al consumo di alcol, soprattutto tra gli adolescenti, ed appreso le basi dell’approccio statistico, fondamentali per la realizzazione e la valutazione di un questionario online, lo stanno adesso mettendo a disposizione dei loro compagni di scuola. “Attraverso le domande del questionario, che riguardano soprattutto la nostra quotidianità, cerchiamo di individuare i problemi che possono interessare i ragazzi per capire poi, attraverso delle graduatorie, su cosa concentrare la nostra campagna”, ha spiegato Cecilia, 19 anni, studentessa dell'Orazio. Un progetto importante per capire come esista tra i giovani un vuoto di informazione o, nel peggiore dei casi, una cattiva informazione basata su fake news sempre più diffuse sul web, anche rispetto agli effetti dell’alcol: “Bisogna accompagnare i giovani sul web per fargli capire che tutte le notizie vanno analizzate alla luce dell’evidenza scientifica e che non devono seguire tutto ciò che gira sui social, dove spesso ci sono inviti a comportarsi in maniera rischiosa e a consumare bevande alcoliche in modo da abbassare la percezione del rischioha concluso Scafato.

Alessandro Graziadei