domenica 26 marzo 2017

Corea del Nord: lo “Stato nucleare”

Il test del 21 marzo, fallito, e il test del 20 marzo su un nuovo tipo di motore ad alta spinta per alimentare missili balistici, riuscito, hanno fatto seguito a quello del 6 marzo, quando alle 7.36, ora locale, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (Rpdc) ha lanciato quattro missili balistici, armi che potenzialmente possono trasportare testate nucleari, tre dei quali sono finiti nelle acque territoriali del Giappone. Il sito di Tongchang-ri, che ospita il principale poligono missilistico nordcoreano, appena un mese fa aveva fatto da palcoscenico ad un altro test missilistico che aveva spinto il Consiglio sicurezza dell’ONU ad adottare nuove sanzioni contro Pyongyang. Se aggiungiamo a questi ultimi "esercizi balistici" che negli ultimi 10 anni sono ormai cinque i test nucleari condotti dalla Corea del Nord, anche se la chiusura totale del regime dell’eccentrico Kim Yong-un rende praticamente impossibile ottenere informazioni certe sul programma atomico di Pyongyang, la potenziale minaccia mondiale attraverso armi nucleari coreane sembra più che realistica e va ad aggiungersi alla lunga lista di atrocità e bizzarrie che Kim impone al suo popolo.

Dopo quelli del 2006, 2009, 2012 e di inizio 2016, il 9 settembre scorso, per ricordare il 68° anniversario dalla fondazione nazionale da parte di Kim Il-sung, Pyongyang aveva realizzato un nuovo test nucleare, rialzando la tensione con Washington e Seul. L’ennesima violazione della risoluzione Onu contro la proliferazione nucleare per la Corea del Nord rappresentava il tentativo di “rafforzarci come nazione nucleare per difendere la nostra autentica pace, la nostra dignità e il diritto alla vita”.  In questa occasione Pyongyang aveva chiesto attraverso la Korean central news agency (Kcna), agenzia ufficiale della dittatura nordcoreana, che gli Stati Uniti riconoscano la Corea del Nord come “Stato nucleare” visto che fino ad ora l’amministrazione americana “ha tentato di negare la posizione strategica della Repubblica popolare democratica di Corea come Paese legittimamente dotato di arma atomica” e aveva definito il test “una risposta necessaria alla minaccia nucleare americana e alle sanzioni imposte al Paese”.

L’agenzia cinese Xinhua ha scritto che “È possibile che il lancio di missili del 6 marzo sia stato deciso come rappresaglia alle manovre annuali che conducono tradizionalmente le forze americane e sudcoreane nella regione”. Una tesi confermata direttamente da Pyongyang che aveva preventivamente avvertito Washington e Seoul che avrebbe risposto “senza pietà” alle loro esercitazioni militari congiunte: “Qualora gli imperialisti americani e le forze fantoccio sudcoreane facessero fuoco anche su una singola conchiglia nelle acque in cui si esercita la sovranità della nostra Repubblica, la KPA [Esercito popolare della corea del nord, ndr] risponderà alle azioni militari - ha scritto sempre la Kcna - Il KPA saprà sventare senza pietà il ricatto della guerra nucleare degli aggressori con la sua preziosa spada nucleare della giustizia”. Per fortuna, per il momento, l’operazione “Foal Eagle”, cioè le esercitazioni militari congiunte tra Corea del sud e Stati Uniti d’America, che dovrebbero terminare entro la fine di aprile e che mobilitano la portaerei nucleare americana Carl Vinson e i caccia fantasma F-22, non hanno ancora toccato nessuna conchiglia nord coreana!

Questo pericoloso “gioco nucleare” tra Corea del Nord e Stati Uniti è diventato così critico che anche il Governo cinese, un tradizionale alleato dei nordcoreani (anche se sempre con maggiori riserve), ha deciso di intervenire per cercare una soluzione diplomatica attraverso il suo ministro degli Esteri, Wang Yi, che ha proposto “la sospensione delle attività nucleari nordcoreane parallelamente alla sospensione delle esercitazioni militari su larga scala di Stati Uniti e Corea del Sud”. A quanto pare però la Cina sembra l’unica seriamente preoccupata. Al momento i test missilistici del regime nazional-stalinista nordcoreano fanno il gioco della svolta militarista del governo di centro-destra giapponese: il primo ministro Shinzo Abe non ha perso l’occasione per sottolineare che “Gli ultimi lanci di missili balistici sono chiaramente una nuova minaccia da parte della Corea del nord che va contrastata”. Nel contempo le iniziative balistiche di Pyongyang hanno favorito un’accelerazione del più volte annunciato programma di difesa antimissilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense system) dispiegato in Corea del Sud dagli Stati Uniti e che probabilmente diventerà operativo nel giro di un paio di mesi.

I più attenti analisti della situazione geopolitica e militare asiatica sostengono che proprio questa sia la partita più importante, visto che l’intervento della Cina nel litigio tra Stati Uniti e Corea del Nord nasce dalla netta opposizione del governo cinese al dispiegamento del sistema THAAD, che Pechino ha definito come “un’aperta e pericolosa mossa fatta dagli Stati Uniti nell’ambito di una grande strategia che prevede di istituire difese simili in tutta l’Asia e che ha l’obiettivo di garantire agli americani una superiorità strategica che potrebbe danneggiare notevolmente la Cina”. Una problema non di poco conto, se consideriamo che a tenere in mano la questione nucleare in questa parte del mondo ci sono in questo momento da una parte il paranoico Kim Yong-un e dall’altra il megalomane Donald Trump, che in Asia si trova a gestire la prima prova di forza militare della sua nuova amministrazione a stelle e strisce. Non sembra quindi un caso se solo due settimane fa l’America di Donald Trump si è detta pronta a bombardare la Corea del Nord che Kim Jong-un sta dotando della bomba atomica. “Voglio essere chiaro” ha detto il segretario di Stato americano Rex Tillerson: “La politica della pazienza strategica è finita”. E dunque: se Pyongyang diventa una minaccia “al livello che noi riteniamo richieda un’azione, l’opzione militare è sul tavolo”. La risposta coreana della scorsa settimana non è stata certo distensiva: "Volete imporci più sanzioni? Non ci fate paura". Un'escalations da scongiurare al più presto per la Conferenza ONU che dal 27 marzo a New York si sta battendo per il bando delle armi nucleari e l’eliminazione delle circa 16.000 testate nucleari che ancora minacciano la vita sul pianeta Terra. 

Alessandro Graziadei

sabato 25 marzo 2017

Globalizziamo e rinnoviamo l’energia!

Il World Energy Outlook 2016 (WEO) dell’International Energy Agency (IEA) con dati ancora provvisori per il 2016, ma definitivi per il 2015, ha certificato il nuovo slancio mondiale “verso un sistema energetico a più bassa intensità di carbonio e più efficiente”, un ottimo risultato, che però deve fare i conti con il trend di continua crescita dei fabbisogni energetici globali. In questo documento l’IEA dice espressamente anche che “la crescita attesa dei consumi mondiali di energia viene interamente assorbita dall’insieme dei paesi non-OCSE, mentre i trend demografici e i cambiamenti strutturali dell’economia, unitamente ai miglioramenti di efficienza, determinano una riduzione complessiva della domanda OCSE”. Per Marco Santarelli, direttore dell’Istituto Internazionale di Ricerca e Sviluppo ReS On Network di Londra, appare evidente che “Analizzando lo scenario globale, ci si aspetta che la domanda mondiale di energia, sempre secondo il WEO, aumenti di un terzo al 2040, con l’incremento principalmente guidato da India, Cina, Africa, Medio Oriente e Sud Est asiatico”.

Di questo passo per il WEO “entro il 2030 il consumo di energia pro capite raggiungerà il suo picco e, secondo le proiezioni contenute nello scenario più ottimistico, al 2060 il fabbisogno mondiale di energia primaria rallenterà sensibilmente”.  Che fare intanto, da qui al 2060, quando potremmo avere un pianeta più caldo di ben 3 gradi in confronto alle temperature del passato preindustriale? Per pensare l’energia del futuro bisogna approcciare il fenomeno non da un unico punto di vista o partendo solo da il proprio contesto nazionale, ma con una visione "globalizzata e rinnovabile". “Bisogna capire (e i vari incontri sul clima ce lo dovrebbero dimostrare, così come l’elezione di Trump negli USA) che quello che molti chiamano banalmente effetto farfalla, ovvero il propagarsi delle conseguenze di un evento in paesi a milioni di km di distanza rispetto a dove lo stesso viene generato, diventa il punto di riferimento” ha spiegato Santarelli. Una strada difficile, ma non impossibile, che deve spingere sia l’Europa che gli Stati Uniti (Trump permettendo) a fare sempre di più per compensare l’uso massiccio di combustibili fossili da parte delle economie in crescita e di quelle in via di sviluppo!

In Europa, per esempio, nel 2016 tutte le energie rinnovabili messe insieme hanno aggiunto l’86% di nuova potenza installata: 21,1 GW su 24,5 GW. Secondo “Wind in power  - 2016 European statistics”, il rapporto annuale di Wind Europe uscito lo scorso mese, a fare la parte del leone nelle rinnovabili in Europa è stata l’energia eolica, che ha rappresentato il 51% della nuova potenza installata nel 2016, connettendo in totale 12,5 GW alla rete, distribuiti tra i 28 Stati Membri dell’Unione europea. Tutto bene quindi? Per l’amministratore delegato di Wind Europe, Giles Dickson, “l’energia eolica è oggi parte integrante ed essenziale della fornitura di energia elettrica in Europa. È anche un settore maturo e significativo di per sé, che ha creato ad oggi 330.000 posti di lavoro e generato miliardi di euro di esportazioni europee. Con tutto il parlare che si fa di transizione ad un sistema low - carbon, però, si dovrebbe mirare a migliorare le strategie di lungo termine per l’industria eolica in Europa”. A quanto pare invece la politica governativa in materia di energia in Europa è spesso meno chiara e ambiziosa di quanto non lo fosse qualche anno fa. Solo 7 dei 28 Paesi Membri dell’Unione hanno target e politiche a sostegno delle rinnovabili da qui al 2020 e più della metà degli Stati membri non ha investito nulla in energia eolica lo scorso anno. In Italia per esempio, secondo Simone Togni, il presidente dell’Associazione italiana energia del vento (Anev), “l’eolico ha visto un periodo di transizione negli ultimi due anni che gli hanno fatto perdere terreno. Oggi dobbiamo recuperare la strada persa con un serio piano di sviluppo che consenta finalmente al Paese di sfruttare le significative potenzialità ancora disponibili”.

Intanto negli Stati Uniti secondo i dati preliminari del rapporto ”U.S. Solar Market Insight” elaborato da GTM Research e Solar Energy Industries Association (Seia), quello appena passato è stato un anno record per le energie rinnovabili. “In particolare il mercato solare degli Stati Uniti ha quasi raddoppiato il suo record annuale, superando i 14.626 MW di solare fotovoltaico installati nel 2016. Questo dato rappresenta un aumento del 95% rispetto al precedente record di 7.493 MW installati nel 2015”. Per Abigail Ross Hopper, presidente di Seia, “Quello che questi numeri dicono è che l’industria solare è una forza da non sottovalutare. La scelta economicamente vincente del solare sta generando a livello nazionale una forte crescita in tutti i segmenti di mercato, portando lavoro a più di 260.000 americani”. Per Cory Honeyman, di GTM Research, “nel 2016 il numero record di 22 stati hanno aggiunto ciascuno più di 100 MW diventando una valida alternativa al gas naturale”.

Chiaramente lo sviluppo del solare ha pagato anche in termini di qualità dell’aria, visto che nel 2015, per la prima volta in due anni, negli Usa l’inquinamento atmosferico è calato. A dirlo è una bozza di rapporto dell’Evironmental protection agency (Epa), secondo la quale tra il 2014 e il 2015 le emissioni di CO2 sono diminuite del 2,2%, anche se il calo è dovuto anche ad un inverno particolarmente mite che ha fatto diminuire i consumi di energia elettrica per il riscaldamento. In generale, però, nonostante un leggero aumento delle emissioni di gas serra nel 2010, 2013 e 2014, negli ultimi 10 anni le emissioni Usa hanno mostrato un declino dopo il picco raggiunto nel  2007. Eppure nonostante il boom del solare e dell’eolico, il presidente Trump ha promesso che taglierà gli incentivi e le facilitazioni fiscali alle energie rinnovabili (che hanno toccato livelli record durante l’amministrazione Obama) e abolirà il Climate Action Plan di Obama, il più ambizioso progetto mai approvato dagli Usa per ridurre le emissioni di gas serra delle centrali elettriche e dai trasporti. Vista la debole sensibilità ecologica e la mancanza di visione prospettica, solo i posti di lavoro e i numeri record del solare statunitense potrebbero far rinsavire "The Donald", che per ora preferisce ancora puntare su carbone e petrolio, diffidando dell'ambientalismo "fuori controllo".

Alessandro Graziadei

domenica 19 marzo 2017

L’insostenibile leggerezza della pesca

Lo avevamo scritto già nel 2011 con “Stok ittici prosciugati” e ricordato nel 2015 con “Stanno svuotando il Mare nostrum”. Così, se due indizi fanno una prova, possiamo dire che anche secondo l’ultimo report della Banca MondialeThe Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), la situazione del Mediterraneo è lo specchio di una crisi del patrimonio ittico mondiale e oggi “una gestione più sostenibile delle risorse ittiche, in massima parte limitando gli scarti, genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari”. Il recente aggiornamento dello studio, pubblicato per la prima volta dalla Banca Mondiale nel 2009, ci suggerisce quindi che ridurre la pressione della pesca a livello globale è un passo che non solo contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici, ma garantirebbe all’industria della pesca una resa maggiore e più costante nel tempo. Questo perché quando gli stock ittici si esauriscono e le zone di pesca si spostano più lontano dalle aree di consumo, “raggiungerle richiede più energia, più tempo e un maggiore dispendio di risorse umane e logistiche”.

L’analisi della Banca Mondiale parte dalla costatazione che la percentuale delle zone di pesca pienamente sfruttate, sovrasfruttate o esaurite è cresciuta in maniera vertiginosa passando dal 60% del 1975, al 75% nel 2005 e a quasi il 90% del 2013, minacciate principalmente da un’industria ittica incapace di valutare la propria sostenibilità, oltre che dall’inquinamento, dallo sviluppo costiero e dagli impatti dei cambiamenti climatici. Per l’autore del rapporto, il professor Ragnar Arnason dalla Facoltà di Economia presso l’Università di Islanda, “il fatto che l’industria della pesca attuale sia concentra solo su alcune specie, si traduce in uno squilibrio nell’ecosistema, mentre il ripristino degli stock ittici delle specie più commerciali potrebbe portare a ecosistemi marini più sani”. L’unico modo per garantire questi stock, come conferma lo studio, “è quello di lasciare le popolazioni ittiche indisturbate, far loro risolvere naturalmente il problema ed eventualmente passare a un modello di pesca biodinamica e più selettiva”.

Per quanto la situazione appaia preoccupante, esiste una soluzione al problema. Per il professore Adnan Ayaz dell’Università di Canakkale Onsekiz Mart (Turchia) la via migliore è quella di "pescare meno i pesci più richiesti" e “non pescare i pesci che non mangiamo, perché se non si prenderanno le misure necessarie gli stock collasseranno entro il 2050”. Un buon punto di partenza potrebbe essere “Stabilire quote di pescato, potenziare la pesca selettiva e incentivare l’utilizzo di reti e attrezzi che consentano di ridurre i rigetti”, tutte soluzioni che in molte zone di pesca sono risultate efficaci, sia per recuperare le risorse ittiche, sia per migliorare le condizioni lavorative delle popolazioni costiere. Per questo per la vicepresidente della Banca Mondiale per lo sviluppo sostenibile, Laura Tuck, “Questo studio conferma ciò che abbiamo potuto appurare in diversi contesti territoriali e cioè che concedere una pausa agli oceani paga”. 

Ma l’overfishing (termine ormai internazionale per indicare la sovra-pesca) costituisce un danno non solo dal punto di vista economico, ma anche biologico. L’impoverimento delle popolazioni ittiche, infatti, rappresenta una perdita in termini di biodiversità, che spesso provoca un vero e proprio sconquasso negli ecosistemi marini e un drastico cambiamento della catena alimentare, che a sua volta determina l’aumento infestante di specie con alimentazione opportunistica. Inoltre, secondo la Tuck, scegliere un modello di gestione più sostenibile della pesca può produrre benefici per la sicurezza alimentare, la riduzione della povertà e la crescita a lungo termine anche di alcune economie emergenti. “Certamente così non si raggiungerebbe solo un guadagno economico. Il ripristino degli stock potrebbe contribuire a soddisfare la domanda mondiale oltre che migliorare la sicurezza alimentare in molti paesi in cui l’alimentazione a base di prodotti ittici, è una voce essenziale dell’alimentazione umana”.

Per contrastare il problema anche a livello europeo le associazioni ambientaliste, Archipelagos, Fundació ENT, Greenpeace, Legambiente, Marevivo, MedReAct e Oceana da un anno hanno firmato un appello per chiedere alla Commissione Europea e ai Paesi Membri di adottare misure urgenti per fermare la pesca eccessiva e recuperare gli stock ittici del Mediterraneo. “Servono scelte politiche forti e in linea con i pareri scientifici capaci di individuare tassi di sfruttamento commisurati con il recupero degli stock ittici - hanno dichiarato gli ambientalisti - e per questo chiediamo alla Commissione di adottare subito misure di emergenza che possano prevedere la  sospensione temporanea delle pratiche di pesca sugli stock ittici a rischio [come ad esempio il nasello, le acciughe e il pesce spada]; di mettere in campo azioni di lungo termine con la programmazione di piani di recupero, la creazione di aree di ripopolamento e la protezione delle aree sensibili; infine di rafforzare i controlli in mare e a terra con l’applicazione di sanzioni dissuasive contro la pesca illegale”. Solo così per le ong sarà possibile il recupero di tutti gli stock entro il 2020, come previsto dalla Riforma della Politica Comune della Pesca e parafrasando Milan Kundera potremmo superare “L’insostenibile leggerezza della pesca”.

Alessandro Graziadei

sabato 18 marzo 2017

Quando il “BPA-free” non basta…

Buona parte delle plastiche che per anni abbiamo utilizzato per la conservazione alimentare contengono sostanze potenzialmente capaci di destabilizzare il sistema endocrino con conseguenze anche gravi sulla  nostra salute. Tra gli esempi più noti di interferenti endocrini trovati negli alimenti, infatti, oltre a pesticidi, diossine e i PCB, ci sono quelle sostanze che per contatto passano dalla materia plastica al cibo, come il Bisfenolo A o BPA, vietato nei biberon, ma ancora presente in molti oggetti e utensili da cucina in plastica, come il rivestimento interno di scatole, lattine e bottiglie di plastica.  Diverse associazioni ambientaliste e di consumatori hanno più volte lanciato l’allarme contro questa sostanza che diversi studi hanno dimostrato può interferire con ormoni steroidei come gli estrogeni provocando anomalie nei sistemi riproduttivi degli animali. E nelle persone?

Non è ancora chiaro se le persone esposte a dosi sufficientemente elevate di BPA possano subire conseguenze di questo tipo, ma il rischio esiste. Se nel 2015 un gruppo dei esperti dell’Autorità Europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha stabilito che il livello di esposizione al  BPA, attraverso la dieta o l’insieme delle diverse fonti (alimenti, polvere, cosmetici, giocattoli, prodotti plastici alimentari…) non rappresenta un rischio per la salute delle persone di tutte le fasce di età (compresi i neonati e le donne in gravidanza), un rapporto del 2013 dellAgenzia nazionale francese per la sicurezza alimentare, sanitaria ambientale e del lavoro (Anses) ha invece confermato gli effetti negativi della sostanza sulle donne incinte, sottolineato il danno in termini di rischi potenziali nei confronti del feto. Per l’Anses di fatto “L’esposizione materna al Bpa può determinare una modifica nella struttura della ghiandola mammaria del feto e tale cambiamento potrebbe a sua volta favorire lo sviluppo di tumori”.

Se oggi alcuni Paesi hanno cominciato a vietare l’utilizzo del BPA e molti produttori hanno iniziato a sostituirlo con il fluorene-9-bisfenolo o BHPF, noi consumatori non possiamo ancora dirci al sicuro. Stando allo studio “Fluorene-9-bisphenol is anti-oestrogenic and may cause adverse pregnancy outcomes in mice”, uscito il 1 marzo scorso su Nature Communications e prodotto da un team di ricercatori cinesi e giapponesi  dell’università di Pechino e dell’università farmaceutica di Gifu, il BHPF risulta essere dannoso come il BPA interferendo anch'esso con i recettori degli estrogeni del corpo. “A differenza del BPA, lo fa senza stimolarli,  ma bloccando la loro normale attività" si legge nell’indagine. "Il  BHPF testato sulle femmine di topi ha portato gli animali ad avere uteri più piccoli e cuccioli di dimensioni ridotte e a un aumento di aborti rispetto a quelle non sottoposte alla sostanza”. L’analisi chimica di diversi contenitori di plastica di cibo e bevande, che di solito non rivelano informazioni dettagliate sulla loro composizione, se non la vistosa etichettatura “BPA-free”, ha rilevato che il BHPF era stato rilasciato in 23 dei 52 articoli testati, compresi tutti e tre i biberon analizzati.  

Insomma bisognerebbe cercare di utilizzare la plastica per il più breve tempo possibile a scopo alimentare evitando di mettere i contenitori di plastica nel microonde o in lavastoviglie, dato che con il tempo e il calore facilitano il rilascio di BPA e BHPF. Ma purtroppo non è solo attraverso questa più o meno consapevole via che entriamo in contatto con gli interferenti endocrini contenuti nella plastica. Secondo il rapporto “Primary microplastics in the oceans: a global evaluation of sources”, presentato lo scorso 22 febbraio dall’Iucn Global Marine and Polar Programmeminuscole particelle di plastica potrebbero contribuire fino al 30% alla “zuppa di plastica” che inquina gli oceani del mondo. Il rapporto che esamina solo le microplastiche primarie, cioè le plastiche quasi invisibili che entrano negli oceani sotto forma di piccole particelle rilasciate da prodotti domestici e industriali, dimostra che “Tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica sversate ogni anno negli oceani potrebbero essere microplastiche primarie”. La logica conseguenza è un accumulo di queste sostanze nella catena alimentare, con conseguenze potenzialmente negative per la salute umana, oltre che per l'ambiente.

Nonostante le criticità evidenziate da BPA e BHPF, per la EDC Free Europe, la coalizione di 70 organizzazioni della società civile per la messa al bando degli interferenti endocrini, le normative attualmente in discussione in Commissione europea sono tali che solo pochissime sostanze saranno bandite per legge dal commercio all'interno dell’Unione europea. “A differenza di altre sostanze tossiche, per le quali è sufficiente che ci sia la prova della loro tossicità in esami in vitro o sugli animali da laboratorio, la proposta della Commissione europea esige che per regolamentare un interferente endocrino esista una elevata evidenza di danni causati agli esseri umani dopo la loro esposizione a queste sostanze”. Una posizione contraria a quel principio di precauzione che sta alla base di tutta la normativa europea, ignorando le scoperte di quella comunità scientifica che più volte ha invitato a ridurre l’esposizione, in particolare alle donne incinte e ai bambini, a queste sostanze. 

Alessandro Graziadei

domenica 12 marzo 2017

Sri Lanka: quale riconciliazione?

Il 16 maggio 2009 lo Sri Lanka metteva la parola fine ad una guerra civile che aveva insanguinato l’isola dal 1983, causando circa 100.000 morti tra civili e militari. Un passo importante, che il Governo della maggioranza singalese ha gestito applicando una sorta di “impunità dei vincitori”, che non ha aiutato il lento processo di riconciliazione con la minoranza indipendentista Tamil. Nel 2014 il Paese ha dovuto fare i conti con la ri-esplosione del conflitto quando per alcuni mesi lo scontro nel Paese da etnico si era fatto religioso, grazie alla facile strumentalizzazione delle differenze tra la maggioranza buddista e la minoranza mussulmana, che in buona parte ricalcano ancora oggi le vecchie divisioni etniche tra singalesi e tamil. Ma le tensioni, anche grazie alla comunità buddista moderata, erano rientrate e il presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena, pochi giorni dopo la sua elezione avvenuta nel gennaio del 2015, aveva avviato un riavvicinamento tra le parti dichiarando che “Tutti dovrebbero lavorare in piena fratellanza, a prescindere dalle proprie differenze. Quando si tratta di risolvere dei problemi, non c’è differenza etnica, religiosa o geografica. Il governo è impegnato a trovare soluzioni alle questioni che stanno a cuore al suo popolo”.

Ma queste soluzioni sono state poi trovate? Non tutte. Dopo la scomparsa ancora senza una spiegazione ufficiale di migliaia di giovani tamil che avevano volontariamente deposto le armi consegnandosi all'esercito governativo e che si teme siano stati uccisi in omicidi extra-giudiziali dalle forze militari di Colombo, la questione terriera è da tempo una delle priorità del governo dello Sri Lanka, che già nel 2009 si era impegnato a restituire in tempi brevi ai loro legittimi proprietari tamil le terre espropriate dai militari singalesi per ragioni di “sicurezza”. Durante la trentennale guerra civile che ha contrapposto esercito e ribelli tamil, infatti, molti terreni nel nord dell’isola sono stati prima sequestrati a scopi difensivi e poi essere ceduti ad aziende che ancora oggi li utilizzano per finalità “agricole” e “turistiche. È il caso di Sinharathnam Mahalingam, 68 anni, il cui terreno è stato requisito dai militari durante la guerra: “Dal 1996 vivo in casa di amici. La guerra è finita da otto anni, chiediamo che almeno ci venga restituito ciò che è nostro”. Per questo lo scorso 22 febbraio migliaia di sfollati tamil, da otto anni accampati nei campi profughi nella penisola di Jaffna, sono scesi in piazza chiedono indietro le loro terre al grido di “Vogliamo le nostre terre”, “Stop agli espropri forzati” e “Ridateci i terreni occupati dall’esercito”.

L’evento organizzato dalla People’s Alliance for Right to Land (Parl), in collaborazione con il National Fisheries Solidarity Movement (Nafso) ha visto la partecipazione di centinaia di persone di etnia tamil spesso ridotte in condizioni di estrema povertà proprio da questi espropri. Per Inpam Muraly, uno dei leader della protesta, “È ingiusto che queste persone siano ancora costrette a vivere come profughi dopo otto anni dalla fine del conflitto. Non c’è alcun motivo che giustifichi la perdurante occupazione da parte dei militari. Meritiamo giustizia”. Dello stesso avviso è stata anche K.P. Somalatha, coordinatrice dell’Uva Wellassa Farmer Women Organization (Uwfwo), che ha ricordato che la manifestazione è nata con un intento pacifico e non divisivo: “Siamo qui per costruire la solidarietà tra il nord e il sud del Paese e nel frattempo lottiamo insieme per le terre. Siamo tutti vittime degli espropri. La lotta degli sfollati è anche la nostra lotta”. Antony Anthony JesudasanFrancis Raajan, entrambi membri del Nafso, hanno infine chiesto al Governo di Colombo: “Un semplice gesto, che restituisca fiducia alle vittime della guerra ricollocando i profughi nelle loro terre e costruendo strutture adeguate per permettere il loro rapido reinsediamento”.

Ma la mancata restituzione della terra non è la sola forma di discriminazione che la minoranza tamil continua a subire. Per Chandrika Bandaranaike Kumaratunga, ex presidente dello Sri Lanka, unica donna ad aver ricoperto tale carica e attuale presidente dell’Ufficio per l’unità nazionale e la riconciliazione del Sri Lanka, “esiste un diffuso sistema di sfruttamento che colpisce in particolare le donne tamil”. Nel nord e nell’est dell’isola vivono oltre 80mila donne rimaste senza marito e con figli a carico dopo la fine della guerra civile, “tante di loro non hanno i mezzi per sopravvivere, perciò è più facile che diventino vittime di sfruttamento” e “più vulnerabili alla richiesta di favori sessuali da parte dei militari in cambio dello sbrigo di pratiche amministrative”. A quanto pare per l’ex presidente Kumaratunga “Le vedove vengono molestate persino se si recano negli uffici per firmare dei documenti. Sappiamo di numerosi casi nei quali il personale militare ha chiesto favori sessuali”. Così “Dopo essere sopravvissute agli orrori della guerra di secessione - ha detto la Kumaratunga - esse ora sono vittime di un diffuso sistema di sfruttamento sessuale da parte di funzionari delle proprie comunità e dell’esercito”. 

L’esercito ha respinto ogni accusa con una dichiarazione in cui definisce le dichiarazioni della Kumaratunga “prive di fondamento, dato che nessun funzionario dell’esercito è impiegato nell’amministrazione civile”. Ad oggi però, se è vero che non esiste una casistica ufficiale delle violenze perpetrate dall’esercito, è soprattutto perché la maggior parte dei casi non vengono denunciati. Dalla fine del conflitto sono stati numerosi gli scandali che hanno interessato membri dell’esercito tanto da costringere più volte Colombo a severe prese di posizione nei confronti di alcuni dei suoi militari. Kumaratunga, che ha vissuto in prima persona il dolore della perdita del padre Solomon Bandaranaike, primo ministro assassinato nel 1959 e del marito ucciso davanti ai suoi occhi nel 1988, ha coraggiosamente sollevato il velo su una violenza di genere molto diffusa nell’isola e che purtroppo va ben oltre il conflitto etnico o religioso dello Sri Lanka

Alessandro Graziadei

sabato 11 marzo 2017

La guerra in Iraq è…

Il recente lancio dell’offensiva militare per riprendere Mosul va avanti lentamente con una “bonifica” quartiere per quartiere, tra civili, cecchini ed edifici minati dall’Isis. Dopo la riconquista nelle scorse settimane dell’aeroporto e del ponte della Libertà, il secondo tornato in mano ai governativi sui cinque che scavalcano il Tigri, i soldati di Bagdad, assistiti dai caccia della Coalizione a guida americana e dalle forze speciali occidentali in veste di “consiglieri”, hanno liberato la zona di Dawasa con i palazzi del governo, il Museo nazionale e la banca centrale, saccheggiata dai miliziani dell’Isis dopo la conquista della città nel 2014, come un edificio che era stato adibito a tribunale per l’applicazione della sharia dal sedicente Stato islamico. Intanto, mentre nei giorni scorsi è stato denunciato dalla Croce Rossa Internazionale l’uso di armi chimiche (forse iprite), in città rimangono ancora circa 750 mila civili e altri 40 mila hanno lasciato Mosul e i villaggi limitrofi nelle scorse settimane.

Per il momento circa 30.000 persone vivono in campi a Hassansham e Khazer, a circa 35 chilometri a est di Mosul. Per Bilal Budair, responsabile del progetto di salute mentale di Medici Senza Frontiere (MSF) si tratta di profughi che “Hanno subito due anni di occupazione della loro città e dei loro villaggi da parte del cosiddetto Stato Islamico (IS) e attacchi aerei delle forze irachene che combattevano l’IS. Sono fuggiti per salvarsi la vita e adesso vivono in un campo sfollati”. In queste condizioni per la ong è indispensabile curare, oltre che le ferite fisiche, anche quelle psicologiche generate da questi mesi di guerra. “Le nostre équipe di salute mentale visitano circa 45 pazienti al giorno. Includono uno psichiatra, uno psicologo e un promotore della salute, lavoravano con i rifugiati siriani nel nord dell’Iraq dal 2013. Dal 2014 hanno iniziato ad assistere sfollati iracheni fuggiti da Mosul quando l’IS ha preso il controllo della regione. Nel 2016, con l’aumento degli sfollati nel governatorato di Ninewa e l’inizio della battaglia di Mosul a metà ottobre, le nostre équipe hanno visto pazienti in condizioni sempre peggiori”.

Da novembre, infatti, i pazienti che consultano i servizi di supporto psicologico di MSF sono decisamente più gravi. Se dopo diverse settimane la maggior parte degli sfollati inizia ad abituarsi alla vita nei campi, altri finiscono col sviluppare disturbi più duraturi. “Pensano che le loro vite siano finite e vogliono morire. Per questo dobbiamo intervenire rapidamente e offrire loro le cure di uno psicologo o di uno psichiatra” ha fatto notare MSF. “Molti ci raccontano che sono stati testimoni di esecuzioni pubbliche al mercato e hanno visto cadaveri impiccati e lasciati per giorni sui ponti sopra il fiume. Morti procurate per decapitazione, lapidazioni, torture e punizioni fisiche, una violenza tale da lasciare molte persone profondamente traumatizzate”. Quasi tutti sono stati testimoni oculari dei combattimenti nei propri villaggi e nei quartieri di Mosul e hanno visto morire amici e parenti. “Una donna è arrivata da noi con il figlio di 10 anni - ha raccontato Budair - La figlia di una sua amica è morta quando un colpo di mortaio ha colpito la loro casa. Lei e suo figlio hanno visto il cadavere della bambina, erano amici”. In un altro caso "un genitore è stato costretto da alcuni miliziani armati dell’IS ad uccidere il proprio figlio perché aveva detto una parolaccia". Per molte persone le conseguenze di tutti questi traumi sono depressione grave, ansia, panico, stress acuto, disturbi del sonno e disordini da stress post-traumatico.

Se MSF a Mosul è l’unica organizzazione a fornire anche cure psichiatriche, nel Kurdistan iracheno la Jiyan Foundation for Human Rights ha offerto negli ultimi anni a più di 13.000 profughi interni e siriani fuggiti dalla guerra un sostegno medico, psicologico e sociale. Molti sono vittime di violenze a sfondo religioso, della tratta di schiavi o sono passati ad anni di violazioni dei diritti umani. Particolarmente grave è la situazione degli Yezidi e dei Cristiani, minoranze sopravvissute a mirate campagne di persecuzione fin dal tempo del regime di Saddam Hussein. “Dovete sapere che quello che fate per noi a Halabja è davvero unico. Soffriamo da più di vent’anni e voi siete i primi che ci aiutano a mitigare il dolore. Prego per voi ogni giorno” ha raccontato un superstite agli attacchi con gas nervini al fondatore e presidente della Jiyan Foundation Salah Ahmad, un terapeuta per l’infanzia e l’adolescenza formatosi in Germania. Negli anni ‘80 Ahmad ha dovuto a sua volta fuggire dall’Iraq, ma nel 2005, alla caduta del regime di Saddam Hussein, è tornato nella sua città natale Kirkuk nel Kurdistan iracheno, dove ha aperto il primo centro di cure in Iraq per le vittime di tortura e violenza di guerra e per questo nel 2015 è stato insignito dell’Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca. 

Nel 2016 l’Ufficio Affari di gabinetto della Provincia Autonoma di Bolzano ha finanziato un progetto della Jiyan Foundation per la formazione di 20 terapeuti post-trauma nel nord dell’Iraq. Lo scopo del progetto era quello di formare personale locale che potesse garantire l’assistenza a lungo termine nel Kurdistan iracheno. Grazie al progetto adesso ci sono 20 terapeuti che con l’art-therapy sostengono e aiutano persone traumatizzate dalla guerra e dalla violenza a ritrovare il proprio equilibrio psicologico ed emotivo. Oggi il sostegno psicologico è una delle componenti fondamentali degli interventi in contesti bellici e non dovrebbe interessare solo i civili. Il “Post traumatic stress disorder”, infatti, è una vera e propria patologia anche tra i soldati al rientro dai teatri di guerra. Negli Stati Uniti i militari che ne sono vittima oscillano, secondo le stime, tra il 20 e il 40% dei reduci. In Olanda e Norvegia attorno al 5%. Nel Regno Unito attorno al 3.5%. In Italia invece le Forze armate impegnate in teatri di guerra e “missioni di pace” ammettono l’esistenza di due al massimo tre casi all’anno, di fatto lo 0%. Sarà vero?

Alessandro Graziadei

sabato 4 marzo 2017

E tu quanti pesticidi mangi?

E tu quanti pesticidi mangi? Ci auguriamo non più di quelli consentiti dalla legge! Ma basta questa ragionevole speranza per tutelare la nostra salute? Forse no! Secondo il dossier Stop pesticidi di Legambiente presentato lo scorso 31 gennaio a Roma, sebbene i prodotti fuorilegge, cioè con almeno un residuo chimico che supera i limiti di legge, siano solo una piccola percentuale (l’1,2% nel 2015, era lo 0,7% nel 2014), tra verdura, frutta e prodotti trasformati, la contaminazione da uno o più residui di pesticidi nel 2015 riguarda un terzo dei prodotti analizzati (36,4%). Per fortuna anche la percentuale di campioni regolari senza alcun residuo, è in leggero rialzo rispetto al 58% del 2014, e si attesta al 62,4%. Il dossier di Legambiente che raccoglie ed elabora i risultati delle analisi sulla contaminazione da fitofarmaci nei prodotti ortofrutticoli e trasformati, realizzati dalle Agenzie per la Protezione Ambientale, Istituti Zooprofilattici Sperimentali e ASL sembra confermare, almeno in parte, il solito adagio dell'imperante sistema produttivo: anche in agricoltura per inseguire il massimo profitto possibile spesso si rischia di compromettere la salute dei consumatori! 

Per garantire elevati standard di produzioni e nel contempo difendere le colture da attacchi di parassiti, funghi e insetti, buona parte del mondo agricolo ancora oggi ricorre ad un massiccio impiego di pesticidi, nonostante soluzioni alternative e più sostenibili siano da tempo possibili grazie a pratiche agronomiche che mettono al centro del processo produttivo la valorizzazione della biodiversità e la tutela del territorio, coniugando la qualità ambientale con la produzione agricola.  Le conseguenze di queste scelte le troviamo poi, per esempio, nel tè verde o in alcune bacche molto in voga nelle diete attuali, tutti prodotti alimentari che nei campioni di Legambiente sono risultati contaminati da 20 sostanze chimiche differenti. Sono invece 14 i residui chimici trovati in un campione di semi di cumino mentre numerosi altri residui sono stati rintracciati nell’uva da tavola e da vino, tutta di provenienza nazionale e contaminata anche da 7, 8 o 9 sostanze chimiche contemporaneamente. In generale la frutta è stato il comparto dove la ong ha registrato le percentuali più elevate di multi-residuo e le principali irregolarità con uva, fragole, pere e frutta esotica (soprattutto banane) che svettano tra i prodotti maggiormente contaminati dalla presenza di pesticidi.

Per Daniela Sciarra, responsabile delle filiere agroalimentari di Legambiente e curatrice del dossier “Sebbene la situazione tra il 2010 e il 2013 sia migliorata con un trend di diminuzione dell’uso pari al 10%, nel 2014 si è registrata una inversione di tendenza e il consumo di prodotti chimici nelle campagne è tornato a crescere, passando da 118 a circa 130 mila tonnellate rispetto all’anno precedente. In particolare, nel 2014, sono stati distribuiti circa 65 mila tonnellate di fungicidi (10,3 mila tonnellate in più rispetto al 2013), 22,3 mila tonnellate di insetticidi e acaricidi, 24,2 mila tonnellate di erbicidi e infine 18,2 mila tonnellate di altri prodotti fertilizzanti”. Nel complesso l’Italia si piazza al terzo posto in Europa nella vendita di pesticidi (con il 16,2%), dopo Spagna (19,9%) e Francia (19%), piazzandosi al secondo posto per l’impiego di fungicidi. Tra le sostanze attive più frequentemente rilevate ci sono il Boscalid, il Penconazolo, l’Acetamiprid, il Metalaxil, il Ciprodinil, l’Imazalil e il Clorpirifos (sostanza riconosciuta come interferente endocrino, cioè capace di alterare il normale funzionamento del sistema endocrino e dannoso per l’organismo). Per le sostanze su cui non esiste ancora un parere unanime del mondo scientifico sui rischi, come per il Glifosato dovrebbe valere il principio di precauzione e il divieto di utilizzo, ma non sempre è così nonostante sia attiva la raccolta firme dei cittadini europei per chiedere alla Commissione Europea il divieto totale dell'uso del glifosato. “Lo studio presentato - ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni - evidenzia in modo inequivocabile gli effetti di uno storico vuoto normativo: manca ancora una regolamentazione specifica rispetto al problema del simultaneo impiego di più principi attivi sul medesimo prodotto. Da qui la possibilità di definire regolari, e quindi di commercializzare senza problemi, prodotti contaminati da più principi chimici contemporaneamente, se con concentrazioni entro i limiti di legge. Senza tenere conto dei possibili effetti sinergici tra le sostanze chimiche presenti nello stesso campione sulla salute delle persone e sull’ambiente".

“La terra, l’aria, l’acqua, il cibo, la salute sono di tutti, non solo di una categoria economica - ha dichiarato il presidente di Alce Nero Lucio Cavazzoni -. Si tratta di un diritto fondamentale per una società civile, spesso celato da normative ipocrite che trascurano l’effettiva pericolosità della diffusione di tante molecole chimiche dannose.  È dovere di tutti operare a 360 gradi per ridurre l’impatto della chimica di sintesi nell’ambiente e di cibi che possono recare danno alla salute: è tempo di passare ad azioni concrete per risultati concreti”. L’importante ricerca di Legambiente chiama quindi tutti ad un’azione di responsabilità: “non è sufficiente produrre cibo, si deve e si può produrre cibo sano, che nutra bene e sia buono per l’uomo e per l’ambiente. Che è la casa dell’uomo”. Il massiccio impiego di pesticidi, infatti, non ha ricadute significative solo sulla salute delle persone. Una maggiore attenzione deve essere rivolta anche alle ricadute negative sull’ambiente. Nuove molecole e formulati sono stati immessi sul mercato senza un'adeguata conoscenza dei meccanismi di accumulo nel suolo, delle dinamiche di trasferimento e del destino a lungo termine nell’ambiente. Occorre valutare meglio gli effetti in termini di perdita di biodiversità, di riduzione della fertilità del terreno, di accelerazione del fenomeno di erosione dei suoli.

Eppure le alternative all’uso massiccio dei pesticidi non mancano e sembrano dare ottimi risultati visto che "la crescita della superficie agricola biologica in Italia tra il 2014 e il 2015 ha registrato un aumento del 7,5%". I criteri dell'agricoltura biologica permettono, infatti, di sostituire l’intervento chimico con l’utilizzo dei meccanismi naturali contribuendo alla difesa delle piante, al ripristino della fertilità dei suoli e della biodiversità. Forse “Governo e Regioni dovrebbero investire maggiormente in ricerca e formazione per sostenere con maggior forza questo processo di cambiamento che è stato avviato” ha concluso Legambiente.

Alessandro Graziadei

domenica 26 febbraio 2017

Il sangue “risparmiato”

In un libro molto bello uscito nel 2013, dal titolo “La conta dei salvati”, la storica Anna Bravo ci ricorda, attraverso alcune dettagliate ricostruzioni che vanno dalla Grande Guerra alle battaglie autonomiste del Tibet, che il sangue risparmiato fa storia (o almeno dovrebbe farla) come il sangue versato. Il racconto delle gesta di chi si è speso per salvare delle vite in tempo di guerra mi è tornato insistentemente in mente mentre leggevo i risultati di uno studio realizzato dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (Cergas) dell’Università Bocconi di Milano per quell’arzilla novantenne che è oggi l’Associazione dei Volontari Italiani del Sangue (Avis). Presentata lo scorso 20 febbraio a Roma, presso la Camera dei Deputati, l’indagine è contenuta nel libro “La VIS di AVIS. La valutazione dell’impatto economico e sociale dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue”, curato dal presidente nazionale Avis Vincenzo  Saturni, assieme al professor Giorgio Fiorentini e alla dottoressa Elisa  Ricciuti dell’Università Bocconi e ha voluto approfondire e quantificare i benefici sanitari, sociali e relazionali prodotti dai donatori volontari di Avis attraverso le risposte di un campione di 1.023 donatori di 4 diverse sedi.

I risultati? Molto interessanti per i donatori abituali, ancor di più per chi non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di diventare un donatore. In ambito sanitario, infatti, “circa il 13% dei volontari del sangue ha potuto usufruire di una diagnosi precoce di qualche patologia attraverso i test di qualificazione sierologica e le visite medico specialistiche che precedono la donazione di sangue”, un servizio che oltre ad informare in anticipo il donatore sulle sue mutate condizioni di salute, permette di fare prevenzione con significativi risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale. Ma i benefici riscontrati non si fermano qui e hanno riguardato anche le abitudini alimentari dei volontari, visto che il 56,8% dei donatori ha affermato “di aver cambiato in meglio le proprie abitudini nutrizionali proprio in virtù dell’appartenenza a un’associazione di volontariato del sangue. Il 37,8% ha ritenuto importante diminuire il consumo giornaliero o settimanale di alcolici. Il 42,3% del campione ha affermato di aver modificato i propri comportamenti come fumatore, o eliminando del tutto l’abitudine oppure riducendo il consumo giornaliero di sigarette”. Se qualcuno avesse ancora dubbi sui benefici apportati dall’essere un donatore di sangue aggiungiamo il dato sull’attività fisica: “con il 26,2% degli intervistati che dichiara di aver aumentato spontaneamente le ore settimanali dedicate alla corsa o ad altri sport”. 

L’analisi del Cergas ha cercato infine di capire gli eventuali benefici maturati dai donatori Avis in campo relazionale e sociale, scoprendo che il 30% dei donatori volontari ha stretto rapporti interpersonali con altri associati, con una media di 5,1 persone nuove conosciute. Inoltre è stato di circa il 70% il campione di donatori e volontari che hanno affermato “di aver accresciuto il proprio senso di soddisfazione e autorealizzazione dalla partecipazione alle attività dell’associazione”, sviluppando una maggiore sensibilità anche nei confronti di altre organizzazioni di volontariato, tanto da far dichiarare al 32% del campione “la propria disponibilità a collaborare per altre Onlus” e al 23% “la volontà di incrementare le proprie erogazioni liberali”. Ma come si traducono le percentuali dei benefici sanitari, sociali e relazionali prodotti dai donatori volontari di Avis e con buona probabilità anche di una parte consistente dei donatori delle altre realtà che in Italia compongono il Coordinamento Interassociativo dei Volontari Italiani del Sangue (Civis) cioè Avis, Fidas, Fratres e Croce Rossa Italiana

Nel tentativo di quantificare il valore che viene attribuito all’esperienza della donazione, lo studio ha determinato in 8 Euro la cifra restituita in media alla comunità per ogni Euro che viene investito nelle attività del volontariato del sangue e in 17,85 Euro il costo risparmiato per ogni donazione di sangue, un valore ottenuto dalla somma dei costi di spostamento per arrivare al centro trasfusionale o all’unità di raccolta dell’associazione, dal costo in termini di rinuncia ad altre attività personali o lavorative e da un’ipotetica disponibilità a pagare per l’attività di volontariato. Il metodo di valutazione usato nella ricerca, cioè quel Social Return on Investment (Sroi) meglio conosciuto in italiano come Ritorno Sociale sugli Investimenti, ha misurato quindi la capacità di un’associazione come Avis di generare un valore economico per la collettività, attraverso la promozione delle attività di donazione e/o volontariato all’interno dell’Associazione.

Tutto qui? Certo il ritorno economico non solo sulla sanità pubblica è importante, ma la ricerca ha mostrato che vi è molto di più dietro l’organizzazione e il prelievo del sangue dei donatori. “Per quanto il volontariato non sia nella sua essenza quantificabile - ha dichiarato il presidente Saturni - con questa ricerca abbiamo voluto svelare le ricadute positive sanitarie e sociali del volontariato del sangue, frutto anche di una organizzazione attenta, capillare e basata sulla programmazione. Ci auguriamo che questo testo possa fungere da strumento di approfondimento e di lavoro per tutti i soggetti interessati, a partire dai decisori politici ai vari livelli, Governo e Ministeri competenti, Regioni, Enti Locali, per il mondo dell’associazionismo, per gli operatori sanitari del settore trasfusionale e non solo”. In questo senso il volume di Avis offre un interessante punto di vista sul cosiddetto “superamento del PIL” rilanciando, a partire dal sangue donato, la convinzione che esista un modello di valutazione sociale che misura, quantifica e comunica con parametri non solo e sempre economici.

Ma cosa c’entra tutto questo con la lezione della storica Anna Bravo? “Sarei felice - ha scritto la Bravo nel primo capitolo del libro che ho ricordato in apertura - se questi racconti servissero a ribadire due preziosa ovvietà: che fare qualcosa o non farlo dipende dai rapporti di forza, ma quasi altrettanto dalla forza interiore; e che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato”. Per quanto il libro racconti le vite salvate in tempi di guerra, mi sembra di poter trovare un filo conduttore anche in tempo di pace nell’opera di tutte le associazioni e le federazioni impegnate, grazie alla loro capillare rete di donatori, nella quotidiana e spesso poco conosciuta raccolta di quel “sangue risparmiato” per chiunque ne abbia bisogno, Un contributo sanitario, civile e sociale importantissimo, che va ben oltre l'aspetto meramente economico e che spesso fa di un gesto isolato ed emotivo un’abitudine di vita come è stato per Fratel Vasco Santi, dal 1975 coordinatore del Gruppo Donatori “San Leone Magno” dell’Ematos-FIDAS e nominato lo corso 2 febbraio all’età di 89 anni Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana “per il suo straordinario contributo nella promozione e organizzazione delle campagne di donazione del sangue”. Tra le onorificenze conferite “motu proprio” dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella quella a Santi è stata “Un giusto riconoscimento - ha ricordato la Fidas - per chi ha dedicato una buona parte della propria vita educando gli studenti alla solidarietà, attraverso la donazione volontaria, periodica, responsabile, anonima e gratuita del sangue umano e dei suoi componenti”. 

Alessandro Graziadei

sabato 25 febbraio 2017

I paradossi bio-energetici

Per biomassa si intende qualsiasi materiale organico che attraverso un processo termico, chimico o biochimico può essere usato per produrre calore e successivamente elettricità. Un mercato in costante crescita, tanto che dopo l’eolico e l’idroelettrico, adesso anche la biomassa comincia a diventare un business. Non che il business sia un male in sé, anzi, a maggior ragione se fatto attraverso le biomasse, che sono una fonte energetica rinnovabile. Il problema, in caso, sta negli effetti ambientali dell’utilizzo delle biomasse e nel fatto che chi investe in questa fonte rinnovabile spesso insegue il ritorno economico dei certificati verdi e degli incentivi europei, piuttosto che la sostenibilità della produzione.

Il principale vantaggio della produzione energetica con le biomasse è che bruciando legna si produce la stessa quantità di anidride carbonica che la pianta ha accumulato durante la sua vita. Questo sistema è particolarmente sostenibile la dove sono abbondanti gli scarti del legno utilizzati per attività industriali ed artigianali su larga scala.  Qualora gli scarti non siano sufficienti la creazione e lo sviluppo di aree agricole destinate a colture energetiche dedicate, può risultare una risorsa per il controllo dell’erosione e nella riduzione del dissesto idrogeologico, ma è un’opportunità di sviluppo e crescita per i territori rurali solo se nasce al posto di terreni abbandonati e incolti e non al posto di coltivazioni destinate precedentemente all’uso alimentare. In generale però se rispetto ai combustibili fossili il bilancio di CO2 prodotto dalla biomassa è migliore (praticamente nullo),  le emissioni di polveri, NOX e monossido di carbonio possono essere molto elevate e devono quindi essere trattate nei camini prima di venir rilasciate in atmosfera. In questo contesto la biomassa più “verde” è solo quella ottenuta dallo sfruttamento razionale delle foreste, dall’abbattimento di piante già morte senza intaccare alberi vivi e da una trasporto a “Km 0”.

Ma bastano questi requisiti, che tra l’altro restringono notevolmente il campo delle “biomasse sostenibili”, per fare di questa risorsa un buon investimento green? Non sempre, perché come rivela il documentario The Burning issue – When bioenergy goes bad, co-prodotto da Birdlife International e da Transport & Environment, sugli abusi, gli illeciti e i paradossi della bioenergia, questo tipo di produzione si è spesso trasformata in accaparramento di terre, deforestazione selvaggia e in un festival di sussidi nazionali che hanno causato distorsioni profonde nella sostenibilità del settore. Proiettato per la prima volta l’8 febbraio a Bruxelles, questa inchiesta portata avanti in Italia, Russia, Germania e Romania, riscrive la favola di una fonte energetica ritenuta pulita perché ottenuta da materie naturali. Per Birdlife International a Vyborg, in Russia, dove esiste la più grande produzione mondiale di pellet derivata dalla macinatura del legno e destinata ai mercati dell’Unione europea, “Ci si chiede ancora se questo pellet provenga veramente da scarti di legno come le autorità russe affermano". Un problema analogo a quello della produzione di pellet in Sardegna: "da cosa sono realmente costituiti questi materiali?”. A quanto pare secondo il documentario, grazie ai remunerativi sussuidi concessi da governi nazionali in base a politiche dell’Unione europea, alcuni agricoltori in Romania e in Italia hanno trasformato la propria produzione da fini alimentare a fini energetici. Una trasformazione che sta avvenendo anche in Germania dove i campi dedicati alla produzione di piante per il biogas stanno lentamente sostituendo lo spazio un tempo dedicato alla produzione di cibo e alle zone naturali. 

Non a caso il documentario che presenta un’intervista a Patrizia Rossi, responsabile agricoltura della Lipu, denuncia anche la scarsità di spazio per la natura negli ambienti agricoli, soprattutto nelle pianure intensive del Nord Italia. “L’indicatore calcolato in base alla presenza di uccelli selvatici tipici degli ambienti agricoli - ha spiegato la Rossi - è calato in pochi anni del 42%, con popolazioni quindi quasi dimezzate. L’allodola, per esempio, è ormai un ricordo degli agricoltori di una certa età e avvistarla è sempre più raro”. Per Sini Eräjää, responsabile delle politiche sulle bioenergie dell’Unione europea per BirdLife Europa, il documentario The Burning issue “porta concrete evidenze che le politiche dell’Unione europea sulle bioenergie rinnovabili hanno fallito. Abbiamo necessità di limitare l’uso delle bioenergie e l’Unione europea non può continuare a incentivare l’utilizzo di alberi interi o delle coltivazioni per l’alimentazione  a fini di produzione di energia”.

Il quadro non fa ben sperare, ma le bioenergie saranno un tema urgente nelle imminenti negoziazioni sul pacchetto delle energie pulite dell’Unione europea e per Transport & Environmenti politici devono di cogliere questa opportunità per fermare il supporto a bionergie che, dietro ad un processo di greenwashing da noi finanziato si rivelano in realtà insostenibili”. Ce la faranno o meglio vorranno farlo?

Alessandro Graziadei

venerdì 17 febbraio 2017

Il “Canapa Mundi” del Belpaese

Il 14 gennaio 2017, dopo due anni di attesa, il Senato ha approvato il testo di legge numero 242 del 2 dicembre 2016 “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”. La riabilitazione per legge di questa coltura anche nel Belpaese era in realtà iniziata già da alcuni anni, ma mancava ancora una cornice normativa che tutelasse i sempre più numerosi agricoltori e trasformatori italiani dal rischio di sanzioni o sequestri di questa pianta, superando così le diffidenze del passato e sostenendo il boom in atto in Italia. Secondo uno studio realizzato da Coldiretti e reso pubblico lo scorso gennaio, infatti, “Dai tessuti alla pasta, dalla birra ai cosmetici, dalla carta ai saponi, dai biscotti al pane, ma anche detersivi, vernici o addirittura mattoni per la bioedilizia, in Italia è scoppiata la ‘canapamania’, che ha favorito negli ultimi tre anni un aumento del 200% dei terreni coltivati a livello nazionale, che oggi raggiungono quasi i tremila ettari”. 

Per l’Italia si tratta di uno ritorno al passato visto che la canapa era una coltivazione diffusissima fino agli anni ’40, quando il nostro Paese, con quasi 100mila ettari dedicati, era il secondo maggior produttore al mondo dopo l’Unione Sovietica. “Il declino - ha spiegato la Coldiretti - è iniziato con la progressiva industrializzazione e l’avvento del boom economico che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche per via della campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un’ombra su questa pianta”. Non sono state, infatti, solo le ragioni economiche a far sparire la canapa. Il Governo italiano nel 1961 sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti”, aggiornata nei decenni a seguire, che mirava a cancellare dal mondo tutta la canapa entro 25 anni dalla sua entrata in vigore e il 22 dicembre 1975, con la “legge Cossiga" contro gli stupefacenti, gli ultimi ettari coltivati a canapa scomparivano dalla penisola.  

Come mai, allora, questo ritorno? La diffusione di questa pianta ha oggi più a che fare con la sua grande duttilità che con l’antiproibizionismo, ancora molto distante dal diventare legge. “Dalla canapa - ha spiegato la Coldiretti - si ottengono eco-mattoni da utilizzare nella bioedilizia che, oltre a garantire un’alta capacità isolante, sia dal caldo che dal freddo, assorbono anche CO2, ma c’è pure il pellet di canapa per il riscaldamento che assicura una combustione pulita”. Numerosi sono poi gli impieghi in campo alimentare, “dai biscotti e dai taralli fino al pane di canapa, dalla farina di canapa all’olio, le cui proprietà benefiche sono state riconosciute dal Ministero della Salute, dall’Oms oltre che in numerose ricerche”. Il seme di canapa e gli alimenti derivati contengono, infatti, proteine che comprendono tutti gli aminoacidi essenziali, in proporzione ottimale e in forma facilmente digeribile. Dalla canapa, infine, “si ricavano tessuti naturali ottimi sia per l’abbigliamento, poiché tengono fresco d’estate e caldo d’inverno, sia per l’arredamento, grazie alla grande resistenza di questo tipo di fibra”. 

Sono state quindi le grandi potenzialità di questa pianta a rilanciarla sul mercato condizionando di conseguenza anche l’agenda politica. “La ricerca della naturalità nell’abbigliamento, nell’alimentazione ed in generale l’affermarsi di stili di vita più ecologici ha favorito la diffusione della canapa che è particolarmente versatile negli impieghi, ma anche dal punto di vista colturale è a basso impatto ambientale, contribuisce alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversitàha aggiunto la Coldiretti. Era quindi ormai urgente creare un quadro legislativo di minore rigidità che potesse valorizzare le caratteristiche uniche della canapa italiana e dei sui derivati artigianali ed industriali visto la sempre più rapida diffusione delle coltivazioni in Puglia, Piemonte, Veneto, Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna. Per Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, “Il boom della coltivazione della canapa è un’ottima dimostrazione della capacità delle imprese agricole di scoprire e sperimentare nuove frontiere e soddisfare i crescenti bisogni dei nuovi consumatori”, senza dimenticare che “proprio da queste esperienze di green economy si aprono opportunità di lavoro nelle campagne che possono contribuire alla crescita sostenibile e alla ripresa economica ed occupazionale del paese”.

Ma vi è un’altra proprietà di questa pianta che sembra destinata ad avere sempre più mercato, ed è il suo uso terapeutico. Con il decreto del 9 novembre 2015, infatti, è stato autorizzata dal Ministero della Salute per la prima volta la coltivazione, la produzione e la distribuzione in Italia di medicinali di origine vegetale a base di cannabis e dopo due anni di fase sperimentale, si è giunti ora alla reale distribuzione. Questa tipologia di farmaci, due principi cannabinoidi (THC e CBD) è risultata efficace per il trattamento di numerosi sintomi e patologie, quali dolore (neuropatico, oncologico), spasticità da Sclerosi Multipla, nausea e vomito in chemioterapia, sindrome di Tourette, sindrome di Dravet e glaucoma resistente. Un passo importante per l’Italia visto che la cannabis terapeutica è stata ora approvata dall’Unione Europea anche per uso veterinario e da aprile 2017 verranno messi in vendita i primi prodotti per il trattamento di disturbi comportamentali, tra cui l’ansia e le fobie di rumore, il dolore cronico, l’artrite e il diabete.

Un vero e proprio “sdoganamento” della canapa che a partire da oggi fino a domenica 19 febbraio a Roma avrà la sua consacrazione con Canapa Mundi, la fiera internazionale della canapa. Finalmente anche in Italia lo sguardo su questa pianta esce dai soliti cliché e con lo slogan “La Fiera che non ti aspetti” la manifestazione, come assicurano gli organizzatori, “punta a fornire una visione completa, esaustiva e spesso inaspettata sulle proprietà e i possibili utilizzi di questa pianta, andando oltre stereotipi e preconcetti”. Per vederla legalizzata come droga leggere, invece, ci sarà ancora molto da spettare!

Alessandro Graziadei