domenica 14 gennaio 2018

Architutti: architetti libera tutti

“Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente” è uno dei motti dell’architetto Richard Rogers che un gruppo di ragazze ha scelto per definire il proprio lavoro e la voglia di costruire spazi progettati attorno alle misure delle persone. Di tutte le persone. Nasce così nella primavera 2017 l’esperienza di Architutti con “l’intento - ci scrivono - di diffondere, raccontare e spiegare che cosa vuol dire essere un architetto per tutti, che progetta per le persone, che non applica in modo sterile una normativa, ma attiva una sensibilità profonda e ripensa il progetto con un approccio inclusivo e olistico”. Abbiamo provato a capire chi sono e perché in un mondo di “Archistar” soliste c’è qualcuno che da grande ha voluto far parte di un gruppo di “Architutti” che pensano alla libertà come ad una forma di accessibilità.

Prima di tutto complimenti! Il 17 dicembre l’idea di Chiara Dallaserra e Francesca Bulletti di Architutti, squadra di architetti tutta al femminile, ha vinto il concorso di idee “Includi…Amo”.

Grazie! La nostra proposta per una Scuola inclusiva è piaciuta alla giuria di questo concorso di idee organizzato dalla direzione didattica Paolo Vetri di Ragusa, capofila della Rete provinciale per l’inclusione, che ha deciso di premiare il nostro “kit per il restyling inclusivo”. Abbiamo pensato che fosse utile fornire degli strumenti per intervenire opportunamente, ma con semplicità, sul patrimonio edilizio esistente. Il nostro kit raccoglie una serie di elementi semplici da mettere in opera e non invasivi con cui rendere più inclusivo e accessibile qualsiasi tipo aula di scuola d’infanzia. Ogni pezzo che abbiamo proposto ha uno spirito giocoso, invita il bambino ad interagire per comporlo e stimola l'utilizzo di più sensi. L’idea prevede porte sensoriali da toccare, per consentire anche ai bambini con difficoltà visive di capire in quale aula stanno entrando; pareti forate che posso diventare un grande tavolo da gioco verticale; finestre con una cornice larga su cui tutti i bambini, anche quelli con difficoltà motorie, possono sedersi comodamente per ammirare il paesaggio; armadietti con maniglie intercambiabili che comunicano il loro contenuto; pavimenti modulari che individuano delle aree funzionali e permettono di allestire l’aula a seconda delle esigenze. Infine la tana, un gioco costituito da quattro pannelli in legno uniti da tre cerniere che possono formare una casetta o un tunnel adatto a tutti, ma utile, ad esempio, per i bambini con autismo che possono aver bisogno di un luogo tranquillo, lontano dagli altri.

Cosa vi unisce?

Prima di tutto ci unisce una convinzione: ogni luogo, ogni ambiente ha significato e si determina in base alle persone che lo abitano. Ci unisce la passione per i racconti di queste persone, la volontà di immaginare le loro vite e di trovare le migliori soluzioni per progettare uno spazio accogliente. Ci unisce un percorso di formazione e specializzazione in Universal Design presso l'Istituto Europeo di Design di Venezia. Ci separano per buona parte dell’anno diverse centinaia di chilometri, ma gli architutti sono così, sparsi per l’Italia, hanno diversi accenti, tanti interessi e un grandissimo obiettivo comune. Siamo architetti ed è il nostro potere e la nostra responsabilità rendere fruibile uno spazio al maggior numero di persone.

Come è nata l’idea di Architutti?

Per alcuni anni, dopo la formazione in Universal Design, i momenti in cui ci incontravamo peregrinando per l'Italia in cerca di convegni e conferenze di settore, sono stati occasione di condivisione, scambio e confronto. Ogni volta rientravamo a casa con un nuovo entusiasmo, nuovi spunti per la quotidianità della professione, nuovi contatti e sempre più convinte che il modo in cui volevamo fare architettura fosse effettivamente possibile. La naturale prosecuzione è stata di costruire (siamo pur sempre architetti!) un contenitore in cui condividere questi spunti attraverso il racconto di progetti e la buona cultura sulla progettazione inclusiva. Il nome perfetto per questo contenitore lo ha trovato Francesca e ci è subito piaciuto!

Cosa vuol dire per voi progettare pensando alle persone?

Progettare pensando alle persone può significare tante cose, ma ha un unico e importante punto di partenza: l’ascolto. Se siamo capaci di lasciarci trasportare dall’utente a comprendere le sue reali  necessità e i suoi bisogni allora progettare per tutti diventa un percorso lineare. Alla base dell'Universal Design, del Design for All, dell'Inclusive Design c'è sempre l'assunto che progettare per tutti significa concepire ambienti, sistemi, prodotti e servizi che siano di per sé fruibili e usabili in modo autonomo da ogni persona, indipendentemente da età, capacità, condizione sociale, etc. al di là dell'eventuale presenza di una condizione (permanente o temporanea) di disabilità.

Il senso della nostra professione è capire le esigenze di una persona e riuscire a trasformarle in soluzioni per un ambiente, in qualcosa di adatto e adattabile, in uno spazio che accoglie e aiuta invece di creare barriere e difficoltà. È così che l'architettura si pensa, ascoltando la 'gente' che la vive. 

Dalla crescente attenzione e sensibilità alla qualità della vita e alla vivibilità dell'ambiente deriva il superamento concettuale di un’idea di barriera architettonica come problema esclusivo della persona con disabilità, a favore di una concezione eco sistemica più attenta alle esigenze di tutti. In questo senso l'approccio che noi proponiamo al “progetto per tutte le persone” tiene conto dei moltissimi aspetti legati ai bisogni specifici, agli interessi, alla sicurezza,...ma non in sommatoria, in un sistema organico e integrato, sintesi e mediazione di vari momenti di analisi progettuale.

La normativa, in tema di barriere architettoniche, scopro sfogliando il vostro sito, è piuttosto ricca e, al contrario di quanto si pensi,  affonda le sue radici già negli anni ’70. Com’è cambiata nel tempo la sensibilità e il linguaggio su questi temi in architettura?

I primi documenti normativi che fanno riferimento alle “barriere architettoniche” risalgono, sia in Europa che negli Stati Uniti, a periodi post conflitto, quando si presentò la questione degli invalidi di guerra. In Italia, dagli anni '70, l'apparato legislativo è stato arricchito e completato per i diversi ambiti di intervento, ma non sono stati fatti enormi passi avanti, considerando che le principali normative attualmente in vigore risalgono agli anni ’80 (Legge 13/1989 e il relativo regolamento di attuazione DM 236/1989). Ma non è tanto la legge in sé ad essere obsoleta, quanto piuttosto la sua applicazione e comprensione. Purtroppo i tecnici troppo spesso applicano in senso letterale la norma, “incollando” sopra ad un progetto da autorizzare alcune prescrizioni richieste dagli organi di controllo, senza considerare invece il grado di fruibilità e di vivibilità uno degli aspetti fondanti un progetto fin dalle fasi preliminari. Quello che manca è la capacità di porsi le giuste domande, consultando poi i relativi spunti prestazionali nelle diverse normative: la struttura risponde alla relazione della persona con l'ambiente? È veramente utilizzabile in autonomia e sicurezza da persone con esigenze diverse e specifiche? Trasformando cosi le risposte in temi di riflessione e sfide progettuali per la ricerca della soluzione spaziale ottimale, superando così la visione dell'accessibilità come aspetto di limitazione della bellezza e della qualità architettonica e il pregiudizio sulla rigidità delle norme stesse.

Nell'ambito socio-sanitario negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un'importante evoluzione, espressa con la pubblicazione nel 2001 da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità dell'ICF - Classificazione Internazionale del Funzionamento, Disabilità e Salute, che fornisce un’ampia analisi dello stato di salute degli individui. Con l'ICF si introduce il concetto innovativo di correlazione fra salute dell'individuo e ambiente, arrivando fino alla definizione di disabilità, intesa come una condizione di salute in un contesto socio-ambientale sfavorevole.

Nel settore tecnico invece si sta costruendo molto lentamente la consapevolezza che anche l'ostilità e il disagio degli spazi sono responsabili della non-abilità delle persone, che l'ambiente stesso può essere disabilitante e che quindi la vivibilità e il benessere ambientale sono responsabilità anche del progettista.

Spesso è utile per capire un fenomeno andare per esclusione. Cosa non è per voi l’architettura accessibile?

L'architettura ignorante. L'oggetto che ignora il suo stesso scopo, che risponde ad una domanda sbagliata. E l'architettura pigra: quella fatta di fretta, in cui non ci si è presi il tempo di sviluppare un progetto organico, dove coesistano l'aspetto economico, funzionale ed estetico, dove si cerchi di ottimizzare le risorse ambientali rispondendo ad un bisogno attuale con occhio lungimirante.
Ad esempio non è accessibile un ponte veneziano nuovissimo, costosissimo, ma pericoloso perché non si distinguono tra loro i gradini e la pavimentazione è scivolosa; non è accessibile uno sportello Atm troppo alto per le persone piccole o sedute che non arrivano a leggere il monitor e che quindi semplicemente si rivolgeranno ad un'altra banca; non è accessibile una scritta gialla su sfondo bianco.

Inoltre non è accessibile lo spazio che crea discriminazione, come un banco separato per un bambino con autismo in un'aula di scuola: accessibilità e inclusività si riferiscono prima di tutto ad un'attitudine verso la nostra società, di cui la progettazione architettonica e il design non sono che alcune delle possibili e auspicabili espressioni.

In un recente libro “Nessuno può volare” edito da Feltrinelli, Simonetta Agnello Hornby affronta in modo leggero e profondo il tema della disabilità e lo fa insieme con il figlio George, che da anni vive su una sedia a rotelle per una sclerosi multipla progressiva. In una delle sue recenti presentazioni, appena preso il microfono in mano, la Hornby senza troppi preamboli ha voluto lanciare l’appello per una campagna a favore dei gabinetti pubblici. Dobbiamo quindi partire dal gabinetto per parlare di accessibilità, adattabilità e visitabilità?

Parlando di accessibilità si finisce sempre a parlare di gabinetto! Sarebbe interessante superare questo binomio che nei decenni ha creato un'iconografia del “bagno disabili” davvero tremenda, un sunto dei migliori strafalcioni architettonici, una vera barriera mentale verso il tema dell'accessibilità, che relega peraltro la disciplina ad una sfera meramente fisiologica, ignorandone gli aspetti culturali e ideologici.

D'altra parte, però, il bagno è l'ambiente architettonico che presenta maggiori barriere, principalmente perché è il luogo di cui davvero tutti prima o poi hanno bisogno e in cui tutti vorrebbero avere il massimo grado di intimità ed autonomia. Proprio per questo motivo, nel progetto di un servizio accessibile, non dovrebbe essere cosi difficile usare l'immaginazione e simulare la ritualità della pratica (lo facciamo tutti!) per prevedere delle soluzioni che rendano l'operazione fattibile, se non addirittura comoda: ad esempio il pulsante dello sciacquone si colloca in basso, in una posizione esterna e raggiungibile, non per un vezzo del normatore, ma perché una persona seduta altrimenti non potrebbe azionarlo, con tutto il fastidio e l'imbarazzo (e il puzzo) che ne può conseguire!

Il mondo occidentale odierno, dal punto di vista architettonico, è il miglior mondo possibile per un una persona con disabilità?

Esistono luoghi che consentono di essere o non essere persone autonome e libere. Ma soprattutto felici. Il luogo che preferiamo è sempre quello che ci fa stare meglio, in tutti i modi possibili. Quello dove ci possiamo muovere, dove possiamo uscire, lavorare, trascorrere il tempo libero facendo ciò che vogliamo… Se il mondo occidentale sia il miglior posto possibile? Di sicuro dopo il 2006 gli stati che hanno adottato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità si sono impegnati a conseguire l'accessibilità attraverso la progettazione universale. La Convenzione, adottata da 192 paesi, firmata da 126 e ratificata da 49, con i suoi 50 articoli rappresenta il primo grande trattato sui diritti umani del nuovo millennio. Essa riconduce la condizione di disabilità all’esistenza di barriere ambientali e sociali e impone agli Stati parte di eliminare tali ostacoli, introducendo il concetto di “Accomodamento ragionevole” (le modifiche e gli adattamenti necessari ed appropriati che non impongano un carico eccessivo, per assicurare alle persone con disabilità il godimento di un esercizio) e di “Progettazione universale”.

È un documento di grandissima importanza per la promozione di una nuova cultura riguardo alla condizione delle persone con disabilità e delle loro famiglie, che promuove i concetti cardine di dignità, autonomia individuale, eguaglianza, accessibilità, inclusione nella società, per assicurare alle persone con disabilità l'accesso all'ambiente fisico, ai trasporti, all'informazione e alla comunicazione e ad altri servizi aperti o pubblici, ai fine di consentire di vivere in maniera indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli ambiti della vita.

Ho l’impressione che a determinare questo “miglior mondo possibile” non siano solo progetti isolati, ma un piano organico e coordinato che coinvolge le amministrazioni…

Un altro binomio: il contenuto e il contenitore. Non è possibile parlare di accessibilità isolandola dal contesto. Ogni azione per migliorare la fruibilità deve avere intorno un piano pensato e misurato, fatto di aspetti che determinano il contenuto, come attrattività, necessità, servizi offerti; e di aspetti che riguardano i contenitori, i luoghi, i collegamenti, le informazioni.

Pensiamo per esempio ad un bellissimo albergo accogliente, completamente privo di qualunque barriera: se non esistessero informazioni dettagliate ed adeguate sulle sue caratteristiche e su come raggiungerlo, mezzi pubblici attrezzati, marciapiedi percorribili o una rampa all’ingresso, tutta la fatica fatta per renderlo accessibile sarebbe stata vana, perché l'albergo sarebbe senza barriere, ma irraggiungibile. Ed inoltre quell'albergo lavorerà tanto più quanto l'offerta turistica del territorio risulti attrattiva anche per persone, in questo caso, con difficoltà motorie, che altrimenti non sarebbero motivate a pernottare proprio lì. L'accessibilità parte dalla grande scala, per arrivare al dettaglio e coinvolge tutti gli attori, pubblici e privati, che agiscono su un territorio. È una responsabilità delle Amministrazioni elaborare degli efficaci Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche negli spazi pubblici (il PEBA come strumento di pianificazione esiste, purtroppo ce ne sono ancora pochi...), così come dei singoli privati, enti o associazioni promuovere l'accessibilità di spazi, servizi e cultura. L’Universal Design è qualcosa di complesso e composto che prevede una valutazione a 360° della vivibilità e utilizzabilità delle nostre città per renderle un luogo più adatto a tutti.

Ad ascoltarvi quello che mi sembra di capire è che voi non progettate spazi, ma luoghi che possono diventare possibilità e punti d’incontro proprio perché inclusivi.

Esatto. L'obiettivo ideale è che un luogo diventi interessante proprio per la storia delle persone che lo abitano. Di recente ci siamo occupate del progetto degli spazi esterni e interni di una fattoria sociale, una struttura immersa in un meraviglioso paesaggio trentino, ma dove è la presenza e il coinvolgimento delle persone con disabilità nella gestione della parte agricola di produzione e trasformazione dei prodotti ad essere il vero aspetto di attrazione. Ecco quindi che tema dell'accoglienza, nelle sue sfaccettature fisiche e umane, e della possibilità di mettere tutti i visitatori nella condizione di poter visitare il giardino dei sensi oppure di mangiare comodamente nell'agriturismo, è diventato il tema centrale del progetto. La vocazione inclusiva della struttura, una volta conclusa, contribuirà a rendere più seducente il luogo.

Tutti per una e una per Architutti?  Con quale impegno guardate al presente e al futuro vostro e della vostra architettura?

Essere un gruppo è la nostra forza, unire le nostre energie ci ha concesso di tradurre in professione la nostra passione. La condivisione di saperi ed esperienze (ovviamente diverse a seconda dei territori in cui siamo attive, che coprono mari e monti) è uno stimolo costante per formarci e crescere insieme in questo settore. In tema di accessibilità infatti c'è ancora tanto da dire, promuovendo buone pratiche e cultura, facendo ricerca e sperimentazione; e tanto da fare, iniziando sul serio ad immaginare universale, sia nelle nuove costruzioni, ma soprattutto nel recupero del patrimonio esistente, partendo dall'eliminazione dei piccoli scalini, fino al progetto di spazi multisensoriali. Cominciare con un'attenta analisi dei bisogni, con possibili momenti di consultazione pubblica, ipotizzare un uso facile, comodo, sicuro degli spazi, ricercare soluzioni ottimali, flessibili ed economiche... noi Architutti vogliamo progettare e costruire luoghi belli e che abilitano.

Che dire, grazie a Francesca Bulletti e Chiara Dallaserra di Architutti per i tanti spunti e le interessanti risposte. Dal vostro lavoro non solo emerge l’idea che non c’è libertà senza accessibilità, ma si capisce che la fragilità è una risorsa sociale (oltre che economica) che anche l’architettura ha l’obbligo di mostrare e valorizzare.

Alessandro Graziadei

domenica 7 gennaio 2018

L’odissea della mobilità pendolare

Legambiente non ha dubbi: “Le città italiane hanno un drammatico bisogno di rilanciare diverse forme di mobilità sostenibile per migliorare la vita delle persone e la qualità dell’aria. In alcune grandi aree urbane la condizione è davvero di emergenza, ma da questa situazione oggi è possibile uscire come dimostrano le città europee e le migliori esperienze di gestione e innovazione nei trasporti realizzate in Italia”. Come? “Per compiere questo salto di qualità serve una discussione pubblica e trasparente su alcuni temi ineludibili: obiettivi del trasporto pubblico, risorse per le infrastrutture urbane, tempi e ruolo delle gare, e soprattutto controlli”. Un confronto quanto mai urgente che Legambiente da tempo sollecita attraverso campagne come Pendolaria, una mobilitazione “dalla parte” di chi, parliamo di circa tre milioni di persone al giorno, prende il treno per andare a lavorare, a scuola o all’università con l’obiettivo di far capire alla politica quanto sia importante e urgente migliorare il trasporto pubblico su ferro in Italia.

Nel 2017 l’entrata in vigore dell’orario ferroviario invernale ha registrato poche novità per i treni regionali mentre ancora una volta aumenta l’offerta di treni ad alta velocità con le 50 corse al giorno di Frecciarossa e le 25 di Italo da Roma a Milano, un aumento dell’offerta del 78,5%  in 7 anni, con un treno ogni 10 minuti negli orari di punta. Eppure i viaggiatori che beneficiano dei servizi ad alta velocità sono 170.000 contro i tre milioni di pendolari che si spostano ogni giorno sulle linee ordinarie dove la situazione non vede miglioramenti. Una fotografia che la ong del cigno verde ha reso pubblica l’11 dicembre presentando il rapporto “Le 10 linee pendolari peggiori” che descrive tutte quelle ferroviarie “secondarie” che nel tempo hanno visto un progressivo e costante peggioramento del servizio pubblico per via dei ritardi, dei tagli nelle corse, della tipologia dei treni (sia per capienza che per età), della condizione delle stazioni e della carenza di orari adatti all’utenza pendolare. 

Sul podio delle 10 linee ferroviarie per pendolari peggiori d’Italia, come lo scorso anno, troviamo le stesse tre tratte, che in 12 mesi non sono riuscite a risanare i loro cronici problemi. La maglia nera per Pendolaria 2017 è sempre la Roma - Lido, una linea che registra un afflusso giornaliero di 55.000 studenti e lavoratori contro i circa 100.000 stimati fino a pochi anni fa. Un calo del 45% comprensibile visto i continui guasti e problemi tecnici che si ripercuotono sugli utenti con corse che saltano senza che venga fornita un’adeguata informazione, ritardi periodici e il costante sovraffollamento di treni dall’età media che sfiora i 20 anni. “La soluzione migliore per la Roma-Lido sarebbe di trasformarla in una vera e propria metropolitana, visto che è tutta all’interno del Comune di Roma e potrebbe catturare un bacino di utenti enorme, migliorando la mobilità dell’intero quadrante urbano a Sud di Roma. Ma per ora è difficile intravedere una qualche speranza di cambiamento per i pendolari” ha spiegato Legmbiente. 

La medaglia d’argento è della Circumvesuviana. Si tratta di una linea che collega un’area metropolitana di circa due milioni di abitanti, si estende per circa 142 km e i cui limiti sono stati confermati pubblicamente dall’Ente Autonomo Volturno: aumento delle soppressioni (4.252 treni) e aumento dei ritardi oltre i 15 minuti (26.533 segnalazioni) nonostante le maggiori risorse finanziarie disponibili rispetto passato. “Dal 2010, quando i treni in circolazione erano 94, è stata tutta una parabola discendente; salvo guasti, oggi viaggiano 56 treni, ma ne servirebbero almeno 70 per garantire un servizio dignitoso ai pendolari, costretti a viaggiare ammassati, nonostante il crollo del numero dei viaggiatori che ben rispecchia la crisi in cui versa l’azienda. Basti dire che rispetto al 2012 i passeggeri ogni giorno sulla Circumvesuviana si sono ridotti del 22%, con 27mila passeggeri in meno sulla linea”. La medaglia di bronzo infine è della Reggio - Taranto, una linea di 472 km, che collega tre regioni e tanti centri portuali e turistici, ma che ha visto negli ultimi anni un sensibile peggioramento del servizio. Da Reggio a Taranto sono 6 i collegamenti giornalieri, ma il treno più veloce impiega 6 ore e 15 minuti. I tagli al servizio sono stati pari al 20% rispetto al 2010, con la cancellazione di 4 intercity notte, 5 treni espresso, 7 treni espresso cuccetta, 2 treni interregionali. Per cambiare questa situazione ci sarebbe bisogno di investimenti per completare l’elettrificazione e l’inserimento di nuovi treni più veloci. 

A seguire con problemi analoghi troviamo la Verona-Rovigo, la Brescia-Casalmaggiore-Parma, la  Agrigento-Palermo la Torinese-Pont Canavese, la Campobasso-Roma, la Genova-Savona-Ventimiglia e infine la Bari-Corato-Barletta. Un quadro che per Legambiente va raddrizzato. Come? Per il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini, “Il problema del trasporto ferroviario in Italia è che manca una strategia di potenziamento complessivo, al di fuori dell’Alta Velocità, che permetta di migliorare l’offerta a partire dalle grandi città e dalle situazioni più difficili sulle linee secondarie, in particolare del Sud. Chiediamo al governo Gentiloni di individuare subito risorse per rilanciare la cura del ferro che serve al Paese. Inoltre, si deve intervenire con urgenza nelle situazioni più gravi e insopportabili, come quella che vivono ogni giorno centinaia di migliaia di pendolari, in particolare a Roma e a Napoli, dove il numero dei passeggeri su treno è diminuito del 30% in questi anni”.

Malgrado il cambiamento positivo portato dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio, con risultati che si vedono negli stanziamenti per l’acquisto di nuovi treni per i pendolari e con l'inserimento in questa Legge di Bilancio  della detrazione per gli abbonamenti, oltre ad alcune eccellenze come L’Alto Adige, che ha aumentato i treni per i “pendolari”, per Zanchini “abbiamo bisogno che il tema dei pendolari diventi una priorità di Governo, e che lo sia per molti anni, se vogliamo cambiare questa situazione”.

Alessandro Graziadei

sabato 6 gennaio 2018

Filippine: la guerra alla droga e ai diritti umani

A qualcuno il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte era piaciuto per i suoi modi “decisi” di combattere il traffico di stupefacenti. Tuttavia, come ben ricordava la nostra collega Miriam Rossi in maggio, da mesi “le gesta da far west dei suoi uomini” contro lo spaccio di droga si collocano “fuori da qualsiasi sistema giudiziario” e quando spacciatori e tossicodipendenti sono individuati vengono “immediatamente assassinati in strada: proprio i loro corpi lasciati alla pubblica visione diventano un monito per invitare alla rettitudine i cittadini, come i cartelli attaccati agli uomini esanimi indicano chiaramente”. Ma che questo Presidente eletto alla guida delle Filippine il 30 giugno del 2016 non si limitasse alle esecuzioni extragiudiziali dei “cattivi”, era immaginabile già in campagna elettorale, quando dichiarava “Se vinco, potrei uccidere non mille criminali, ma 100.000 in 6 mesi” e invitava alle esecuzioni sommarie di trafficanti e criminali con premi ai poliziotti e la promessa dell’immunità per cittadini giustizieri. Non è un caso, quindi, se nelle Filippine sono stati uccisi a fine novembre altri due attivisti che indagavano sulle violazioni dei diritti umani dopo l’accaparramento di terre ai danni dei contadini dell'isola di Negros.

In un breve comunicato, l’associazione Karapatan, ha spiegato che i due attivisti uccisi a Bayawan nel Negros Oriental erano Elisa Badayos, coordinatrice proprio di Karapatan e Eleuterio Moises, membro dell’organizzazione contadina locale Mantapi Ebwan Farmers Association. Con Carmen Matarlo, di Kabataan Partylist-Cebu, rimasta ferita nell’agguato, i due facevano parte del team Freedom fire ministries (Ffm) composto da 30 persone che era nella zona per indagare sulle violazioni dei diritti umani nella zona. Secondo la segretaria generale di Karapatan, Cristina Palabay, non si tratta di un caso isolato visto che “L’attacco ai difensori dei diritti umani nelle Filippine è sempre più dilagante, più brutale e senza paura. Coloro che li perpetrano sanno che resteranno impuniti, dal momento che i diritti umani hanno perso forza e significato soprattutto sotto questo regime”. Per le realtà che difendono i diritti umani i tempi sembrano sempre più bui dal momento che il regime di Duterte sta trovando sempre nuovi modi per paralizzare non solo spacciatori e trafficanti di droga, ma anche gli attivisti che criticano la situazione dalle comunità povere, emarginate e facili vittime dalla militarizzazione del Governo filippino.

“Condanniamo nei termini più forti questo recente attacco ai lavoratori dei diritti umani - ha dichiarato la Palabay  - Anche se gli attivisti per i diritti umani che conducono missioni incisive a Batangas, Negros, Mindanao e altrove sono stati sottoposti ad attacchi da parte di forze dello Stato, non cederemo mai nel continuare a lottare con il popolo filippino per opporsi a questo regime omicida di Duterte”. Ma la violenza extragiudiziaria è accompagnata da una legislazione “sui generis” che sta tentando di facilitare in tutti i modi i metodi spicci di Duterte. Secondo un’ordinanza del Governo filippino è fatto divieto alle organizzazioni non governative e ad altre associazioni di condurre qualsiasi missione umanitaria nel Negros Oriental senza chiedere il permesso al governatore, al governo municipale e alla polizia municipale. Chi non rispetta l’ordinanza viene condannato a 6 mesi di galera e ogni partecipante alla missione deve pagare una multa di 5.000 pesos. Un atteggiamento che già nel 2016 aveva attirato l’attenzione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu e del Relatore speciale delle Nazioni Unite, Agnes Callamard, che aveva chiesto al Governo filippino a metter fine alle “esecuzioni extragiudiziali” nella lotta al narcotraffico e di sottoporre Duterte al giudizio degli organi internazionali.

Una richiesta rimasta inascoltata visto che Duterte si è sempre opposto in maniera categorica alla visita ufficiale della Callamard nelle Filippine per un’indagine indipendente sugli omicidi extragiudiziali della polizia e il 10 novembre, intervenendo al summit dell’Asean in Vietnam di fronte al presidente Usa Donald Trump e a quello cinese  Xi Jiping, ha minacciato di “schiaffeggiare” la Callamard “se continua a indagare sulle uccisioni extragiudiziali frutto della guerra alla droga del Governo Filippino”. Per la Palabay le ripetute dichiarazioni pubbliche di Duterte nei confronti della Callamard, “non sono solo dichiarazioni deplorevoli e poco diplomatiche di un Capo di Stato, ma sono atti pericolosi che minano i meccanismi internazionali dei diritti umani in atto per fornire risarcimenti alle vittime di violazioni dei diritti e alle persone che soffrono per la violenza dello Stato”. Una posizione ribadita il 22 novembre anche dall’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, che aveva difeso la Callamard e un’eventuale iniziativa Onu contro il presidente filippino, visto che è nel mandato e nelle procedure speciali dell’Onu la possibilità di esaminare e sollevare preoccupazioni attorno alle violazioni dei diritti umani negli Stati

Nonostante l’ostinato rifiuto da parte del governo Duterte di consentire alla Callamard di realizzare un’indagine ufficiale nel Paese, la ong Karapatan ha assicurato che continuerà a impegnarsi con la Callamard e altri esperti indipendenti dell’Onu, presentando denunce e portando avanti indagini sulle uccisioni extragiudiziali e altre violazioni dei diritti umani da parte del regime di Duterte. “Come organizzazione per i diritti umani - ha concluso la Palabay - abbiamo il mandato e il diritto di riferire i casi e di perseguire la responsabilità dello Stato per tutti gli atti commessi dalle forze di sicurezza dello Stato contro il popolo, in tutti i luoghi disponibili compresi i meccanismi internazionali dell’Onu. Non ci tireremo mai indietro per le parole e gli atti di un tiranno. Continueremo a fornire assistenza alle vittime della violenza di Stato e ad essere un tutt’uno con loro nella loro lotta per la giustizia”.

Alessandro Graziadei

sabato 16 dicembre 2017

L’India e la conservazione selettiva

Sin dai tempi del colonialismo, i popoli indigeni in India (e non soli lì…) sono sempre stati esclusi dai processi decisionali che riguardano le loro terre e i loro diritti. Accusati di danneggiare la foresta e la sua fauna attraverso la pratica del “taglia e brucia” e la caccia, i funzionari forestali indiani si sono abituati a considerare questi popoli, (Adivasi, Baiga, Soliga, Chenchu, Jenu Kuruba…) un “problema” per la conservazione. In realtà, ben lungi dall’essere un “problema”, da generazioni decine di migliaia di comunità indigene proteggono e utilizzano in modo sostenibile le loro foreste, tanto che nel 2006 il Governo indiano con il The Scheduled Tribes and Other Traditional Forest Dwellers (Recognition of Forest Rights Act) ha riconosciuto legalmente i diritti di queste comunità indigene a vivere nelle e delle loro foreste e ad amministrare le loro terre scongiurando, almeno sulla carta, l’erosione dei loro diritti tradizionali a causa di politiche commerciali e forestali scellerate. Nel dicembre 2012, però, il gabinetto dell’allora Primo Ministro Manmohan Singh ha emesso una direttiva che indebolisce il contenuto del Recognition of Forest Rights Act limitando il diritto dei popoli indigeni a porre il veto su progetti speculativi come miniere e dighe, spesso travestiti da virtuosi processi di tutela ambientale, che più o meno regolarmente prendono di mira le loro terre.

Seguendo questa tendenza alla “conservazione selettiva” il mese scorso anche il National Tiger Conservation Authority (NTCA) ha emesso un’ordinanza che stabilisce che i diritti dei popoli indigeni “non dovrebbero essere riconosciuti negli ambienti naturali cruciali per la sopravvivenza delle tigri”, come da alcuni anni sta succedendo nella celebre Riserva delle tigri di Kanha, nel Madhya Pradesh indiano. Pubblicizzata come l’ambientazione del famoso romanzo Il Libro della Giungla di Rudyard Kipling, l’India ha incoraggiato un importante sviluppo turistico nell’area, sostenendo che “non c’è altro posto al mondo in cui si possono vedere [le tigri] così spesso”, accompagnando però il Project Tiger con intimidazioni e sgomberi delle popolazioni autoctone nel nome della conservazione della tigre, proprio là dove il “cucciolo d’uomo” della fantasia di Kipling è cresciuto accanto a Shere Khan! Il risultato è che decine di migliaia di indigeni vengono sfrattati illegalmente dai loro villaggi situati all’interno delle riserve delle tigri e sono oggi costretti a vivere in povertà e miseria ai margini della società.

Per questo il 27 novembre Survival International ha lanciato il boicottaggio mondiale del turismo nelle riserve delle tigri dell’India con un’iniziativa “che continuerà fino a quando i diritti dei popoli tribali che vivono al loro interno non saranno pienamente rispettati” e il Recognition of Forest Rights Act non sarà ripristinato permettendo ai popoli indigeni di vivere e proteggere la propria terra ancestrale. “Un numero sempre maggiore di turisti deve essere consapevole che le riserve delle tigri in India celano un’ingiustizia profonda: lo sfratto illegale delle tribù operato nel nome della conservazioneha spiegato Stephen Corry, il direttore generale di Survival. “Vietando il riconoscimento dei diritti indigeni nelle riserve, il Governo indiano sta aggravando questa ingiustizia che colpisce coloro che vivono ancora al loro interno. Ecco perché chiediamo il boicottaggio di tutte le riserve delle tigri. Le autorità devono rendersi conto che le tigri possono essere salvate solo ottemperando alla legge e riconoscendo i diritti delle tribù, e che i turisti non vorranno recarsi in riserve che sono state svuotate dei loro legittimi proprietari”. In questi ultimi giorni moltissimi volti famosi si sono uniti all’appello di Survival per il boicottaggio mondiale delle riserve delle tigri in India, tra questi figurano l’attrice e attivista Gillian Anderson, l’attore Dominic West, il premio Oscar Sir Mark Rylance, e il musicista e fotografo Julian Lennon e anche il famoso scrittore e ambientalista indiano Amitav Ghosh.

Secondo la ong, che dal 1969 si è impegnata a sostenere il diritto di queste popolazioni indigene a determinare autonomamente il proprio futuro, non solo “la NTCA non ha l’autorità legale per emanare una simile ordinanza, che rappresenta una grave violazione del Forest Rights Act”, ma dimentica che tra il 2010 e il 2014 nella Riserva di BRT, nello stato indiano del Karnataka, “la prima riserva delle tigri in cui i popoli indigeni si sono visti riconoscere il diritto a restare, il numero delle tigri è aumentato ben oltre la media nazionale”. Anche per questo Madegowda, un’attivista per i diritti indigeni della tribù dei Soliga, nell’India meridionale, ha condannato il divieto, definendolo una violazione dei “diritti umani e dei diritti indigeni perpetrata nel nome della conservazione della tigre. Le tribù, le tigri e la fauna selvatica possono vivere insieme, la coesistenza è possibile, perché i popoli indigeni hanno una profonda conoscenza della biodiversità e sanno come proteggere la foresta e la fauna”. Alcuni membri della tribù dei Jenu Kuruba, molti dei quali sono stati sfrattati dal Parco Nazionale di Nagarhole, hanno protestato contro l’ordinanza della NCTA e se non sarà revocata minacciano di bloccare la strada che conduce al parco. “Ci hanno sfrattato con il pretesto che facevamo rumore, che disturbavamo la foresta” ha dichiarato a Survival un rappresentante Jenu Kuruba. “Ma ora ci sono molte jeep e veicoli turistici e queste non disturbano gli animali?”.

In realtà non sono il solo a pensare che dietro agli arbitrari interessi conservativi manifestati dal Governo indiano ci sia dell’altro. Oltre a “vendere” agli operatori turistici un ambiente incontaminato e senza alcuna presenza umana, neanche indigena, è noto che alcuni territori interessati dal Project Tiger sono oggetto di speculazioni industriali a tanti zeri. Così mentre migliaia di turisti ogni anno visitano le riserve delle tigri, all’interno di alcune di queste riserve naturali sono stati approvati progetti energetici ed estrattivi che prevedono la costruzione di dighe e l’esplorazione mineraria alla ricerca di uranio. “Il governo sta vendendo la foresta alle compagnie minerarie. Se andremo nelle pianure, diventeremo dipendenti dall’alcool, berremo e moriremo” ha dichiarato un rappresentante della tribù dei Chenchu, presente nella Riserva delle tigri di Amrabad. “Per questo il Dipartimento alle Foreste vuole sfrattarci da qui. Ma noi non vogliamo andare da nessun altra parte. Noi proteggiamo la nostra foresta. Andar via sarebbe come mettere un pesce fuor d’acqua: morirebbe…”. Forse i popoli indigeni non stanno pagando solo il prezzo di alcuni selettivi progetti di conservazione della tigre...

Alessandro Graziadei

domenica 10 dicembre 2017

Specie invasive vs biodiversità

Una volta c’era solo il negazionismo, quello storico, capace di screditare per fini ideologici e politici fatti accertati. Oggi sembra più sensato parlare di negazionismi ed accanto a quello climatico e medico pare sia comparso anche quello biologico. Questa almeno è stata la conclusione dello studio The exponential growth of invasive species denialism pubblicato in agosto da due ricercatori Antony  Ricciardi e Rachel  Ryan della McGill University, secondo i quali dal 1990 al 2015 su social media, giornali e persino su  riviste scientifiche stanno aumentando in modo esponenziale le dichiarazioni e gli articoli che negano i rischi per l’ambiente e gli ecosostemi delle specie invasive e criticano qualsiasi tentativo di eradicazione. Certo si potrebbe legittimamente pensare che sterminare una qualsiasi specie invasiva, quasi sempre introdotta più o meno consapevolmente dall’uomo, sia un modo crudele e sbrigativo di risolvere il problema delle “specie aliene”, ma questo non toglie nulla alla pericolosità che alcune specie animali non autoctone possono generare all’interno di un ecosistema che fino a poco tempo prima era a loro precluso.

Nello studio presentato anche su The McGill Tribune i due ricercatori canadesi hanno esaminato 77 articoli che sostenevano una qualche forma di negazionismo biologico relativo alla pericolosità delle specie invasive e che secondo lo studio “ignorava o negava fatti scientifici”.  Per Ricciardi, “In generale, fare negazionismo attorno alle specie invasive delegittima le scoperte e la credibilità dei ricercatori, in modo simile al negazionismo che riguarda la scienza del clima e la scienza medica. Esiste un consenso scientifico sul fatto che le introduzioni di specie non autoctone pongono rischi significativi […] per la biodiversità e gli ecosistemi. Questo non significa che gli scienziati pensino che ogni specie introdotta sarà dirompente, o anche che la maggior parte potrebbe avere impatti indesiderabili”. In generale però, se si esclude qualche rarissimo esempio di “conservazionismo creativo” e alcune specie aliene che non hanno avuto impatti destabilizzanti nei nuovi habitat, altre, come la cozza zebrata (Dreissena polymorpha) o il tarlo asiatico (Anoplophora glabripennis), solo per fare due esempi, hanno avuto effetti devastanti sugli ambienti nei quali sono state introdotte.  Per questo secondo i due ricercatori oggi “Sono necessarie ulteriori e sempre più ampie ricerche per migliorare la valutazione del rischio, poiché le specie invasive sono in grado di alterare la biodiversità, gli ecosistemi e le risorse naturali, fino al punto di avere impatti anche a livello economico e sociale”.

Ma come si spiega questo nuova forma di negazionismo? Ricciardi ha evidenziato diversi fattori che potrebbero contribuire a questa tendenza, in primis l’opposizione ad una maggiore regolamentazione del commercio di organismi viventi per mercati forse “troppo importanti” come quello alimentare e quello degli animali da compagnia. “C’è una quantità enorme di materiale genetico che si muove attorno al pianeta […] e c’è resistenza alla regolamentazione perché può impedire enormi profitti”. Un’altra ragione per questo trend negazionista è la crescente sfiducia nelle istituzioni scientifiche:  “Questo atteggiamento - ha spiegato Ricciardi - è caratteristico dell’era della post-verità, nella quale l’opinione pubblica è più scettica nei confronti dell’autorità che sfida le visioni del mondo delle persone”. Come se non bastasse anche libri come Where Do Camels Belong?  e The New Wild oltre a riviste accademiche, “incluse quelle prestigiose come Nature, pubblicano sempre più spesso contenuti di opinione che non includono necessariamente dati”. Infine non è raro incontrare alcuni ecologisti che partendo da un punto di vista etico, si oppongono a tardivi e spesso violenti processi di eradicazione.

Ricciardi ha ricordato che “C’è un ampio dibattito scientifico sull’ecologia, ma un vero dibattito scientifico coinvolge fatti e prove. Non sto certo sostenendo che invochiamo il termine negazionismo per bandire gli argomenti, ma le critiche scientifiche dovrebbero essere fatte in un forum scientifico, dove vengono valutate attraverso le prove. I negazionisti devono essere sfidati quando dicono cose che non sono scientifiche o che non hanno basi scientifiche o [quando] interpretano male le prove scientifiche”. Così facendo il negazionismo infonde un dubbio che impedisce alla comunità scientifica di gestione e prevenire nuove invasioni o controllare quelle dannose già esistenti. “Proprio come gli scienziati climatici hanno iniziato a parlare apertamente di negazionismo climatico, gli ecologi devono fare lo stesso quando la loro scienza viene messa sotto attacco nella stampa popolare”. 

Intanto anche il Mar Mediterraneo sta facendo i conti da decenni con il problema delle “specie invasive”. Come ci hanno ricordato gli studenti trentini dell’Agenzia di Stampa Giovanile che nell’ambito del progetto “Giochiamoci il Pianeta” hanno partecipato alla Conferenza sul Clima (COP23) che si è chiusa lo scorso 17 novembre a Bonn, “Specie come meduse velenose, pesci palla e pesci leone, dall’Oceano Indiano sono passate nel nostro mare attraverso il Canale di Suez, scavato dall’uomo alla fine del XIX secolo, e nonostante inizialmente avessero incontrato un ambiente ostile, possono ora chiamare casa il Mare nostrum”. Questo è quello che ha raccontato la giovane cronista Camilla Perotti dopo un incontro sulle condizioni della fauna mediterranea della COP23. "In questo Mediterraneo sempre più caldo, oggi queste specie stanno trovando il loro habitat naturale minacciando la biodiversità, l’economia e anche il turismo". Se il pesce palla, infatti, danneggia le reti dei pescatori, il pesce leone, estremamente velenoso al tatto e capace di riprodursi quattro volte più velocemente della media dei pesci autoctoni del Mediterraneo, mette in serio pericolo i bagnanti. Con buona pace dei negazionisti è quindi fondamentale gestire le specie invasive e ancor prima prevenire le cause antropiche di queste invasioni pericolose per la conservazione e la gestione degli ecosistemi.

Alessandro Graziadei

sabato 9 dicembre 2017

Elefanti: l’inferno è in India?

Secondo l’annuale rapporto della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites), che ha da poco tracciato il bilancio 2016 del commercio illegale di specie protette, “il bracconaggio ai danni degli elefanti africani è in calo per il quinto anno di fila”, anche se il loro declino non sembra fermarsi a causa del perdurare di altre attività umane che interferiscono sulla vita di questi animali. I dati, raccolti da due differenti  programmi della Cites volti al monitoraggio degli elefanti illegalmente cacciati, hanno evidenziato anche un record nell’avorio sequestrato: quasi 40 tonnellate, la quantità maggiore da quando è stato bandito dal commercio internazionale nel 1989, a conferma che i controlli sono sempre più severi, ma che le transazioni commerciali illecite di zanne restano ancora drammaticamente attuali.

Nel 2017, però, la situazione dovrebbe migliorare visto che in Asia è crollata la richiesta di materia prima e quindi anche il prezzo dell’avorio grezzo, per via del divieto di commercio interno annunciato da alcuni Paesi asiatici, in primis dalla Cina, che da sempre è il principale mercato mondiale di avorio lavorato. Ma le “buone notizie” per i nostri pachidermi riguardano principalmente l’Africa orientale, dove il bracconaggio è tornato sotto i livelli antecedenti al 2008, una notizia a lungo attesa visto che negli ultimi dieci anni in questa regione la presenza di elefanti si è praticamente dimezzata. Nell’Africa meridionale il Botswana ha registrato un aumento della popolazione di elefanti, che è la più numerosa del continente, e si registrano aumenti simili anche in Namibia e Sudafrica. Meno virtuosa è la situazione dei pachidermi dell’Africa centrale dove nell’ultimo decennio, nonostante i numerosi progetti di tutela, c’è stata una vera e propria strage di elefanti e dove, secondo il rapporto del Cites, i livelli di uccisioni rimangono tutt’ora molto elevati.

Se in generale la condizione degli elefanti africani sembra migliorare, non possiamo però dire la stessa cosa per quelli indiani. L’India ospita attualmente il 70% degli elefanti asiatici di tutto il mondo, ma i "corridoi ecologici" vitali per la sopravvivenza di questi animali continuano ad essere devastati dall’uomo, che sta riducendo sensibilmente gli habitat degli elefanti ed innescando un drammatico conflitto tra uomini e pachidermi. Una situazione ben “fotografata” dal premio Wildlife Photographer Of The Year bandito dalla rivista naturalistica indiana Sanctuary Asia e vinto quest’anno da Biplab Hazra, un fornaio appassionato di fotografia. Nella sua foto, intitolata “Hell is Here” e scattata lungo la Strada Statale 9 del distretto di Jhargram, nello Stato indiano del Bengala Occidentale, Hazra mostra un elefantino ai bordi della foresta avvolto dalle fiamme mentre, insieme alla mamma, cerca di sfuggire alle palle di catrame incendiate lanciate da un gruppo di persone. L’inferno di cui parla la foto è quello che  subiscono gli elefanti selvatici in India dove per la redazione di Sanctuary “il problema si sta espandendo in misura fatale”.  

Come mai? Purtroppo nel "corridoio degli elefanti" che attraversa i distretti di Bankura e Jhargram del Bengala Occidentale questo tipo di aggressioni ai pachidermi è routine, come in altri Stati dell’areale degli elefanti come Assam, Odisha, Chhattisgarh, Tamil Nadu e altri ancora. In queste zone tantissimi villaggi sono spesso invasi dagli elefanti che a causa della sempre più consistente deforestazione si spingono fino nei centri abitati in cerca di cibo ed acqua, finendo inevitabilmente per distruggere le coltivazioni, le case e le infrastrutture, mettendo così a repentaglio la vita degli abitanti. Per questo quando degli elefanti si avvicinano ad un villaggio, l’ufficio forestale locale assume delle persone per riportarli nella giungla. Queste persone, localmente conosciute come “Hulia Party” per spaventare i pachidermi usano di tutto: grossi e rumorosi petardi, grandi luci abbaglianti, tamburi di stagno per fare rumore, torce e palle di catrame incendiate e spesso anche arpioni, archi e frecce che finiscono per ferire gli animali senza ottenere i risultati sperati. Spaventare i branchi di elefanti senza alcuna consapevolezza del comportamento dell’animale, infatti, serve solo a far avvicinare gli elefanti ad altre coltivazioni e a causare danni non di rado ancora maggiori. 

La foto di Biplab Hazra è quindi lo specchio di una situazione delicata e anche se il cucciolo di elefante in questa occasione è riuscito a sopravvivere, non sempre la situazione si risolve senza conseguenze per animali e uomini. Un problema che i dipartimenti forestali indiani hanno cominciato a prendere in seria considerazione solo in questi ultimi anni attraverso la costruzione di “profonde trincee elettrificate” attorno alle zone coltivate ed abitate lungo i “corridoi degli elefanti”. Una misura che sembra aver ridotto in modo sensibile le scorribande degli elefanti e le rappresaglie degli uomini, limitando così i morti e i feriti di entrambi i “fronti”.  Eppure i danni causati degli spostamenti degli elefanti per anni sono avvenuti nella totale indifferenza del governo centrale e statale, nonostante le cause spesso di natura antropica dovute alla scarsa tutela ambientale siano note e prevedibili, almeno quanto le conseguenze. 

La foto in India ha sollevato numerose proteste per la sua crudezza, ma Sanctuary Asia ha deciso di premiarla proprio per far parlare di un problema ancora ignorato fuori dai confini indiani. “Per questi animali intelligenti, dolci e sociali che hanno percorso senza creare problemi il subcontinente per secoli, l’inferno è ora e qui”. Adesso occorre trovare una soluzione al problema, per tutelare la popolazione senza venir meno all’obbligo di conservazione che abbiamo nei confronti degli elefanti e dei loro habitat.

Alessandro Graziadei

domenica 3 dicembre 2017

Sri Lanka: a scuola di “Sangama” (costruttività)

In Sri Lanka ho avuto la fortuna di atterrare ormai più di 10 anni fa con una piccola associazione di cooperazione internazionale allo sviluppo. La meta era Maturamkernykulam, un piccolo villaggio che sorge a qualche chilometro dal mare, lungo la splendida costa nord orientale dell’isola, poco più a sud del distretto di Trincomalee. Un paesaggio mozzafiato in un territorio potenzialmente ricco di risorse naturali, che portava ancora ben visibili i segni dello tsunami del dicembre 2004 e i costi umani di una ventennale guerra civile tra tamil e cingalesi. Proprio in questo sperduto villaggio abbiamo avviato un progetto per la costruzione di una community-house, il centro della tradizione sociale, educativa e sanitaria di molti villaggi di cultura tamil. Avevamo provato ad avviare un piccolo percorso di “Sangama”, parola tamil che significa “costruttività”. Poco più a nord e 10 anni prima, a Trincomalee era nato il modello di scuola “Sangama” ideato durante la presidenza del defunto Ranasinghe Premadasa (1924-1993), per sensibilizzare i cittadini all’importanza dell’unità fra le due etnie dell’isola

In Sri Lanka il lento processo di riconciliazione con la minoranza indipendentista tamil ha continuato ad essere un tema delicato anche dopo la firma degli accordi di pace che il 16 maggio 2009 hanno messo la parola fine ad una guerra che aveva insanguinato l’isola dal 1983, causando circa 100.000 morti tra civili e militari. Un processo gestito della maggioranza cingalese attraverso una sorta di “impunità dei vincitori”, che fino ad oggi non ha aiutato la convivenze e ha dovuto fare i conti più volte con la ri-esplosione di un conflitto, che per essere definitivamente archiviato dovrebbe contare soprattutto sull’educazione delle nuove generazioni ad una cultura della paceun modello ben interpretato proprio dalla scuola Sangama. Composta da 28 studenti, 17 sono tamil indù e musulmani e 11 sono cingalesi cristiani e buddisti che vanno dalla prima alla quinta classe, tutti i bambini e i ragazzi di questa scuola studiano in due lingue e le confessioni religiose interagiscono in armonia. 

Oggi il numero ridotto di studenti permette ai 10 insegnati (compreso il preside) di seguire con cura l’istruzione degli studenti, per i quali “sono come genitori aggiunti”. Il preside è il musulmano Mohamad Aliyar Jainulabdeen e non perde occasione per ricordare l’importanza di questa coesistenza culturale non solo per i ragazzi. “Sono amici e fratelli, sorelle, senza nessuno che sia isolato, ma c’è molta cordialità anche fra i genitori e gli insegnanti” e grazie a questo spirito, tutte le festività delle varie etnie, dal Thaipongale al Natale, sono celebrate dall’intera comunità. "La scuola è un’esperienza così positiva che ci vorrebbero molti più inseganti, visto che le richieste non mancano mai e si cerca per ora di garantire almeno la continuità famigliare". Suraji Sumudu Kumari, madre di uno studente all’ultimo anno, ha raccontato ad Asia News che anche i suoi figli più piccoli seguiranno l’esempio del maggiore presso la Sangama, compreso il più piccolo: “Sono felice perché non perderò il buon rapporto con la scuola e gli insegnanti, così gentili e capaci di trasmettere questo spirito di appartenenza a tutta la comunità”.

Il ruolo centrale della scuola come via maestra per una pace più stabile sembra sempre più diffuso in questo distretto che è stato per decenni al centro di drammatici scontri etnici. Anche per gli insegnanti tamil e i membri del comitato del villaggio di Kovilgama, sempre nel distretto di Trincomalee, “Sostenere i bambini nel loro percorso di studio interconfessionale è il nostro unico sogno”. Anche se spesso a scuola “mancano gli strumenti base”, il desiderio della comunità è ampliare l’opportunità di far studiare “soprattutto i bambini di lingua cingalese”, trovando le risorse sufficienti per rispondere alle necessità scolastiche di tutti i ragazzi del posto e cercando di raggiungere il quarto obiettivo dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile che mira a garantire un’istruzione di qualità a tutti. Attualmente in buona parte del distretto di Trincomalee le lezioni si tengono gratuitamente anche con l’aiuto di volontari che seguono i ragazzi durante le lezioni e nei compiti del dopo scuola e grazie ad insegnanti della scuola domenicale che tengono lezioni senza chiedere un compenso per offrire  un “servizio ai nostri giovani con il solo scopo che siano ben istruiti e integrati tra loro”.

Il nome del villaggio Kovilgama, viene dalla parola “Kovil” che indica il luogo di culto adatto a buddisti, cattolici, indù e musulmani. Al momento i membri del comitato del villaggio stanno cercando gli aiuti finanziari utili non solo a supportare economicamente la scuola, ma anche per completare la costruzione di questo spazio di culto comune. Uno dei cittadini di Kovilgama, Govindapulle Singarasa, ha affermato che “sono già nove anni da quando abbiamo iniziato la costruzione del Nuovo Kovil. E sono già 10 anni che celebriamo i riti puja in un luogo temporaneo… non è bene tenere il Dio [Ganesh] in un una baracca temporanea per così tanto”. Anche questa è una lezione di “costruttività” interetnica e interreligiosa che una parte dello Sri Lanka sta lasciando in eredità alle sue future generazioni.

Alessandro Graziadei

sabato 2 dicembre 2017

Mare Nostrum: un "valore naturale" da preservare...

Miliardi di dollari. È questo il “valore naturale” del Mediterraneo, che con i suoi 46.000 chilometri di costa può generare, ogni anno, un giro d’affari di 450 miliardi di dollari ed è in grado di sostenere circa 150 milioni di persone che vivono lungo le sue sponde. Anche se di fatto copre solo l’1% della superficie marina mondiale il Mediterraneo fornisce il 20% del Prodotto Marino Mondiale Lordo. Questo significa che, se il Mediterraneo fosse un’economia a se stante, sarebbe la quinta della regione, dopo Francia, Italia, Spagna e Turchia e sarebbe capace di generare, principalmente grazie al turismo e alla pesca, circa quanto l’economia annuale prodotta da Algeria, Grecia e Marocco assieme. A "quotare" il Mare Nostrum è stato il report Reviving the Economy of the Mediterranean Sea: Actions for a sustainable future, lanciato il 27 settembre dal Wwf in vista del summit Our Ocean ospitato lo scorso mese a Malta dall’Unione europea.

Realizzato in collaborazione con The Boston Consulting Group, il report non è però solo un elogio al patrimonio di biodiversità e ricchezza di questo mare, ma principalmente un monito contro l’insostenibile sfruttamento delle sue risorse. Per il report, infatti, calcolando che nell’arco temporale 2025-2030 è prevista un’ulteriore rapida crescita delle attività imprenditoriali che interesseranno il Mediterraneo, attività che vanno dai trasporti marittimi alla realizzazione di nuove infrastrutture sulle coste, dall’incremento della pesca a quello del turismo, non è difficile ipotizzare anche un rapido impoverimento della sua ricchezza. Il Commissario europeo per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, autore della prefazione del report ha avvertito: “Costruire un'economia blu per il Mediterraneo dipenderà in gran parte dalla capacità che avremo di garantire la salute del nostro mare, delle sue coste e degli ecosistemi marini e, laddove è possibile, di ripristinare quelli degradati”. Di sicuro “Non possiamo continuare ad erodere i beni del Mediterraneo dai quali dipendono la nostra cultura ed economia”.

Il turismo, la principale fonte di entrate economiche dell’area mediterranea, è il settore maggiormente sotto osservazione, visto che nel 2030 conterà 500 milioni di visitatori internazionali rispetto ai 300 milioni scarsi di oggi. Si tratta di una crescita annua del 2,9% per i prossimi dieci anni, con un conseguente aumento anche dei lavoratori impegnati nel settore del 16%. Un’ottima notizia per le popolazioni che si affacciano sul Mare Nostrum, ma non per l’ambiente, se di pari passo tutti i Paesi coinvolti non aumenteranno l’attenzione e gli investimenti verso uno sfruttamento più sostenibile e un turismo più responsabilelimitando l’impatto che questo incremento turistico porterà su un ambiente che, per il Wwf, è “già sotto pressione”. È quindi evidente l’importanza della conservazione che deve essere considerata “una delle maggiori priorità per i leader mediterranei”, ha ricordato il Wwf, che ha anche sottolineato l'attuale fragilità della flora e della fauna mediterranee. Il Mediterraneo, negli ultimi 50 anni, ha perso il 41% della sua popolazione di mammiferi marini, e il 34% di quella totale. Circa il 53% degli squali, inoltre, è a rischio di estinzione e allo stesso pericolo è esposta la tartaruga della specie Chelonia mydas. La vegetazione non sembra passarsela meglio. Il caso della Posidonia è emblematico: “questa pianta acquatica ha visto per cause antropiche un declino del 34% della sua distribuzione nell'area mediterranea”.

Per Donatella Bianchi, presidente di Wwf Italia, “Il rapporto chiarisce quanto rilevante sia il valore economico, ambientale e sociale del Mediterraneo e quale sarà il costo che la grande comunità mediterranea dovrà sostenere se non verranno avviate le necessarie politiche di conservazione, mitigazione e tutela. La pressione esercitata sulle risorse ittiche, sulle aree costiere e gli ecosistemi marini è insostenibile e senza precedenti, in Mediterraneo come nella maggior parte dei mari e degli oceani del pianeta”. Dello stesso avviso è stato il direttore del Boston Consulting Group Nicolas Kachaner, per il quale “Dopo questa analisi nessuno può più dubitare dell’importanza di gestire attentamente gli asset marini che sostengono una fetta così grande dell’economia mediterranea. Un approccio economico prudente però deve mettere a bilancio una forte azione di conservazione in tutta la regione per assicurare i suoi beni naturali, altrimenti le fondamenta economiche della regione potrebbero essere seriamente minacciate”.

Del resto come avevamo scritto già nel 2011 con “Stok ittici prosciugati” e ricordato nel 2015 con “Stanno svuotando il Mare nostrum”, anche secondo l’ultimo report della Banca Mondiale The Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), la situazione del Mediterraneo è lo specchio della crisi del patrimonio ittico mondiale e oggi “una gestione più sostenibile e oculata delle risorse ittiche, in massima parte limitando gli scarti, genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari”. Il recente aggiornamento dello studio, pubblicato per la prima volta dalla Banca Mondiale nel 2009, ci suggerisce, quindi, che ridurre la pressione della pesca a livello globale e non solo mediterraneo, è un passo che non solo contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici, ma garantirebbe all’industria della pesca una resa maggiore e più costante nel tempo.

Appare quindi evidente, che i leader politici ed economici, in primis quelli dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, dovrebbero cogliere senza troppe difficoltà l’importanza e la necessità di investire nella tutela ambientale e impegnarsi affinché siano raggiunti gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Non si tratta di intraprendere la strada della temuta “decrescita”, ma di una crescita che partendo dalla salvaguardia delle nostre risorse naturali possa garantirci nel tempo resa e durata. Come spesso accade, però, dopo la lettura di questo tipo di analisi, che apparentemente non lasciano dubbi su cosa sia necessario e conveniente fare, non possiamo dare affatto per scontato che la politica e l’economia imbocchino naturalmente la strada più sensata per la tutela del Meditterraeno e del suo indotto.

Alessandro Graziadei