domenica 23 luglio 2017

Il made in Italy che ci salverà…

Il futuro della nostra società dipende dalla capacità di de-carbonizzazione la produzione di energia mondiale entro il 2050 e dalle soluzioni che riusciremo a trovare per rallentare il processo inquinante legato al nostro insostenibile sistema produttivo. Due sfide che scienziati e ricercatori italiani stanno affrontando da diversi anni con risultati importanti in molti campi, a cominciare da quello legato allo sviluppo delle così dette “smart grid, le reti intelligenti e flessibili, capaci di sfruttare appieno la trasmissione e la distribuzione dell’energia. Questo almeno è quanto emerso a Pechino durante il primo workshop organizzato lo scorso giugno nell’ambito di Mission Innovation, la coalizione di 23 governi che ha deciso di impegnarsi per duplicare entro il 2021 gli investimenti in tecnologie e reti intelligenti per l’energia rinnovabile di cui l’Italia è capofila. 
  
Per Stefano Besseghini l’amministratore delegato di RSE, l’ente italiano di Ricerca sul Sistema Energetico che ha coordinato i lavori a Pechino “Nel settore smart grid ci sono attività di ricerca che potranno avere sviluppi concreti tra una decina di anni, ma ce ne sono altre che possono portare benefici nel brevissimo periodo. Come la digitalizzazione dei sistemi elettrici per osservare la rete o la diffusione degli smartmeter, per monitorare i carichi di rete e per aiutare l’utente finale a gestire i consumi di casa in maniera più efficiente”. In tutti questi campi l’Italia si sta ritagliando un ruolo di leadership in termini di contenuti e sviluppo industriale, sottolineato anche dalla richiesta di India e Cina di svolgere per Mission Innovation il ruolo di co-leader. Se le smart grids negli ultimi dieci anni ci hanno permesso progressi formidabili “Ora ci attende un salto impegnativo per arrivare a una vera decarbonizzazione della società entro il 2050. Dunque dobbiamo pensare in grande, dobbiamo progettare un vero e proprio smart energy system” ha spiegato Luigi De Santoli, ordinario di energy management e responsabile energia all’Università La Sapienza di Roma.

Pensare in grande, adesso, significa lavorare allo sviluppo dell’interconnessione tra più sistemi energetici (per il riscaldamento e l'elettricità in primis) messi in relazione grazie ad un’unica “super smart grid” integrata che punta a un taglio radicale delle emissioni di CO2 e ad un aumento esponenziale dell’efficienza. Un “macro” traguardo energetico che fa il paio con un recente “micro” successo, che viene dal lavoro di un team di ricercatori del dipartimento di Fisica sempre dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Nanotec-Cnr) che hanno dimostrato che alcuni batteri geneticamente modificati possono essere utilizzati come minuscoli propulsori in micro macchine invisibili all’occhio umano, la cui velocità di rotazione può essere regolata con una luce di intensità variabile. Si tratta di batteri come l'Escherichia coli che si sono rivelati fantastici “nuotatori”, capaci di percorrere più di dieci volte la loro lunghezza in un secondo, approssimativamente, in proporzione, la stessa velocità di un ghepardo.

Questo genere di batterio, noto più per le indagini di Golette Verde di Legambiente sulla qualità dei nostri mari e le infezioni ad esso dovute per l’assenza di depuratori lungo le coste italiane, che per le sue virtù energetiche, si scopre così essere un “motore flagellare”, una sorta di motore elettrico, alimentato da un flusso di cariche che la cellula accumula costantemente anche in assenza di ossigeno. “Utilizzando un processo di stampa laser 3D su scala nanometrica - ha spiegato Claudio Maggi, ricercatore del Nanotec-Cnr - possiamo realizzare dei micromotori composti di anelli circolari, sulla cui superficie esterna sono state scavate delle micro cavità in grado di intrappolare una singola cellula batterica e costringerla a spingere il rotore” con un sistema che combina un’elevata velocità di rotazione ad un’enorme riduzione delle fluttuazioni. Un sistema che per Roberto Di Leonardo, il docente della Sapienza che ha guidato il team di ricercatori, “Può già produrre centinaia di rotori indipendentemente controllati, che utilizzano luce come fonte primaria di energia e che, un giorno, potrebbero essere alla base di componenti dinamici per microrobot”. 

Ma se il mondo scientifico italiano si sta distinguendo nel campo energetico, anche le nuove tecnologie applicate alla tutela ambientale attraverso plastiche  biodegradabili al 100%, non sembrano da meno. Dalle ricerche realizzate da Bio-on in collaborazione con l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero (Iamc) del CNR di Messina che ha testato questa nuova tecnologia, la bio plastica presentata lo scorso 5 giugno e brevettata con il nome di Minerv Biorecovery apre scenari senza precedenti per le bonifiche ambientali e il risanamento di inquinamento da idrocarburi. In 3 settimane l’acqua di mare inquinata viene ripulita, visto che le particelle che formano questa bioplastica sono l’ambiente ideale per ospitare gli speciali microrganismi che eliminano il petrolio dal mare. Per Marco Astorri, Presidente e CEO di Bio-on “Da oggi offriamo al mondo e al mercato la tecnologia per intervenire in modo efficace, naturale ed ecologico in caso di disastri ambientali come lo sversamento di petrolio in mare”.

Le particelle di queste micro polveri, gettate nel mare inquinato, formano una struttura porosa adatta ad ospitare una serie di batteri, presenti naturalmente in ambiente marino, che si nutrono della bioplastica, si moltiplicano e si rafforzano fino ad attaccare il petrolio. I processi biodegradativi si attivano in circa 5 giorni e la frazione degradabile degli idrocarburi (ad esempio il petrolio) viene eliminata in circa 20 giorni. “È la natura che cura se stessa perché la nostra bioplastica, di origine vegetale, serve a proteggere e a nutrire questi batteri accelerando la loro naturale azione” ha spiegato Astorri. Le micro polveri alla base di Minerv Biorecovery, infatti, sono biodegradabili al 100% e non rilasciano residui in mare a differenza di molte soluzioni applicate oggi in questi casi e i microrganismi attivi, dopo aver eliminato gli inquinanti, tornano ai normali livelli dell’ambiente marino. L’applicazione di questa nuova tecnologia consentirà la pulizia non solo in caso di eventi disastrosi, ma anche nella quotidiana manutenzione di porti o siti industriali. Una scoperta veramente straordinaria il futuro dell’ambiente marino. 

Alessandro Graziadei

sabato 22 luglio 2017

La transizione ecologica di Nicolas Hulot

Nicolas Hulot, classe 1955, è stato un giornalista e un ambientalista francese almeno fino al 17 maggio scorso quando il neo presidente francese Emmanuel Macron lo ha chiamato a guidare il ministero dell’Ecologia, Sviluppo Sostenibile e Energia per mettere a disposizione del Paese il suo decennale impegno nella difesa dell’ambiente e nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica su temi ecologisti. Hulot non ha perso tempo e lo scorso 6 luglio ha presentato il suo “Plan climat, un progetto in divenire che dovrà essere declinato in un piano di azione lungo tutto il quinquenio presidenziale di Macron e che per Hulot è una sorta di una “Colonna vertebrale alla quale si potranno aggiungere delle vertebre” ma che deve “Accelerare la messa in opera dell’Accordo di Parigi”. Un obiettivo fondamentale e ancora insufficiente, visto che gli impegni nazionali dei Paesi del mondo per la riduzione dei gas serra non permetteranno di raggiungere l’obiettivo dell’Accordo utili a tenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2° C. 

In realtà a leggere “Plan climat” non si trovano delle grandissime novità  rispetto agli orientamenti già annunciati da Hollande e ancor prima da Sarkozy. Ma la vera rivoluzione che non è sfuggita alla cronaca è stata la proposta di vietare la vendita di auto a benzina e gasolio nel 2040, un obiettivo che in realtà anche altri Paesi come Norvegia, Olanda e la stessa India si sono dati nell’immediato futuro. Anche se Hulot non ha detto quali saranno le misure messe in campo per raggiungere questo obiettivo per la Réseau Action-Climat (Rac) “Delle misure possono essere messe in atto ben prima del 2040 per ridurre le emissioni di CO2 di tutti i veicoli. La Francia deve farsi portavoce a livello europeo delle norme obbligatorie di limitazione delle emissioni di CO2 entro il 2025 delle auto e dei camion, così come proporre un rafforzamento delle procedure di controllo e l’attuazione delle sanzioni ai costruttori di automobili e le autorità nazionali in caso di non conformità”.

Oltre a questo annuncio altamente mediatico per Hulot esistono altre priorità per salvare il clima, come per esempio fare della Francia un Paese carbon neutral entro il 2050 e “trovare un equilibrio tra le emissioni di gas serra dell’uomo e la capacità degli ecosistemi di assorbirle”. Per riuscirci il ministro ha annunciato la pubblicazione, entro il  prossimo marzo, di una strategia nazionale per mettere fine all’importazione di prodotti forestali agricoli che contribuiscono alla deforestazione come l’olio di palma e la soia ogm per il bestiame, prodotti che stanno distruggendo intere foreste in Asia, Africa e Amazzonia. Dato che la deforestazione è responsabile del 10% dei gas serra, Hulot è convinto che questa decisione sia molto importante, “perché chiuderemo una finestra che dà la possibilità di incorporare dell’olio di palma nei biocarburanti”. 

Un’altra priorità del ministro ecologista riguarda il prezzo del carbonio. Il sistema Emission Trading System (ETS), utilizzato da 12 mila siti industriali nell’Unione europea, dovrebbe funzionare come deterrente economico per i settori più inquinanti, costretti all’acquisto di quote di CO2 pagate a tonnellata. Se l’obiettivo previsto da  François Hollande e confermato nel programma elettorale di Macron era di 100 euro per tonnellata di carbonio entro il 2030, per il nuovo Plan climat di Hulot, l’obiettivo è “insufficiente per mettere il mondo sulla traiettoria dei 2° C”, quindi il prezzo del carbonio deve essere rivisto al rialzo, fissato con la legge di bilancio entro il 2018, ed esteso ai gas HFC, utilizzati nei climatizzatori o nei frigoriferi. In questa direzione va anche l'idea di chiudere le 4 ultime centrali a carbone francesi entro il 2022, il piano per incentivare nei prossimi 5 anni l'eolico e solare e la realizzazione di un programma di rinnovamento termico degli edifici che era una “priorità nazionale” anche per il presidente Macron. L'obiettivo è il rinnovamento di metà delle abitazioni più modeste entro il 2022, per diminuire le emissioni e i consumi di elettricità, gasolio e gas attraverso un fondo pubblico di 4 miliardi di euro.

Tra gli obiettivi dichiarati, ma non dettagliati dal Plan climat, figura anche la lotta all’artificializzazione dei suoli e la riduzione del nucleare con la chiusura 17 reattori entro il 2025, che la Rac ritiene essere “la condizione indispensabile per lasciare il posto allo sviluppo delle energie rinnovabili e alla trasformazione energetica della Francia”. Per quanto riguarda la tassa sulle transizioni finanziarie TTF il plan climat non la cita, anche se e questa tassa potrebbe portare circa 20 miliardi di euro all’anno, una parte dei quali dovrebbero finanziare la tutela ambientale e climatica in Europa e nei Paesi più vulnerabili.  Per questo il commento di Cyrille Cormier, responsabile clima ed energia di Greenpeace France non è stato lusinghiero nei confronti dell’antico alleato ambientalista sottolineando che se “Sulla diagnostica non c'è niente da ridire” mancano ancora “le misure concrete di fronte all’emergenza climatica”. Per Cornier “L’obiettivo della fine della vendita dei veicoli a benzina e gasolio entro il  2040 invia un segnale utile ed interessante, ma ci piacerebbe davvero sapere quali sono le prime tappe di questo progetto e capire come fare in modo che questa ambizione non diventi un’altra speranza delusa” visto che “gli annunci da soli non fanno una politica energetica”. 

Insomma Nicolas Hulot darà realmente seguito ad una transizione energetica e allo sviluppo delle rinnovabili o incarnerà quel prototipo di ambientalista di belle speranza alla Paolo Gentiloni, che dopo la militanza in Legambiente, una volta arrivato al Governo, diventa improvvisamente più realista del re?

Alessandro Graziadei

domenica 16 luglio 2017

Lo sviluppo inizia con l'istruzione

Dal recente Rapporto del Consiglio sociale ed economico delle Nazioni Unite sul progresso globale dell'Agenda 2030, presentato in occasione dell'High Level Political Forum dell'Onu che si è chiuso pochi giorni fa a New York, emergono molti progressi, ma anche alcuni passi indietro preoccupanti lungo la strada che ci deve portare alla realizzazione di tutti gli obiettivi siglati nel 2015 dai 193 Paesi Onu. In particolare per il Rapporto, il “Goal 4”, l'obiettivo che mira ad estendere a tutti un'istruzione di qualità, anche se evidenzia un trend globalmente migliorato, rileva che ancora in nove Paesi su 24 del Sud Sahara e in sei su 15 Paesi latino-americani, “meno della metà degli studenti al termine della scuola primaria ha acquisito le sufficienti nozioni linguistiche e matematiche”. Per gli analisti dell'Onu che hanno raccolto i dati aggiornati al 2014, “circa 263 milioni di bambini e giovani non hanno terminato gli studi, inclusi i 61 milioni che hanno dovuto abbandonare gli studi fin dall'istruzione primaria”. Di questi abbandoni scolastici il 70% è concentrato in Asia meridionale e in Africa subsahariana.

Un andamento che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) attraverso il Global Education Monitoring Report ha messo sotto la lente di ingrandimento il 21 giugno scorso presentando il “Reducing global poverty through universal primary and secondary education”, un’analisi degli impatti dell’educazione sulla crescita economica e sui livelli di povertà a livello mondiale. I dati elaborati dall’Istituto di statistica dell’Unesco dimostrano che negli ultimi anni non vi è stato un grande progresso nella riduzione del numero di bambini che non frequentano la scuola e che a livello globale, dopo un iniziale miglioramento negli anni successivi al 2000, i bambini, gli adolescenti e i giovani adulti che non frequentavano le scuole sono rimasti pressoché gli stessi dal 2008 a oggi: “viene ancora negato il diritto all’educazione al 9% dei bambini dai 6 agli 11 anni, e il tasso sale al 16% e al 37% rispettivamente per le fasce di età 12-14 e 15-17 anni”.

Confermando quanto detto anche dal Consiglio sociale ed economico delle Nazioni Unite la regione con i tassi più elevati di bambini che non frequentano la scuola è l’Africa subsahariana, dove questo fenomeno tocca più della metà (57%) dei giovani tra i 15 e i 17 anni, oltre un terzo (35%) degli adolescenti tra i 12 e i 14, e un quinto (21%) dei bambini tra i 6 e gli 11 anni. Attualmente soltanto sei Paesi ospitano oltre un terzo dei bambini del mondo che non frequentano la scuola primaria: Nigeria (8,7 milioni), Pakistan (5,6 mln), India (2,9 mln), Sudan (2,7 mln), Indonesia (2,6 mln) ed Etiopia (2,2 mln). L'indagine ha voluto evidenziare le potenzialità connesse alla scolarizzazione ricordandoci che “si frequentassero le scuole per due anni in più, 60 milioni di persone sarebbero sottratte alla povertà, e che se tutti terminassero le scuole secondarie, sarebbero 420 milioni gli individui ad uscire dallo stato di povertà: più della metà delle persone povere del mondo, e quasi due terzi dei poveri dell’Africa subsahariana e dell’Asia del sud”. L'istruzione, infatti, impatta sia sulla crescita economica, che sulla povertà, fornendo alle persone capacità e competenze che permettono di aumentare le opportunità di impiego e parallelamente anche i loro redditi.

Ma non solo! Frequentare un percorso scolastico aumenta anche la resilienza delle comunità, preparando gli individui a gestire i rischi (ad esempio quelli legati alla salute o ai fenomeni atmosferici estremi) e contribuendo a proteggere le persone dalle vulnerabilità socio-economiche e dalle disuguaglianze di genere e di classe sociale. Secondo il Rapporto, infatti, il mondo si sta avvicinando alla parità di genere proprio in relazione ai tassi di frequenza scolastica perché se storicamente le bambine e le giovani donne sono sempre state più soggette al rischio di esclusione dall’educazione, oggi i numeri di bambine e bambini che non frequentano la scuola sono ormai quasi identici. Purtroppo in alcuni Paesi queste disparità permangono e in particolare nei Paesi a basso reddito dove “sono più di 11 milioni le bambine che non frequentano la scuola primaria, contro i 9 milioni di bambini”.

Per l’Unesco oggi, anche a livello scolastico, una delle sfide principali da affrontare sono le disuguaglianze economiche che limitano l'accesso all'istruzione e “in molte zone del mondo bisogna migliorare la qualità dell’educazione e ridurne i costi diretti e indiretti per le famiglie”. Alcuni Paesi, infatti, spendono ancora cifre troppo elevate per ogni bambino che frequenta la scuola soprattutto se consideriamo “gli 87 dollari a bambino per l’educazione primaria in Ghana, i 151 dollari in Costa d’Avorio e i 680 in El Salvador”. Ma alla luce anche delle stime del Reducing global poverty through universal primary and secondary education l'educazione è oggi non solo un diritto fondamentale dell'uomo, strettamente collegato alla realizzazione di altri diritti civili, ma un'opportunità unica e spesso indispensabile per ottenere la realizzazione personale, lo sviluppo economico sostenibile, l'uguaglianza di genere e una cittadinanza più attiva e responsabile. Per questo l'educazione sembra essere un  catalizzatore dello sviluppo capace di accelerare il raggiungimento di altri obiettivi di sviluppo sostenibile e non sembra sbagliato sostenere che lo sviluppo inizia con l'istruzione.

Per l'Unesco “La comunità internazionale ha fatto molta strada da quando il movimento Educazione per tutti fu fondato nel 1990 a Jomtien, in Tailandia, e confermato nuovamente nel 2000 a Dakar", ma sebbene siano stati fatti progressi senza precedenti, il percorso della comunità internazionale iniziato a Incheon nel maggio 2015 e appena passato da New York con l'ultimo High Level Political Forum dell'Onu non può prescindere dai precisi impegni dell'Agenda 2030 se vuole provare realmente a garantire un'educazione di qualità per tutti prima del 2030.

Alessandro Graziadei

sabato 15 luglio 2017

Guarda che mare!

Nonostante l’inquinamento da plastica in mare abbia raggiunto livelli di “non ritorno” in tutto il mondo e nonostante il bilancio del monitoraggio svolto in queste settimane da Goletta Verde di Legambiente come ogni anno evidenzi, oltre alle molte eccellenze, anche valori di contaminazione elevata lungo tutte le coste italiane, per il rapporto “European bathing water quality in 2016 presentato lo scorso 23 maggio dalla Commissione europea e dall’European Environmental Agency (Eea) “Oltre l’85% dei siti di balneazione marini e lacustri monitorati in tutta Europa nel 2016 soddisfa i requisiti più rigorosi per fregiarsi della qualifica di eccellente, il che significa che sono per lo più esenti da inquinanti pericolosi per la salute umana e l’ambiente” mentre “oltre il 96% dei siti di balneazione soddisfa i requisiti di qualità minimi stabiliti dalla normativa europea”.

Questa legge, in vigore dal 2006, impone a tutti gli Stati membri dell’Unione europea il monitoraggio annuale dei siti di balneazione e l’analisi della qualità delle acque che viene classificata come “eccellente”, “buona”, “sufficiente” o “scarsa” a seconda dei livelli di batteri fecali riscontrati e impone in caso di superamento dei limiti fissati di adottare misure correttive e l’obbligo di rendere pubblico il divieto di balneazione. Per l’Unione e l’Eea “La contaminazione fecale dell’acqua continua a presentare un rischio per la salute umana, in particolare nei siti di balneazione. Nuotare in spiagge o laghi balneabili contaminati può essere causa di malattie. Le principali fonti di inquinamento sono le acque reflue e le acque di drenaggio provenienti da aziende e terreni agricoli. Tale inquinamento aumenta in caso di forti piogge e inondazioni a causa della tracimazione delle fognature e del riversamento delle acque di drenaggio inquinate nei fiumi e nei mari”. 

Un’eventualità che al momento sembra rara visto che lo scorso anno, tutti i siti di balneazione analizzati in Austria, Croazia, Cipro, Estonia, Grecia, Lituania, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Romania, e Slovenia hanno conseguito almeno la menzione di qualità “sufficiente”. Per il rapporto il 95% o più dei siti di balneazione del Lussemburgo, Cipro, Malta, Grecia e Austria sono stati valutati di qualità “eccellente”, mentre in Europa solo l’1,5% dei siti di balneazione è stato valutato di qualità “scarsa” e in generale tra le stagioni balneari 2015 e 2016 il numero assoluto dei siti valutati negativamente è sceso da 383 a 318. E nel Belpaese? Purtroppo, anche se il 96% dei siti di balneazione italiani esaminati ha uno stato buono o eccellente, il numero più elevato di siti di balneazione con una qualità delle acque scarsa è stato registrato proprio in Italia con 100 siti, pari all’1,8%, seguono in questa blacklist la Francia con 82 siti, pari al 2,4% e la Spagna  con 39 siti, pari all’1,8%. 

In generale però è importante sottolineare che le acque di balneazione europee sono molto più pulite rispetto a 40 anni fa, quando ingenti quantitativi di rifiuti urbani e industriali non trattati o parzialmente trattati venivano scaricati in acqua. Il rapporto, infatti, conferma che “Da quarant’anni le spiagge e i siti di balneazione in tutta Europa seguono una tendenza positiva con acque sempre più pulite. La valutazione ha riunito campioni di acqua raccolti in oltre 21.000 siti di balneazione costieri e interni e fornisce una buona indicazione dei migliori siti in cui quest’estate sia possibile trovare la migliore qualità delle acque” confermando come la grande maggioranza delle zone di balneazione in Europa può vantarsi di avere acque di buona qualità. Per il Commissario dell’Unione all’ambiente, affari marittimi e pesca, Karmenu Vella, “Questa eccellente qualità delle acque di balneazione europee non è casuale: è il risultato di un duro lavoro di professionisti competenti e impegnati, che mostra l’importanza di promuovere le politiche dell’Ue”.

Commentando i dati, anche Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Eea, ha ricordato come questo trend positivo “Permette ai cittadini europei di scegliere consapevolmente i siti di balneazione che intendono visitare quest’estate e dimostra anche l’efficacia delle nostre politiche ambientali nonché i vantaggi pratici della protezione della salute e della vita umana quando si effettuano eccellenti raccolte e analisi di dati”. Un buon punto di partenza, che in Italia per Goletta Verde non può però far dormire sogni tranquilli: “Resta ancora molto da fare sul fronte dell’informazione ai bagnanti. La cartellonistica in spiaggia è ancora troppo scarsa, nonostante da tre anni sia scattato l’obbligo per i Comuni costieri di apporre pannelli informativi circa la qualità delle acque” ha ricordato la ong.

“Il nostro è un monitoraggio puntuale che non vuole sostituirsi ai controlli ufficiali, né pretende di assegnare patenti di balneabilità - ha aggiunto la portavoce di Goletta Verde, Serena Carpentieri - ma restituisce comunque un’istantanea utile per individuare i problemi e ragionare sulle soluzioni. Il nostro obiettivo non è fermarsi alla semplice denuncia, ma avviare un approfondimento e confronto per fermare principalmente l’inquinamento da mancata depurazione che si riversa in mare”. Così anche se la barca di Legambiente conferma i risultati dell’ Eea e un buono stato di salute generale non ci si può dimenticare che il numero più elevato di siti di balneazione con una qualità delle acque scarsa è stato registrato lungo le coste italiane, criticità segnalate da anni di indagini di Goletta Verde e sulle quali occorrerebbe intervenire subito per poter dire con orgoglio e sempre più spesso “Guarda che mare!” anche nel Belpaese.

Alessandro Graziadei

domenica 9 luglio 2017

Coltivando lavoro e accoglienza nell'Orto Salewa

Era il 1990 quando il marchio Salewa, fondato l’8 luglio 1935 da Joseph Liebhart direttore di una Cooperativa di sellai, veniva acquistato da Heiner Oberrauch e il gruppo Oberalp, rilanciando così a Bolzano un’azienda che oggi conta oltre 600 addetti e che produce e distribuisce in tutto il mondo abbigliamento e attrezzature tecniche per le attività sportive in montagna. Come l’americana Patagonia, anche la Salewa è formata da un gruppo di appassionati di montagna che hanno fatto della responsabilità ambientale e sociale una missione “che ci unisce nel rispetto della natura e nell’impegno verso le comunità in cui viviamo e lavoriamo”. Non è un caso quindi se dallo scorso marzo l’azienda ha offerto a quindici persone tra rifugiati e migranti provenienti dai diversi centri di accoglienza di Bolzano un lavoro in un orto di 3.000 metri quadrati e un percorso di formazione utile per imparare le tecniche dell’agricoltura biologica indispensabili per produrre verdure e altri prodotti agricoli di qualità destinati ad una distribuzione a km 0.

Per la maggior parte dei profughi l’Alto Adige è una terra di transito data la sua vicinanza con il confine di Stato. I profughi che attraversano l’Alto Adige spesso non intendono fare domanda di asilo in Italia, bensì in altri Paesi europei, ma “approdano” prima nelle stazioni di Bolzano e del Brennero e poi nei centri di accoglienza locali perché vengono bloccati dai controlli della Polizia e viene impedito loro di continuare il viaggio verso l’Europa del nord. I migranti che invece vorrebbero fermarsi per farlo devono superare l’ostacolo più difficile: trovare un lavoro. Stephanie Völser, Executive Assistant del Presidente di Salewa Oberrauch e responsabile di questo progetto, è impegnata dall’inizio del 2016 nel movimento Binario 1 che offre assistenza e supporto ai rifugiati e ai migranti che arrivano a Bolzano. Grazie a questa esperienza ha sviluppato la convinzione che l'inserimento sociale dei migranti nella comunità locale è possibile solo se accompagnato da un’occupazione attiva come quella offerta da Oberrauch che ha così deciso di mettere a disposizione di una piccola impresa agricola migrante un’ampia area di terreno antistante la moderna sede del gruppo, che nel 2011 si è meritata la certificazione Work&Life della rete CasaClima per il risparmio energetico.

Secondo il presidente Oberrauch “Non avere niente da fare è una delle cose peggiori, perché toglie alle persone dignità e speranza per il futuro”, per questo “abbiamo provato a proporre alle associazioni e alle istituzioni locali delle attività destinate ai rifugiati e migranti, ma senza successo. Penso che la politica non possa risolvere tutto e che sia un nostro dovere civile impegnarsi in prima persona. Essendo l’agricoltura parte integrante della cultura e della vita della nostra comunità è nata l’idea di provarci con l’Orto Salewa”. Così lo scorso marzo sono iniziati i lavori preparatori dell’orto che già da alcuni mesi impegna i migranti nella coltivazione di oltre trenta qualità di verdure, erbe aromatiche, mirtilli e lamponi. La loro attività è seguita da alcuni volontari, come Caroline Hohenbühel, che come la Völser ha messo al servizio del progetto la propria esperienza maturata nel movimento Binario 1 e Josef Zemmer, un maestro artigiano esperto in coltivazioni sostenibili che sta trasmettendo loro tutte le tecniche dell’agricoltura biologica.

Ma la rete nata attorno a questo progetto non sì è fermata a questi primi contributi ed è cresciuta nel tempo creando attorno a rifugiati e migranti una ampia e trasversale solidarietà. La cooperativa sociale OfficineVispa ha permesso di superare alcuni ostacoli di carattere burocratico integrando i lavoratori tra i soci della cooperativa, gli attrezzi agricoli sono stati forniti gratuitamente dal Consorzio Agrario di Bolzano e attualmente sono depositati in un container messo a disposizione dalla ditta Niederstätter che si occupa di noleggio di materiali e attrezzature per l’edilizia, mentre il vivaio Gardencenter Biasion ha offerto tutte le piante indispensabili per avviare l’Orto Salewa. Non appena è cominciata a circolare la notizia del progetto, infine, Gregor Wenter ed Egon Heiss, rispettivamente proprietario e chef stellato del ristorante Bad Schörgau a Sarentino, si sono fatti vivi per chiedere di diventare clienti dei prodotti dell’Orto Salewa ed Heiss ha voluto procurare anche il fertilizzante organico che insieme al compost fornito gratuitamente da Bioenergia Trentino è un elemento indispensabile per la coltivazione sostenibile di questo particolare orto solidale.

“La rete che è nata attorno a questa impresa, assieme all’apprendimento delle tecniche agricole e alla sostenibilità economica dell'impresa sono state fondamentali” ha spiegato la Völser, “perché la dignità sociale e l'integrazione passano anche attraverso una seppur parziale autonomia economica”. Adesso anche i dipendenti del gruppo Salewa-Oberalp sono diventati clienti dell'orto, oltre che sostenitori dell’iniziativa grazie al Bar Ristorante Salewa Bivac adiacente la sede di Salewa che ne utilizza i prodotti e al ricavato di una lotteria aziendale di beneficienza che ogni Natale consente di scegliere tra quattro progetti sociali da finanziare. L’importo raccolto quest’anno è stato decuplicato dall’azienda e oltre 7.000 euro sono stati destinati proprio all’Orto Salewa i cui prodotti vengono adesso consegnati in tutta Bolzano a fronte di una libera donazione destinata a sostenere i costi aziendali e il sostentamento dei quindici rifugiati e migranti che si sono impegnati attivamente all’interno dell’orto. Il maggior valore del progetto è però “la possibilità di uscire dalla realtà isolata dei centri di accoglienza ed entrare in contatto con la comunità che li circonda. Non ci aspettiamo che questa iniziativa sia risolutiva, ma speriamo che possa dare un contributo positivo alla vita di queste persone e forse anche essere di ispirazione per progetti simili” ha concluso la Völser, che a questi ragazzi, oltre ad un lavoro, sta insegnando in questi mesi anche l'italiano e il tedesco.

Alessandro Graziadei

sabato 8 luglio 2017

Emissioni zero: l’esempio della Svezia, i tentativi dell’Italia

Mentre l’amministrazione Trump dopo l'addio all'Accordo di Parigi ha da poco annunciato che rinvierà di 2 anni anche l’applicazione del Waste Prevention Rule del Bureau of Land Management (Blm), approvato nel novembre 2016 dall’ex presidente Usa Barack Obama, che limita le emissioni di metano da parte delle compagnie petrolifere e del gas che lavorano su terre pubbliche federali e tribali, con 241 voti a favore e 45 contrari, la Svezia il 15 giugno ha reso giuridicamente vincolante la nuova legge sul clima annunciata in febbraio che porterà il Paese scandinavo a raggiungere le emissioni zero di gas serra entro il 2045. Si tratta di impegni ancora più ambiziosi di quelli sottoscritti con l’Accordo di Parigi, visto che la Svezia con questa Klimatreform diventerà “carbon neutral” 5 anni prima di quanto previsto, una sfida non impossibile visto che il Paese ha applicato una cabon tax già dagli anni '90 e ha fortemente investito nell’eolico, nel solare e nell' idroelettrico, tutte fonti cha assieme al nucleare (dal quale sta valutando il disimpegno) forniscono alla nazionale l'80% del fabbisogno energetico.

La nuova normativa è un esempio positivo di politiche a tutela dell’ambiente che mirano ad una maggiore diffusione della mobilità sostenibile e ad un’ulteriore trasformazione ecologica del settore dei trasporti, soprattutto tramite l’incentivo per auto elettriche e biofuel. A dire il vero la legge non prevede dopo il 2045 una riduzione completa della CO2 immessa in atmosfera, ma consente la compensazione di un 15% di emissioni da abbattere attraverso investimenti in progetti all’estero. Si tratta di operazioni che potrebbero contemplare il finanziamento della riduzione delle emissioni di gas serra in Paesi in via di sviluppo o l’utilizzo delle controverse tecnologie della “carbon capture and storage”, che stoccano nel sottosuolo le emissioni delle fabbriche e che mirano ad estrarre l’anidride carbonica dall’aria. Tutte tecnologie costose e ancora sperimentali, che non convincono molte associazioni ambientaliste, ma che per Gareth Redmond-King, responsabile clima ed energia del WWF svedese non squalifica la nuova legge perché “Con Donald Trump che ha intenzione di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi, ora più che mai abbiamo bisogno che il resto del mondo faccia la sua parte nella lotta contro il  cambiamento climatico. Questa legge è una vittoria importante, non solo per la Svezia, ma per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro ambiente”. 

Dal momento in cui entrerà in vigore, nel gennaio 2018, la legge obbligherà il governo a nominare un Consiglio per la politica climatica e a fornire un report sulle politiche climatiche ogni anno, insieme alla legge finanziaria. In parallelo, ogni quattro anni, il governo redigerà un piano di azione sulla politica climatica stilando dei carbon budget con i passi specifici che intende compiere per centrare tutti gli obiettivi intermedi e rispettare così la tabella di marcia prevista dalla riforma. Tutti impegni lontanissimi dalle prospettive ecologiche contemplate in Italia dalla controversa Nuova Strategia energetica nazionale (Sen), anche se il 15 giugno scorso, in occasione delle celebrazioni per la Giornata Mondiale del Vento, Andrea Napoletano, segretario generale del ministero dello sviluppo economico, ha ricordato come all’interno della Sen la de-carbonizzazione giochi un ruolo essenziale visto che “dovrà essere garantito il perseguimento al 2030 degli obiettivi definiti dall’Unione Europea con il Clean Energy Package ed i relativi Piani Nazionali Clima-Energia. Nel prossimo decennio sarà dunque fondamentale dare ulteriore impulso alle fonti rinnovabili, in primo luogo nella generazione elettrica con un contributo non secondario da parte dell’eolico”.

Un settore che secondo l’Associazione Nazionale Energia del Vento (Anev), ha ampi margini di miglioramento con ricadute importanti anche a livello occupazionale. Per l’analista economico Andrea Marchisio, che per Anev il 15 giugno ha fatto i conti in tasca all’eolico italiano “Una eventuale crescita della fonte eolica in Italia capace di sfruttare al 2030 il potenziale di installazioni stimato da Anev di circa 5,3 GW di nuova capacità e 3,4 GW di rinnovamento di impianti esistenti, altrimenti dismessi, determinerebbe un incremento del 75% degli occupati permanenti e un incremento medio del 35% degli occupati temporanei annuali”. Per questo per il presidente di Anev Simone Togni, “Il tema dell’occupazione nel settore eolico è cruciale in vista della definizione della nuova Strategia Energetica Nazionale. Lo studio sul potenziale eolico di Anev mette in luce i benefici che il comparto può portare in Italia con un potenziale di 67.200 posti di lavoro complessivi al 2030. Il settore eolico sta crescendo in tutto il mondo e, con il giusto sostegno da parte delle istituzioni, potrà portare ulteriore sviluppo, benefici ambientali e occupazione anche nel nostro Paese”.

In questi ultimi anni si è realizzata una massiccia penetrazione delle fonti di energia rinnovabile nel sistema elettrico italiano e l’energia del vento copre oggi oltre il 6% della produzione nazionale netta e oltre il 5,5% della domanda elettrica nazionale, valori significativi se si confrontano con quelli di pochi anni fa. Per questo anche il vice presidente della Commissione attività produttive alla Camera, Ignazio Abrignani, sempre in occasione della Giornata Mondiale del Vento, ha voluto ricordare come “Nel nostro Paese la potenzialità del settore eolico è straordinaria. Ad oggi risultano impiegati circa 9.250 MW a fronte dell’obiettivo Sen di 12.680 alla data del 2020, ma la cosa più importante è che l’eolico, tra le fonti rinnovabili pulite, è quella che ha maggiori potenzialità ancora disponibili, se si pensa che tra minieolici, off-shore e on-shore si parla di un possibile sviluppo di 17 GW al 2030”.  Adesso questa crescita delle fonti rinnovabili deve essere accompagnata dalla politica, che come in Svezia dovrebbe puntare sull’incentivo di soluzioni tecnologiche e ambientali sempre più innovative e sulla velocizzare gli iter autorizzativi dei nuovi impianti, con la certezza di norme che, specie nel settore eolico, per l’Anev “sono state fino ad oggi troppo spesso ambigue e incerte”.

Alessandro Graziadei

domenica 2 luglio 2017

C’era una volta il lago d’Aral...

Solo due anni fa la Nasa aveva diffuso delle immagini satellitari che dimostravano come la superficie del lago Aral si fosse ridotta del 75% in 50 anni. Oggi quello che è stato il quarto più grande mare interno del mondo, incastonato tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, è quasi del tutto scomparso a causa di una serie di disastri ambientali di natura antropica che lo hanno fatto ritirare con una media di tre metri all’anno. Tutto è cominciato negli anni quaranta quando l’ex Unione Sovietica deviò il corso del Syr Darya e l’Amu Darya, i due fiumi principali che lo alimentavano, realizzando un sistema d’irrigazione utile alla produzione di cotone. La mancanza di acqua dolce che alimentava l’Aral ha fatto aumentare la salinità nell’intera area, avvelenato grandi estensioni di territorio e provocato gravi danni alla salute umana e alla stessa agricoltura che si intendeva favorire. Il lento, ma progressivo effetto del cambiamento climatico ha fatto il resto e quando negli anni novanta l’Unione Sovietica è crollata, l’Aral era già diviso in diversi specchi d’acqua, molto più piccoli rispetto al lago disegnato sulle cartine geografiche che vedevamo appese a scuola. 

La notizia non è certo dell’ultima ora, ma la tappa in Uzbekistan che il segretario generale dell’Onu António Guterres ha fatto ad inizio mese, durante la sua visita in Asia centrale, ha messo nuovamente il caso sotto la lente d’ingrandimento dei media. Guterres ha incontrato il presidente dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev, per discutere della collaborazione tra le Nazioni Unite e il Paese centroasiatico nel contesto geopolitico locale e in quello della lotta al cambiamento climatico. “Visitando il lago d’Aral e vedendo che quel che è stato il quarto più grande mare interno del mondo è quasi morto ho provato uno shock tremendo - ha detto Guterres - Questa è probabilmente la più grande catastrofe ecologica del nostro tempo. E dimostra che gli uomini possono distruggere il pianeta. La progressiva scomparsa del lago d’Aral non è stata causata solo dai cambiamenti climatici, ma è stata causata dalla cattiva gestione delle risorse idriche da parte del genere umano. Ma quanto è successo dimostra anche che se, per quanto riguarda i cambiamenti climatici, non siamo in grado di agire con forza per domare questo fenomeno, potremmo vedere questo tipo di tragedie moltiplicarsi in tutto il mondo. Quindi cerchiamo di utilizzare il lago d’Aral come simbolo di come l’umanità può distruggere il pianeta e facciamone una lezione per tutti noi, per essere in grado di mobilitare tutta la comunità internazionale, governi, imprese, società civile, città, Stati e attuare l’Accordo di Parigi”.

Ma questa trasformazione geografica non ha avuto solo ricadute ambientali. Moynaq, città portuale uzbeka fondata sull’industria del pesce, aveva una flotta di 165 pescherecci, almeno fino al 1973 quando l’acqua è scomparsa definitivamente dal porto e ha trasformato le barche in relitti arrugginiti abbandonati nel deserto. Da allora l'industria del pesce è morta, la popolazione ha cominciato ad emigrare e oggi solo chi ha più di 50 anni può dire di aver fatto il bagno nell'Aral quando la comunità viveva della gloriosa industria della pesca locale. Per l’attivista ambientale uzbeko Yusup Kamalov, tra i leader dell’Unione per la difesa del lago d’Aral e del fiume Amu Darya, il lago potrebbe ancora essere salvato visto che “Il Kazakistan ci sta riuscendo con discreto successo”. Il Governo di Astana, infatti, si è concentrato sul recupero della parte settentrionale del lago, che si trova completamente all’interno del suo territorio. È stata costruita una diga, completata nel 2005, che nel corso di dieci anni ha aumentato la varietà del pesce, ridando vita all’economia della regione. Il ritorno della pesca commerciale ha anche creato posti di lavoro negli stabilimenti in cui il pesce viene ordinato e congelato.

L’Uzbekistan, invece, ha rinunciato a qualsiasi progetto di recupero del lago e si aspetta di "toccare il fondo" per sfruttare i giacimenti di gas e petrolio. Per volontà del presidente e dittatore Islom Karimov prima e Shavkat Mirziyoyev adesso a Moynaq resiste solo un laghetto artificiale creato ai margini della città, una pozza d'acqua salmastra grande come un campo da calcio che i giovani del paese chiamano ambiziosamente “Il lago”. Rientra tra le attrazioni turistiche e pare ci si possa anche pescare. Per questo al momento l’obiettivo più realistico degli ambientalisti locali non è ricreare un lago navigabile, ma umidificare quella pianura arida in cui si è trasformato l’Aral per fermare la sabbia e le polveri contaminate da pesticidi e fertilizzanti che da lì continuano a spargersi in tutta l’Asia Centrale. Oggi a Moynaq il cancro alla gola colpisce tre volte di più che nella media del Paese e l’Aral è diventato l’esempio più tragico di una distorta idea del progresso che crede di poter imbrigliare la natura con quello che oggi dovremmo chiamare sviluppo insostenibile e che troppo spesso si è trasformato, qui come a Chernobyl, in una catastrofe.

Alessandro Graziadei

sabato 1 luglio 2017

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Lo scorso 2 giugno quasi 250 abitazioni del popolo Jumma, gli abitanti indigeni delle Colline Chittagong del Bangladesh, sono state rase al suolo dal fuoco appiccato da alcuni coloni bengalesi dopo il ritrovamento del corpo senza vita di un motociclista bengalese, Nurul Islam Nayon. La popolazione locale ha accusato gli Jumma del decesso. L’incendio che ha causato la morte di un’anziana donna che è rimasta intrappolata in casa per Survival International è avvenuto mentre “l’esercito e la polizia sono rimasti a guardare e non sono intervenuti quando i coloni che protestavano contro la morte del signor Nayon si sono scatenati, dando fuoco alle case degli Jumma e ai negozi in tre diversi villaggi”. Il governo del Bangladesh ha trasferito per più di 60 anni coloni bengalesi nelle terre degli Jumma che sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Hill Tracts a essere, oggi, una minoranza. Il 4 giugno la polizia e l’esercito hanno violentemente disperso una protesta pacifica degli jumma nata per chiedere che i piromani fossero consegnati alla giustizia. Per questo Survival ha lanciato un appello perché i responsabili dell’incendio e della morte di Nurul Islam Nayon siano consegnati alla giustizia ed ha sollecitato il governo del Bangladesh “affinché indaghi con urgenza sul ruolo delle forze di sicurezza durante l’attacco ai tre villaggi e durante la conseguente protesta pacifica”.

Ma la violazione dei diritti dei popoli indigeni non è una prerogativa solo del Bangladesh. Un’inchiesta istituita dai parlamentari brasiliani che rappresentano gli interessi di grandi allevatori e agricoltori ha appena pubblicato un rapporto in cui si chiede la chiusura del Dipartimento agli Affari Indiani (Funai) perché è ormai diventato “ostaggio di interessi esterni” e chiede che decine dei suoi funzionari vengano perseguiti per aver appoggiato quelle che definisce “demarcazioni illegali dei territori indigeni”. Ad oggi il Funai ha già subito grossi tagli al suo bilancio, che hanno portato alla riduzione di molte delle squadre responsabili della protezione dei territori delle tribù incontattate lasciando alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta alle mercé di taglialegna e sicari armati e senza scrupoli. “Negli ultimi cinque mesi, il Funai ha cambiato tre presidenti. All’inizio di questo mese il secondo presidente, Antonio Costa, è stato destituito” per aver criticato il Presidente Temer e Osmar Serraglio, il Ministro della Giustizia, ha ricordato Survival, affermando che “non solo vogliono eliminare il Funai, ma anche le politiche pubbliche come la demarcazione della terra [indigena]”. Le conclusioni del rapporto sono state accolte con indignazione e incredulità sia in Brasile che fuori. “Uccidere il Funai equivale a uccidere noi, i popoli indigeni - ha affermato Francisco Runja, un portavoce Kaingang - è un’istituzione cruciale per noi, per la nostra sopravvivenza, per la nostra resistenza, ed è una garanzia per la demarcazione dei nostri territori ancestrali.” Mentre per lo sciamano e portavoce Yanomami Davi KopenawaIl Funai è rotto… è già morto. Lo hanno ucciso. Esiste solo di nome. Un bel nome, ma non ha più il potere di aiutarci”.

Ma il presente ed il futuro dei popoli indigeni non è costellato solo di brutte notizie. Anni di lotte e rivendicazione dei propri diritti hanno portato in questi mesi anche ad importanti successi. Un caso esemplare è quello dei Boscimani che lo scorso 11 maggio hanno ricordato il ventesimo anniversario dallo sgombero dalle loro terre, nel cuore della Central Kalahari Game Reserve (CKGR), al campo di reinsediamento di New Xade, rinominato dai Boscimani “luogo di morte”. Fu la prima di un’ondata di sfratti effettuati dal Governo del Botswana, determinato ad aprire le loro terre ancestrali all’estrazione dei diamanti e al turismo. Per molti osservatori, il trattamento disumano che il Governo ha riservato ai Boscimani ricorda il regime di apartheid del vicino Sud Africa, dove le comunità nere venivano sistematicamente sfrattate dalle loro case per essere spostate in baracche sovraffollate alle periferie delle città. Nel 2006, però, i Boscimani che furono sfrattati dalla riserva nel 2002 hanno vinto uno storico processo presso la Corte Suprema del Botswana, grazie anche al sostegno di Survival International, che ha stabilito che questo popolo era stato sfrattato illegalmente e avevano il diritto di vivere e cacciare nella riserva. “Oggi centinaia di Boscimani stanno lasciando gli odiati campi di reinsediamento e ritornano a casa” e anche se non sono rare le violenze e le torture da parte dei guardaparco quando esercitano il loro diritto alla caccia, oggi è chiaro che i Boscimani non sono bracconieri, ma cacciamo per sopravvivere, senza minacciare in alcun modo la fauna locale.

All’inizio di giugno, con una una decisione senza precedenti, anche la Corte Africana per i diritti dell’uomo ha stabilito che il Governo del Kenya ha violato i diritti degli Ogiek, una tribù di cacciatori-raccoglitori che vive nella Foresta Mau, nella Rift Valley in Kenya, sfrattandoli ripetutamente dalle loro terre ancestrali. Il tribunale, dopo che gli Ogiek avevano citato in giudizio il Governo per la violazione del loro diritto alla vita, alla terra, alla proprietà, allo sviluppo e alla non-discriminazione, ha riscontrato che il Governo ha violato sette articoli della Carta Africana e ha ordinato di prendere “tutte le misure del caso” per rimediare alla violazione. Il caso era stato sollevato per la prima volta otto anni fa dall’Ogiek Peoples Development Program (OPDP), il Centro per lo Sviluppo dei Diritti delle Minoranze (CEMIRIDE) e dal Gruppo Internazionale per i Diritti delle Minoranze. “Per gli Ogiek, è una svolta storica. La questione dei loro diritti territoriali è stata finalmente affrontata e il caso gli ha dato più forza. Il governo ha ora l’opportunità di restituire loro la Foresta di Mau e la loro dignità di popolo Ogiekha dichiarato Daniel Kobei, direttore dell’OPDP. La speranza è che quest’ultima sentenza costituisca un importante precedente per altri casi legati ai diritti territoriali indigeni, non solo in Africa.

Alessandro Graziadei

domenica 25 giugno 2017

È nata la piattaforma sul benessere degli animali

La prima legislazione dell’Unione europea in materia di diritti e benessere degli animali è stata adottata nel 1974 e riguardava esclusivamente i macelli. Da allora l’Unione tutela gli animali nei laboratori, nei giardini zoologici e negli allevamenti con un complesso di norme sull’agricoltura e con disposizioni specifiche in materia di trasporto e di macellazione degli animali, oltre che con alcune norme supplementari specifiche per l’allevamento di galline ovaiole, di polli e per la produzione di carne con suini e vitelli. Molti dei termini utili alle politiche dell’Unione in materia di benessere degli animali si trovano però solo nelle normative per i sussidi allo sviluppo rurale, nonostante l’articolo 13 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea imponga all’Unione e agli Stati membri di "tenere pienamente conto delle esigenze in materia di benessere animale nella formulazione o nell’attuazione di determinate politiche dell’Unione", dal momento che "gli animali sono esseri senzienti". Come indica un sondaggio di Eurobarometro pubblicato nel marzo 2016, anche “la maggioranza assoluta degli europei ritiene molto importante la protezione del benessere degli animali e auspica che si trovino modi per migliorarla”.

Per questo il 6 giugno scorso il commissario europeo Vytenis Andriukaitis ha inaugurato ufficialmente la prima riunione della Piattaforma dell’Unione sul benessere degli animali, un organismo che riunisce 75 rappresentanti di industrie, ONG, organizzazioni internazionali, esperti scientifici, Stati membri, oltre a rappresentanti dello Spazio economico europeo (See) e dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Come ha spiegato Andriukaitis “Migliorare il benessere degli animali non è soltanto una questione di leggi, e la piattaforma non è un forum per stabilirne di nuove, ma è un’iniziativa per promuovere il dialogo tra le autorità competenti, le imprese, la società civile e gli esperti scientifici su questioni legate al benessere degli animali che riguardano tutti i cittadini dell’Unione europea”. Alla piattaforma spetta il compito di aiutare la Commissione europea nello sviluppo e nello scambio di azioni coordinate in materia di benessere animale, con particolare attenzione alla migliore applicazione delle norme dell’Ue attraverso lo scambio di informazioni e la condivisione delle prassi locali virtuose.

Per la buona riuscita della piattaforma occorre però che la sua rappresentanza non finisca immediatamente in mano a lobbies industriali capaci di condizionarne le decisioni. Per questo dei 75 membri che compongono questa prima Piattaforma dell’Unione sul benessere degli animali  quaranta sono stati nominati dalla direzione generale per la Salute e la sicurezza alimentare a seguito di un invito a presentare candidature per rappresentare non solo le imprese, ma anche le organizzazioni professionali, le organizzazioni della società civile e gli esperti indipendenti provenienti da istituti di ricerca. Sia le organizzazioni che gli esperti hanno dovuto dimostrare la pertinenza delle loro attività e competenze per i compiti della piattaforma e sono stati scelti con l’obiettivo di assicurare un’equa rappresentanza di diversi settori e attività, provenienze geografiche e settori. I trentacinque membri restanti rappresentano invece le organizzazioni e le istituzioni pubbliche. Tutti assieme si riuniranno due volte l’anno e sulla base delle discussioni e degli impegni assunti dai membri della piattaforma la Commissione individuerà le aree di lavoro di interesse comune ritenute più concrete e realizzabili.

Al momento la Piattaforma rappresenta una grande opportunità per contribuire a migliorare il benessere degli animali mediante la cooperazione all’interno dell’Europa e sebbene i diritti animali siano principalmente di competenza degli Stati membri e delle istituzioni dell’Ue, i “75” possono adesso presentare le loro competenze per sostenere e integrare le iniziative nazionali tramite mezzi e prospettive nuove. Per Andriukaitis, inoltre, “La piattaforma potrebbe sviluppare attività e indicazioni nelle aree in cui manca una specifica legislazione dell’Unione” ed “orientare lo sviluppo e l’attuazione di campagne di informazione rivolte a funzionari e parti interessate dei diversi Paesi coinvolti anche attraverso il finanziamento di programmi di ricerca a livello nazionale”. 

Per il commissario europeo “Il benessere degli animali attraverso questa iniziativa può essere maggiormente tutelato anche attraverso il supporto a varie attività non legislative che la Commissione sta già sviluppando” e che riguardano non solo una migliore applicazione delle norme dell’Ue in materia di benessere degli animali (come quella per esempio legata al  trasporto di animali vivi), ma anche la promozione delle norme dell’Ue a livello globale e la designazione di centri di riferimento dell’Unione per il benessere degli animali. Obiettivi ambiziosi. Non ci rimane che augurare, a tutti i 75, buon lavoro, aspettandone i risultati! !

Alessandro Graziadei

sabato 24 giugno 2017

Il “Campione della Terra”

La gestione dei rifiuti non è un problema solo dei Paesi arricchiti e in economie emergenti come l’India enormi volumi di scarti solidi finiscono direttamente negli oceani, dove, come fa notare il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), danneggiano flora e fauna “in modi che gli scienziati stanno solo iniziando a capire”.  Per questo celebrando la Giornata mondiale dell’ambiente lo scorso  5 giugno, il primo ministro dell’India Narendra Modi, ha esortato gli indiani a ritrovare il “Contatto con la natura” e riconoscere “L’importanza dell'ecologia per il benessere umano” trasformando così le iniziative tese alla tutela dell’ambiente in “Una enorme spinta per migliorare la gestione dei rifiuti” anche nel secondo Paese più popoloso del mondo. Per convincere gli indiani ad occuparsi di più e meglio dell’ambiente che li circonda, il  premier della destra induista ha citato anche il Mahatma Ghandi sottolineando che “Ogni volta che si entra in contatto con una condizione naturale, un nuovo spirito emerge da dentro di noi. Quindi, la campagna globale di connessione con la natura, il 5 giugno, dovrebbe diventare la nostra campagna individuale e quotidiana. Se proteggeremo l’ambiente, le nostre generazioni future raccoglieranno i benefici”.

Per l’Unep “L’India e i suoi 1,3 miliardi di persone sono diventati dei forti sostenitori della Giornata mondiale dell’ambiente, il giorno più importante delle Nazioni Unite per aumentare la consapevolezza sui problemi ambientali e guidare l’azione per affrontarli” e non è un caso se l’India ha ospitato le celebrazioni ufficiali nel 2011 e suoi amministratori, imprenditori e cittadini fanno registrare ogni anno molte centinaia di eventi a tema durante la Giornata dell’ambiente. Proprio quest’anno Modi ha annunciato una grossa iniziativa del governo indiano per migliorare la gestione dei rifiuti a partire da giugno, quando le autorità installeranno contenitori colorati per la raccolta differenziata in 4.000 città incoraggiando la popolazione a separare i rifiuti solidi dai rifiuti compostabili e garantire che possano essere riciclati o riutilizzati, per esempio come fertilizzante. “Dobbiamo sempre considerare questi rifiuti come una risorsa e una ricchezza. Non vederli solo come spazzatura - ha ricordato Modi - Una volta che inizieremo a guardare la spazzatura e i rifiuti come una ricchezza, potremo sperimentare anche le più recenti tecniche di gestione dei rifiuti”. 

Un problema particolarmente acuto in una delle più grandi metropoli dell’India e del mondo: Mumbai. Qui un giovane avvocato, Afroz Shah, nel 2015 ha avviato un’azione comunitaria con una rete di organizzazioni e privati cittadini per rimuovere i cumuli di rifiuti in decomposizione che si erano spiaggiati e avevano trasformato la spiaggia di Versova in una enorme discarica. L’iniziatva di Shah è stata così trascinante che alla pulizia della spiaggia si sono uniti sia i volontari delle baraccopoli, che le stelle di Bollywood, e in due anni hanno raccolto più di 4.000 tonnellate di rifiuti lungo i 2,5 km di litorale. Per questo l’Unep ha voluto riconoscere il grande valore comunitario, civile e ambientale dell’iniziativa e ha insignito quest'anno Shah del prestigioso premio Champions of the Earth visto che “ha contribuito ad aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica indiana sul crescente problema dei rifiuti marini, che è al centro della campagna Clean Seas dell’Unep”. Lo stesso Modi ha elogiato il giovane avvocato per la sua capacità di gestire più di 1.500 volontari che hanno bonificato una spiaggia che era “Rinomata per la sua sporcizia”, trasformandola “In una spiaggia pulita e bella” attraverso “un esempio ispiratore” di come anche l’India e gli indiani possono affrontare e risolvere i problemi legati a questa forma di inquinamento.

Di fatto a Versova l'intera comunità si è impegnata in prima persona per restituire alla città e ai turisti la fruibilità della lunga spiaggia dorata resa fino a pochi mesi fa invisibile dai cumuli di plastica, vetro, lattine e altri rifiuti abbandonati o portati dalla marea.  “Spero che questo sia solo l’inizio per le comunità costiere dell’India e del resto del mondo”, ha dichiarato Shah. “Dobbiamo vincere la guerra contro la trasformazione del mare in discarica e dobbiamo farlo sporcandoci le mani. Noi esseri umani dobbiamo riaccendere il nostro legame con l’oceano e non c’è bisogno di aspettare che qualcun altro ci aiuti a farlo”.  Se quello che si è da poco concluso sulla spiaggia indiana di Versova è stata una delle più grandi bonifiche mondiali, le iniziative per bonificare dai rifiuti aree naturali sono state tra le più numerose nelle migliaia di attività organizzate in tutto il mondo per la Giornata mondiale dell’ambiente 2017 e in India hanno interessato anche la pulizia del lago cittadino di Nainital, le rive del fiume Mutha a Pune e sulla spiaggia di Thiruvananthapuram.

Oggi la questione della gestione e dello smaltimento dei rifiuti ha assunto una dimensione sempre più preoccupante a livello internazionale ed è la diretta conseguenza dell’attuale sistema economico e sociale fondato sulla continua crescita della produzione e del consumo. E mentre proviamo a costruire un sistema economico in grado di minimizzare la produzione di rifiuti e si incentivano le iniziative di informazione e formazione mirate al cambiamento degli stili di vita, le iniziative dello scorso 5 giugno sono state un bellissimo esempio di attivismo ecologista, utile per non fare della celebrazione della Giornata mondiale dell’ambiente, istituita nel 1972 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la solita occasione ad uso e consumo della retorica ambientalista di una certa politica.

Alessandro Graziadei