sabato 23 settembre 2017

Sarà l’Europa a salvare una foresta polacca?

È capitato a tutti, anche agli europesiti più convinti, di chiedersi ogni tanto “A cosa serve l’Europa?”.  Le risposte possono essere le più varie e potrebbero contemplare anche la decisone presa il 13 luglio dalla Commissione europea di deferire la Polonia alla Corte di Giustizia Europea a causa del taglio indiscriminato degli alberi della foresta di Białowieża, un sito protetto da Rete Natura 2000, una serie di aree ecologiche diffuse su tutto il territorio dell’Unione ai sensi della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e istituite per tutelare a livello comunitario gli habitat naturali e le specie di flora e fauna minacciati o rari. Un tempo di proprietà dei re polacchi, che la utilizzavano come riserva di caccia, la foresta di Bialowieza, inserita dal 1979 dall’Unesco nella lista dei siti mondiali “Patrimonio dell’umanità”, è giunta sino a noi praticamente inalterata, muta superstite delle foreste che in passato avevano occupato l’intero territorio europeo dal Baltico al Mar Nero. Questa foresta situata lungo il confine tra la Bielorussia e la Polonia ospita alcuni degli alberi più grandi del continente assieme all’ultimo grande mammifero selvatico d’Europa, il bisonte. Purtroppo solo il 16% di questa foresta è protetto dallo status di parco nazionale e solo altre piccole aree sono protette dall’Unione Europea e dall’Unesco. 

La scellerata decisione del Governo polacco di intaccarne la biodiversità della Białowieża risale al marzo del 2016, e nonostante le continue proteste dei movimenti ambientalisti e della società civile polacca, il ministro dell’ambiente Jan Szyszk ha dato il via ad una serie di operazioni di disboscamento nel distretto forestale di Białowieża con la scusa ufficiale “che il legno di questa foresta rischia essere sprecato marcendo sotto i colpi del Bostrico dell’abete, un coleottero che divora la corteccia dell’abete rosso”. Ma per il network internazionale Salva ForesteIn gioco non ci sono gli abeti rossi in decomposizione, ma evidenti interessi commercialivisto che “gli scienziati hanno sbugiardato le ragioni scientifiche del taglio promosso dal Governo polacco”. “Se permettiamo che diventi una foresta produttiva, perderà il suo valore e la sua biodiversità e ci vorranno centinaia di anni per porre rimedio a questa distruzione” aveva ricordato un anno fa Rafał Kowalczyk, direttore dell’Istituto di ricerca sui Mammiferi di Białowieża, sottolineando come  “in aree dove l’abete non riesce a rigenerare, sarà rapidamente sostituito da altre specie, come il carpino e il tiglio, più adatte alle nuove condizioni ambientali. Inoltre, una foresta naturale è e deve essere ricca di legno morto: non è uno spreco, come sostiene il ministro, ma un habitat essenziale per un gran numero di invertebrati e di altri animali”. 

Per questo nell’aprile del 2017 la Commissione aveva sollecitato la Polonia a non proseguire operazioni di deforestazione estese dando alla Polonia un mese di tempo per adeguarsi, senza però ottenere nessun rallentamento delle operazioni di abbattimento che sono continuate al ritmo sostenuto di circa 1.000 alberi al giorno fino a poche settimane fa.  Cosa ha convinto il Governo polacco? L’Europa! Secondo la Commissione europea, infatti, la Corte di Giustizia Europea può per legge “prescrivere misure provvisorie volte a richiedere a uno Stato membro di trattenersi da attività che causano danni gravi e irreparabili prima della pronuncia della sentenza” e in particolare il taglio della foresta di Białowieża “richiede l’adozione di provvedimenti provvisori, trattandosi di un caso eccezionalmente urgente e grave, dato il danno irreparabile alla foresta causato dalle operazioni forestali”. Per questo la Corte Europea di Giustizia ha intimato in agosto al governo polacco la sospensione immediata del taglio di alberi nella foresta di Bialowieza, bloccando non solo l’estensione del taglio di legname, ma anche la riduzione dei vecchi alberi morti in tutta la foresta. Un provvedimento che al momento pare resterà in vigore finché la Corte di giustizia europea non emetterà una sentenza definitiva sul caso.

Per Salva Foreste la decisione della Corte conferma ciò che la Commissione europea, l'Unesco e la maggioranza degli scienziati avevano ripetutamente sottolineato: "è l’aumento degli abbattimenti di alberi, e non il coleottero dell'abete rosso a minacciare gli habitat forestali e quindi il taglio di alberi deve essere fermato, prima di causare devastazioni irreparabili”. Sarà così l’Europa a salvare una foresta polacca? Possibile, ma non scontato. Attualmente mentre continuano le proteste degli attivisti provenienti da tutto il mondo per fermare i bulldozer e le motoseghe, gli ecologisti denunciano l’invio da parte del Governo polacco di squadre di guardie forestali da tutta la Polonia per contrastare le proteste pacifiche con violenze e minacce alla salute e alla vita stessa dei manifestanti. 

Una situazione che non ci stupisce, visto che la Polonia è oggi governata da “Diritto e Giustizia”, un partito della destra nazionalista che ha già sfidato altri regolamenti e trattati europei, ha ristretto la libertà dei media e provato a limitare l’indipendenza dei magistrati con un provvedimento che solo dopo giorni di proteste da parte di migliaia di cittadini polacchi il presidente Andrzej Duda si è rifiutato di firmare. Al momento, internamente, la credibilità della proposta del partito Diritto e Giustizia è alternativa all’Europa e viene da una ripresa economia in crescita, ma estremamente fragile, basata sulle rimesse dei molti emigrati, sulle commesse delle industrie europee e sui fondi comunitari. Per questo la chiusura alle richieste di Bruxelles, anche in materia di tutela ambientale, ma non ai suoi fondi strutturali, non sembra una strategia che l’Europa potrà tollerare ancora a lungo.

Alessandro Graziadei

domenica 17 settembre 2017

La Corea del Nord tra sanzioni internazionali e assistenza umanitaria

Non so a voi, ma a me capita spesso di ripensare alle parole del Premier norvegese Jens Stoltenberg all’indomani delle stragi di Oslo e Utøya nel 22 luglio 2011: “Siamo un piccolo Paese, ma un grande popolo. Non rinunceremo mai ai nostri valori: risponderemo agli atti di violenza con più democrazia, più libertà e più umanità”. Gli attentati fecero 77 morti, 69 erano ragazzi, uccisi uno ad uno da Anders Behring Breivik  l’auto proclamatosi “salvatore del cristianesimo” e “difensore della cultura conservatrice in Europa ” oltre che anti-papista, anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamista e per non farsi mancare niente anche anti-sionista. Sono parole che non mi hanno lasciato indifferente e, indipendentemente da ogni giudizio penale e morale, sicuramente mi hanno fatto riflettere sulle nostre possibili reazioni davanti al “male”, anche quando questo sembra presentarsi nella sua forma più autentica. Qualcosa di analogo, pur nelle differenze del contesto e delle responsabilità, ho provato leggendo un recente comunicato stampa che annunciava come “La Corea del Sud non esclude di sostenere, attraverso le agenzie delle Nazioni Unite, l’assistenza umanitaria al Nord al di fuori di ogni considerazione politica”, il tutto a poche ore dall’ennesima provocazione militare di Pyongyang, mentre quattro jet americani F-35B invisibili e 2 bombardieri strategici B-1B simulavano un bombardamento strategico nei cieli sudcoreani e Trump dal podio del Palazzo di Vetro lanciava il suo ultimatum alla Corea del Nord minacciandone la "distruzione".

Solo l’11 settembre scorso, il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva votato all’unanimità un incremento delle sanzioni economiche che prevedono il taglio del 30% delle forniture di petrolio, un bando sull’export del tessile nordcoreano, una delle più importanti industrie del Paese con un volume di affari di almeno 700milioni di dollari e delle misure per bloccare l’impiego di manodopera nordcoreana all’estero. Tutte sanzioni che si aggiungono a quelle votate il 5 agosto e che mettono il bando alla vendita di carbone, minerali e prodotti ittici della Corea del Nord, riducendo così di almeno un miliardo di dollari i guadagni annuali di Pyongyang. Il lancio di un altro missile a lunga gittata il 15 settembre sembra essere stato proprio una risposta alla mossa Onu arrivata dopo che lo scorso 29 agosto Pyongyang aveva lanciato un altro missile sopra il Giappone e dopo l'annuncio, il 3 settembre, dell’ennesimo esperimento nucleare. Eppure se il precedente Governo conservatore della Corea del Sud aveva sospeso gli aiuti al Nord attraverso le agenzie delle Nazioni Unite dopo i test nucleari e missilistici nordcoreani del 2016, la mossa di Seul, che sembra aver spiazzato la diplomazia internazionale, è pienamente in linea con il conciliante “Moon style” del neo presidente sudcoreano Moon Jae-in, in carica solo dallo scorso 10 maggio 2017.

Secondo uno studio dell’Onu, pubblicato alcuni mesi fa, il 70% della popolazione in Nordcorea è malnutrito: "la maggior parte dei bambini al di sotto dei 24 mesi di età e il 50 per cento delle donne in stato di gravidanza o in allattamento, soffrono di un’insufficiente varietà alimentare che porta a carenze di micronutrienti e ad un alto tasso di malnutrizione acuta e cronica". Per questo Seul ha pianificato di donare 8 milioni di dollari di aiuti al Nord attraverso agenzie dell’Onu, con una risposta umanitaria all’aggressività militare di Pyongyang che per il Governo di Moon non è in contraddizione con le sanzioni votate dall’Onu la scorsa settimana, anzi è vero il contrario visto che nelle difficoltà economiche, indipendentemente dalle nazionalità, i più colpiti sono spesso le persone vulnerabili, a cui è rivolta l’assistenza e che “Seul prevede di sostenere con l’invio di cereali e attraverso alcuni programmi di vaccinazione”. Un’operazione che “Il governo non pensa possa compromettere lo spirito delle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite”.

Se approvato, il sostegno sudcoreano sarebbe la prima assistenza umanitaria di Seul nell’amministrazione di Moon Jae-in e fornirebbe 4,5 milioni di dollari per un programma gestito dal Programma Alimentare Mondiale, (Wfp) e il resto andrebbe a sostenere un progetto per la nutrizione, i farmaci e i vaccini del Fondo Internazionale per l’Emergenza Infanzia delle Nazioni Unite, (Unicef). Due filoni di intervento dichiarati fondamentali proprio dal presidente Moon che al vertice G20 del 20 luglio scorso, aveva ricordato, proprio citando i casi di malnutrizione tra i neonati nordcoreani, che “l’assistenza nei settori assistenziale e medico non dovrebbe essere collegata a situazioni politiche”. Ma, senza nulla togliere all’importante e lungimirante sostegno umanitario sudcoreano, la Corea del Nord è veramente sul lastrico? Secondo David Straub, analista del Sejong Institute, il colpo inferto dalle sanzioni Onu al regime di  Kim Yong-un è durissimo e a lungo andare, quasi insostenibile, visto che dovranno essere tagliati molti programmi militari e Kim non potrà più “comprarsi” l’affetto della nomenklatura del Paese, come ha fatto finora, attraverso la concessione di beni di gran lusso in un paese ridotto quasi alla fame.

Eppure per David Albright, esperto dell’Institute for Science and International Security rilanciato da Pietro Orteca la scorsa settimana su Remocontro.it, “il rischio è quello di sottovalutare il contrabbando che cinesi e russi alimentano attraverso un florido mercato nero”, grazie alle frontiere in comune e a transazioni finanziarie che per evitare il blocco dei pagamenti, vengono fatte a Singapore. Ad oggi circa il 90% del contrabbando nordcoreano passa attraverso la Cina e il resto transita per la frontiera russa e questo nonostante Pechino si sia più volte  impegnata a vigilare su questi traffici. Il risultato è che oggi sono oltre 5 mila le società commerciali cinesi che “coprono” gli interessi di Kim Jong-Un, interessi che purtroppo, siamo pronti a scommettere, non cercheranno di eliminare quelle carenze di cibo, farmaci e vaccini con le quali si confronta quotidianamente la popolazione nord coreana.

Alessandro Graziadei

sabato 16 settembre 2017

L’emergenza incendi e la riforma dei parchi

Quest’estate l’emergenza incendi non ha conosciuto né tregua né confini regionali. Sono andati in fumo 124mila ettari di boschi, molti dei quali in aree protette e dal grande valore naturalistico, come quelle dei Parchi naturali e dei siti di Rete Natura 2000, la rete europea a cui afferiscono i Siti di Importanza Comunitaria designati sulla base della direttiva Habitat e le Zone di Protezione Speciale individuati sulla base della direttiva Uccelli. “Non solo il Vesuvio, ma anche tante altre aree protette, nazionali e regionali, sono state interessate dalla morsa degli incendi: dal Cilento e Vallo di Diano, al Gargano, dall’Alta Murgia alla Majella, dalla Sila al Pollino al Gran Sasso passando per la Riserva dello Zingaro in Sicilia, sono troppe le aree di pregio del centro-sud finite in balia di eco-criminali e piromani” ha ricordato Legambiente. Il quadro che emerge dall’analisi della ong è davvero preoccupante: “Quasi un terzo dell’intera superficie percorsa dal fuoco, tra il 1 gennaio e il 6 agosto 2017, ha interessato le aree di maggior valore naturalistico presenti in Italia […] invece in tutta la Penisola la superficie complessiva bruciata, dall’inizio del 2017 fino al 10 agosto, ha superato quota 101.000 ettari, più che raddoppiando quanto andato in fumo in tutto il 2016”.

I responsabili sono i criminali, i piromani, l’incuria, la distrazione e il cambiamento climatico, ma sono le Regioni le istituzioni che hanno le principali responsabilità nella gestione della aree protette e in questa recente emergenza incendi hanno dimostrato una grande impreparazione nel prevenire e mettere in sicurezza il prezioso patrimonio naturalistico. Per questo secondo Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, “Governo, Comuni, Enti parco e soprattutto Regioni assumano piena consapevolezza del danno enorme che deriva dall’arrivare impreparati alla stagione critica per il rischio incendi, ancor più oggi che i cambiamenti climatici stanno ulteriormente aggravando tale rischio. In particolare i diciassette anni trascorsi dalla pubblicazione delle legge 353 del 2000, che assegna competenze e ruoli per prevedere, prevenire e contrastare gli incendi boschivi, rappresentano un arco temporale tale da rendere inaccettabile questo disastro ambientale”.

Servono più prevenzione e controlli e un’efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici perché “nei troppi e ingiustificati ritardi regionali e nazionali, ha pesato anche la burocrazia, la mancanza di un’efficace macchina organizzativa e di politiche di gestione forestale sostenibili, come dimostra la situazione reale e il ritardo nell’aggiornamento dei piani antincendio dei parchi e delle riserve naturali dello Stato” ha spiegato Ciafani. Allo stato attuale risultano solo 13 i piani antincendio vigenti nei Parchi italiani, otto con l’iter non ancora concluso e due con il piano antincendi recentemente scaduto e da aggiornare, nonostante sia previsto per legge che ogni tre anni venga redatto dall’area protetta e approvato dal Ministero dell’Ambiente, una volta sentito il parere dell’ormai ex Corpo Forestale dello Stato. Eppure per Ciafani “Un piano che deve rispondere a fenomeni così variabili, perché legati al clima che cambia si deve approntare in un mese al massimo e a ridosso dell’inizio della stagione estiva in modo da utilizzare analisi e previsioni più credibili. Non può essere perciò più il meccanismo di predisposizione, approvazione e inserimento nel piano regionale come prevede attualmente la legge 353/2000. È una norma che risponde alle esigenze di una burocrazia cervellotica, ma non alle esigenze di tutela dei boschi dagli incendi”. 

Per questo le emergenze che hanno interessato le aree protette questa estate, in particolare l’azione incendiaria e criminale contro il nostro patrimonio di biodiversità boschiva del Belpaese, sono la spia di quanto sia urgente dotare il sistema parchi di norme adeguate e applicabili immediatamente, che siano in grado di garantire un futuro alle straordinarie risorse naturali e culturali che queste aree tutelano e valorizzano. Norme che devono fornire ai parchi fondi adeguati, strumenti e strategie efficaci a contrastare le sfide a cui sono sottoposti, prima tra tutte gli effetti dei cambiamenti climatici, principale fattore di perdita di biodiversità a scala globale, ed essere capaci di coinvolgere e rendere protagoniste le comunità locali ed i diversi stakeholder. Per questo il Club Alpino Italiano, FAI-Fondo Ambiente Italiano, Legambiente, Slow Food Italia e Touring Club Italiano hanno voluto richiamare il Governo alle sue responsabilità ricordando come dopo otto anni di discussioni sia necessario chiudere nel migliore dei modi la lunga fase che sta accompagnando la proposta di riforma della legge sulle aree protette 394/91 per fornire un contributo essenziale alla conservazione di habitat e specie fondamentali anche per l’economia e la tenuta sociale e civile del nostro Paese.

“Ci preme ricordare in particolare che i parchi, diffusi sul 20% del territorio nazionale, sono anche presidi contro lo spopolamento delle aree interne, dove agricoltura e zootecnica possono esprimersi al meglio senza impattare sull’ambiente - ha concluso Slow Food - una ragione di più per evitare il rischio che questo straordinario bene comune si trovi a essere negoziato con piccoli o grandi interessi”.  Tuttavia, nonostante alcuni recenti passaggi parlamentari ne abbiano migliorato l’impianto rispetto alla proposta originaria, alcuni aspetti della nuova legge sulle aree protette non convincono la società civile, come per esempio l’introduzione di royalties per le attività estrattive o la governance dei parchi, che prevede che i direttori vengano scelti dai presidenti in base alle sole competenze manageriali, favorendo l’appartenenza rispetto alla professionalità. È quindi chiaro, nell’attuale legge licenziata dalla Camera a fine giugno, un ridimensionamento della componente scientifica e conservazionista a vantaggio dei poteri locali. Per questo le associazioni ambientaliste continuano “a chiedere al legislatore di farsi carico del problema e rivedere in Senato quello che a nostro avviso tocca ancora migliorare affinché questa revisione della 394/91 porti veramente verso una nuova fase di rafforzamento dei parchi e delle aree protette del nostro Paese”.

Alessandro Graziadei

domenica 10 settembre 2017

“Ma che che che occasione, ma che affare…”

Ogni volta che un comunicato stampa arriva in redazione annunciando l’ennesima concessione alla deforestazione petrolifera, mineraria, energetica, agricola o dovuta all’allevamento, sempre in nome di un’economia votata ad uno sviluppo considerato potenzialmente illimitato, mi torna in mente Edoardo Bennato e la sua “Vendo Bagnoli”, con quel ritornello provocatorio: “Ma che che che occasione, ma che affare, vendo Bagnoli chi la vuol comprare, colline verdi mare blu, avanti chi offre di più…”.  Canticchiando questo motivo, alcune settimane fa, ho letto il comunicato del WWF brasiliano che annunciava come “Il 23 agosto il governo federale di centro-destra del Brasile ha pubblicato un decreto che abolisce la Reserva Nacional de Cobre e Associadas (Renca), un’area protetta che si estendeva su 47.000 Km, più grande della Danimarca e estesa quanto lo stato brasiliano di Espírito Santo, a cavallo degli Stati di Pará e  Amapá”. Guarda caso si tratta di una riserva forestale ricca di minerali preziosi quali oro, rame, titanio e acciaio, nonché di tante altre risorse naturali di cui abbonda l’Amazzonia

Come ha ben spiegato Lorenzo Di Muro su LimesIl tempismo non è casuale: la massima carica dello Stato a inizio agosto ha scongiurato l’apertura di un processo d’impeachment a suo carico - sono altre 20 le richieste nel cassetto della presidenza della Camera - anche grazie ai voti dei ruralistas; parlamentari espressione degli interessi latifondiari, vicini ai colleghi armamentistas ed evangelici, con i quali forma il vituperato fronte Bbb: Bibbia, bovini e pallottole, dall’acronimo portoghese Bíblia, Boi e Bala. Soprattutto, la misura di Temer, al centro del dibattito politico da mesi, fa parte di un più ampio pacchetto di riforme del settore minerario, tra cui la riduzione del 27% della foresta di Jamanxin nel Pará e la variazione del regime delle royalties, e più in generale di una privatizzazione dell’economia, in linea con l’impostazione neoliberista seguita all’estromissione di Dilma Rousseff”. 

La Renca era stata dichiarata area naturale protetta e pertanto esclusa dallo sfruttamento economico nel 1984, durante la dittatura militare, per limitare la penetrazione di capitali privati e stranieri in settori strategici dell’economia brasiliana. Per ora il decreto firmato da Temer sostiene che “L’abolizione di cui tratta l’art. 1º non esclude l’applicazione di norme legislative specifiche sulla protezione della vegetazione autoctona” e più in generale la legislazione brasiliana proibisce l’attività mineraria nelle Unidades de conservação classificate come a protezione integrale e quindi anche nelle 9 aree protette della Renca, dove l’attuale legislazione brasiliana permette attività estrattive solo nella Floresta Estadual do Paru. Ma c’è chi non si fida. Così, nonostante Temer abbia deciso di fare una parziale marcia indietro, apportando nelle scorse settimane delle modifiche al decreto per la salvaguardia dell'ambiente e delle comunità indigene, 8 senatori brasiliani hanno presentato un Projeto de Decreto Legislativo (PDC 160/2017) per cercare di bloccarlo e un giudice federale di Brasilia, Rolando Valcir Spanholo, ha accolto parzialmente una petizione popolare presentata nei giorni scorsi contro la misura governativa, sostenendo che "per una scelta così importante non basta un decreto, ma serve l'intervento del Congresso".

Del resto anche per il senatore  Randolfe Rodrigues di Rede Sustentabilidade  “l’estinzione della Renca mette a rischio riserve naturali di fondamentale importanza” come ha certificato anche il rapporto “Renca – situação legal dos direitos minerários da Reserva Nacional de Cobre” pubblicato a luglio dal WWF e che per il suo direttore esecutivo Maurício Voivodicrischia di produrre una serie di conflitti tra attività minerarie e conservazione della biodiversità e popoli indigeni”. Inoltre, sempre secondo il rapporto, la principale area della Renca che interessa l’industria mineraria coincide proprio con una zona di protezione integrale: la Reserva Biológica (Rebio) de Maicuru, dove, secondo i dati del Serviço Geológico Brasileiro (Cprm) ci sono forti indizi di presenza di rame e oro.

Cosa accadrà è presto per dirlo, ma intanto la volontà di aprire le aree protette a favore degli interessi privati sembra non riguardare solo il Brasile. Anche se non è ancora pubblica, il Segretario gli interni Usa, Ryan Zinke,  ha presentato alcune settimane fa alla Casa Bianca la sua raccomandazione finale sul futuro delle terre e delle acque pubbliche attualmente protette come "National Monuments". La raccomandazione ha fatto seguito a un ordine esecutivo del presidente Usa Donald Trump che ha avviato il riesame dei confini di queste aree, con il chiaro intento di svenderle all’industria mineraria e alle multinazionali. Il Washington Post ha scritto che sicuramente le revisioni guarderanno tre National Monument:  Bears Ears; Grand Staircase-Escalante; Cascade-Siskiyou, ma non si conosce il destino riservato ad altri 21 monumenti nazionali come Sequoia, Mojave Trails, Organ Mountains Desert Peaks per i quali sono previsti solo degli “aggiustamenti”.

Per ora il 24 agosto il Sierra Club, ha presentato, in base al Freedom of Information Act, una richiesta di poter accedere ai dettagli sulle raccomandazioni di Zinke sul futuro di queste terre pubbliche e protette.  Per il suo direttore esecutivo, Michael Brune, il rapporto è “profondamente inquietante”, e “l’unica informazione reale riportata nella relazione era la volontà di Zinke di spazzare via il sostegno straordinario per la salvaguardia delle protezioni nei National Monuments. Non saremo affrettati. La verità è nei dettagli, che sono quel che intendiamo conoscere con questa richiesta”. Tuttavia anche secondo Rhea Suh, la presidente del Natural Resources Defense Council (Nrdc), siamo di fronte a “Un attacco senza precedenti al nostro patrimonio naturale […] che non è di Trump. Appartiene a te e me, ai nostri figli e nipoti. Per generazioni queste aree protette hanno ospitato le nostre vacanze estive, gite in famiglia e le avventure dell’infanzia. Sono la casa della fauna selvatica e una parte fondamentale del patrimonio naturale americano. Sono un pezzo del tessuto nazionale che non lasceremo che Trump distrugga”. Per questo gli ambientalisti si mobilitano perché come canta Bennato questa “è un’asta, conto fino a tre!”. 

Alessandro Graziadei

sabato 9 settembre 2017

Quella doppia sporca dozzina!

Sono passati 10 anni da quando il Comune di Capannori, per primo in Europa, lanciò la sfida ai rifiuti accogliendo l’invito di Rossano Ercoliniche si occupa attivamente della loro gestione da 34 anni e dello scienziato Paul Connett. Ad oggi il comune può vantare circa l’82% di raccolta differenziata con una produzione pro capite annuale di rifiuto urbano residuo di 82 kg e una qualità elevata dei materiali intercettati nelle differenziate, con basse presenze di impurità e importanti remunerazioni da parte dei consorzi di filiera. Nonostante gli ottimi risultati è però ancora troppo elevata la frazione costituita dalle plastiche, che rappresenta una percentuale di circa il 40%.  Seppur in buona parte differenziata una minoranza  è ancora indirizzata da COREPLA, il consorzio del CONAI che cura la raccolta delle plastiche, al recupero di energia  attraverso l’incenerimento, anziché al recupero di materia, a causa di un quadro normativo europeo e nazionale che ancora consente la produzione di residui che non possono essere differenziati, e talvolta neppure inceneriti.

Ecco perché nell’agosto del 2016 il Centro Ricerca Rifiuti Zero del comune di Capannori, Zero Waste Italy e l’Associazione Ambiente e Futuro per Rifiuti Zero hanno lanciato la campagna “La doppia sporca dozzina” che dopo un anno è diventata una vertenza permanente che sta allargando la sua partecipazione comunitaria raggiungendo sempre più realtà istituzionali e della società civile grazie ad incontri, assemblee, interviste, passaggi in radio e televisioni locali e nazionali. Questo successo ha spinto gli organizzatori ad inserire la campagna in un “Kit Formativo” che sperimentalmente è stato rivolto alle scuole e tradotto in un percorso didattico con gli studenti che consiste nella “scoperta collettiva” di che cosa troviamo nel rifiuto urbano. “Questa lezione si è rivelata molto potente e con semplicità disarmante fa scoprire a tutti le patologie che si manifestano nei nostri acquisti e la responsabilità dei produttori” ha spiegato Ercolini. “A livello locale poi questa campagna è stata resa complementare con il lancio del progetto Famiglie a Rifiuti Zero dove circa 40 famiglie di Capannori (100 persone in tutto) stanno dimostrando che non solo si può differenziare quasi tutto, ma che si può ridurre la plastica che va alla raccolta differenziata facendo acquisti più informati e alla lunga anche più economici”. 

Ma la campagna in questione va oltre il livello locale e si estende a quei 251 Comuni a Rifiuti Zero dove sono attive efficaci iniziative per la riduzione dei rifiuti. Se, infatti, le comunità più virtuose possono arrivare a risolvere fino all’85% del problema rifiuti, trasformando questi in risorse con la pratica della raccolta differenziata porta a porta, le isole ecologiche e la diffusione di centri per la riparazione e il riuso di abiti, scarpe, borse, mobili, elettrodomestici, computer ecc… circa un 15% “rimane sullo stomaco del sistema di gestione degli scarti”. Che fare? La campagna ha individuato una “Black List” di 24 prodotti usa e getta e sta provando a sensibilizzare sia i consumatori che i produttori a fare meglio, evitando quanto più possibile lo spreco grazie a concrete alternative. Si tratta di prodotti che spesso non hanno alternativa allo smaltimento e per questo occorre pensare ad una riprogettazione industriale che coinvolga, in assenza di una legge ad hoc, almeno la responsabilità del produttore che spesso è un’azienda multinazionaleProprio su alcuni prodotti “alternativi” e “riprogettati”, ma già commercialmente disponibili, il Centro Ricerca Rifiuti Zero sta svolgendo una sorta di “sperimentazione” per certificarne il funzionamento, l’affidabilità e la disponibilità sul mercato.

Sotto la lente di ingrandimento in questa “doppia sporca dozzina” non mancano mai assorbenti, pannolini e pannoloni che con il loro 25% sul totale dei rifiuti urbani residui sono la voce più impattante. Se per gli assorbenti ne esistono di biodegradabili da conferire nell’organico ed è sempre più diffusa la coppetta mestruale igienica, per i pannolini l’alternativa più efficace rimane il pannolino lavabile, che però per essere sufficientemente pratica dev’essere integrata con un servizio di lavanderia per permettere alle famiglie che lo vogliono di poterne disporre a basso costo. Più complicato è il problema dei pannoloni, legato anche all’invecchiamento demografico, ma che un interessante progetto pilota in provincia di Treviso sembra aver risolto puntando sulla separazione degli scarti reinseribili in cartiera e nell’industria della “plastica di seconda vita”. Pure i Cotton-fioc, troppo spesso scaricati nel water e quindi corresponsabili dell’inquinamento da plastiche nei mari, hanno varianti vegetali e in plastica biodegradabile, anche se in realtà è ormai riconosciuto come non sia molto salutare infilare questi prodotti nelle orecchie la cui igiene e pulizia può essere ottenuta con normali pezzi di tessuto inumiditi di olii essenziali. Che dire poi degli accendini? Ne esistono di ricaricabili come esistono spazzolini da denti interamente biodegradabili ed autocompostabili al pari di dentifrici distribuiti in alternative confezioni riciclabili  e sempre più spesso in pastiglie. Anche le figurine adesive, che non possono essere riciclate perché plastificate, possono essere sostituite da figurine in carta o con appositi angoli “ad incastro” come sperimentato dal WWF. Gli scontrini fiscali, invece, sono tutti prodotti in carta chimica non riciclabile e a base di bisfenolo, una sostanza ritenuta cancerogena. Dal 1996 se ne prevede la dismissione e un sistema alternativo che mantenga tutte le caratteristiche tese ad evitare le evasioni fiscali, ma per ora non si è ottenuto un cambio di registro come invece è avvenuto nel caso della capsule per il caffè sempre più spesso prodotte con sistemi in plastica biodegradabile al pari degli appendi abiti che hanno valide alternative in ferro e legno, ma che adesso possono anche essere conferiti nel multi-materiale, cosa non ancora possibile per cd e dvd.

Se per gomme da masticare, rasoi usa e getta, mozziconi di sigaretta, stoviglie, penne, pennarelli e carta forno si stanno moltiplicando le soluzioni “alternative”, i comportamenti virtuosi e i sistemi di raccolta dedicati, per altri prodotti segnalati nella “Doppia Sporca Dozzina” come i guanti in lattice, le salviette deumidificanti, i cerotti, il nastro adesivo, la carta carbone, al momento la sfida alla sostenibilità  è ancora aperta, come per gli imballaggi compositi e poli-accoppiati troppo spesso impossibili da differenziare per via di una deregulation a cui ricorrono, sia i grandi gruppi dell’industria alimentare, che alcuni produttori di biologico ancora legati all’usa e getta. Un problema nazionale che non può prescindere dal fatto che “ridurre è sempre meglio di differenziare e di riciclare e se vogliamo davvero arrivare a zero rifiuti dobbiamo, anche a Capannori, erodere lo zoccolo duro degli smaltimenti obbligati costituiti in gran parte da prodotti non riciclabili oppure falsamente riciclabili” ha concluso Ercolini.

Alessandro Graziadei

domenica 3 settembre 2017

Sri Lanka: lo “sviluppo” idrico senz’acqua

Si chiama “Uma Oya Multipurpose Project” ed è stato approvato durante il governo di Mahinda Rajapaksa conclusosi nel 2015. Si tratta di un megaprogetto di sviluppo idrico che attraverso la costruzione di una cisterna e una rete di distribuzione per l’utilizzo urbano dell’acqua a 28 km da Ella - Bandarawela, nel distretto di Badulla della provincia di Uva, ha finito per prosciugare i terreni di un’intera valle. Stime ancora non ufficiali dei primi mesi del 2017 parlano di 600 tonnellate di raccolto andate perdute e di almeno 42 villaggi afflitti da una siccità cronica che costringe la popolazione locale a percorrere ogni giorno decine di chilometri per potersi lavare e raccogliere acqua da bere. Per questo nelle scorse settimane almeno 20mila persone, sono scese in strada per manifestare contro il progetto che ha distrutto i loro mezzi di sussistenza e si è sommato ad una siccità che dura da mesi. La manifestazione è stata organizzata dagli attivisti del “People’s Movement against the destructive Umaa Oya Project” che hanno denunciato al portale di giornalisti indipendenti The Catamaran le difficili condizioni di vita di questi ultimi due anni, cioè da quando è entrato a pieno regime il progetto idrico.

Per P.B. Sanjeewa, un agricoltore del distretto di Badulla “Grazie al nostro raccolto, vivevamo un’esistenza dignitosa. Da due anni non abbiamo più acqua. I fiumi, i ruscelli e i canali sono prosciugati. Ora riusciamo a lavarci al massimo due volte a settimana, ma dobbiamo recarci molto lontano”. Inoltre “migliaia di acri di terreno coltivati sono andati distrutti”. La signora Musameel, madre di quattro figli in età scolare, ha ricordato che il Governo concede un risarcimento di 500 rupie a settimana [quasi 3 euro] per poter comprare l’acqua, “ma non bastano mai. Siamo costretti ad andare in un altro villaggio per fare il bagno”. Niaas Musameel, il figlio di 16 anni, conferma: “Soffriamo molto. La gente deve viaggiare o percorrere a piedi almeno sette chilometri per trovare acqua potabile e potersi lavare”. Un problema sollevato anche dal più fortunato Manatungage Maalasri, un autista di rickshaw presente alle manifestazioni: “Con il mio mezzo, io posso trasportare la mia famiglia in posti lontani. Ma che dire di coloro che non hanno questo privilegio? Come fanno gli anziani e i malati?”. Romesh Madusanka, un commerciante locale, ha rimarcato che “Negli argini dei fiumi non scorre più acqua. Mancano le risorse idriche per irrigare le coltivazioni”.

Come se non bastasse, oltre ai disagi dovuti al difficile approvvigionamento idrico, la costruzione dell’enorme cisterna di contenimento dell’acqua ha provocato smottamenti nel terreno, che hanno creato crepe nelle abitazioni e lungo i campi dei villaggi di Bandarawela, Medaperuwa, Udaperuwa, Egodagama, Palleperuwa, Heel Oya e Weragala. Infine oltre ai danni a strutture e raccolti, anche il comparto turistico sta pagando un prezzo elevato. Lasantha de Silva, dell’ufficio stampa del servizio radio della comunità di Uva, ha ricordato a The Catamaran che in passato Bandarawela “era una nota meta turistica che attraeva tantissimi visitatori stranieri e locali. Lo splendido paesaggio, il clima mite e ventilato avevano reso questo luogo un vero paradiso. Ma ora ogni cosa si è trasformata in un inferno”. Adesso “Le bellissime comunità di villaggio che un tempo erano state nutrite e benedette dal magnifico ambiente naturale, per ironia della sorte oggi bramano l’acqua”.

Al momento è stato attivato dal Governo un numero verde per le emergenze ed è stata inviata una task force di tecnici in nove dei distretti fra i più colpiti per far fronte all'emergenza, visto che solo in quello di Trincomalee circa 440 famiglie (per un totale di 1.381 abitanti) sono senza acqua. Lo stesso avviene nel distretto di Kandy, dove 679 famiglie (2.510 persone) lamentano un accesso limitato alle risorse idriche. Anche nei distretti di Mannar e Jaffna la popolazione locale subisce gli effetti della mancanza di piogge (oltre 34mila persone nel primo e più di 85mila nel secondo). Secondo un rapporto dello scorso gennaio del World Food Program (Wfp), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della fame nel mondo, oltre 900mila persone stanno subendo le conseguenza di una grave siccità, la peggiore dal 2006. Lo studio dell’organismo internazionale evidenziava come su 25 distretti, almeno 23 si trovano in pericolose condizioni di carenze idriche e di conseguenza alimentari. In alcune zone le piogge non cadono dallo scorso marzo, in altre da giugno. Inoltre le temperature subiscono una notevole escursione termica tra il giorno e la notte, creando ulteriori disagi alla popolazione.

Per scongiurare altre sofferenze e ingraziarsi il favore della natura, i contadini tamil delle aree colpite da mesi hanno iniziato a celebrare il rituale indù del puja (offerta agli dei), con il quale stanno invocando l’arrivo delle piogge. Adesso però sono anche scesi anche in piazza per "invocare" anche un intervento del Governo e trovare urgentemente un rimedio per un progetto di “sviluppo” idrico che al momento lascia senz’acqua.

Alessandro Graziadei

sabato 2 settembre 2017

“La nostra storia non è iniziata nel 1988”

All’inizio di agosto era stata lanciata una vasta campagna internazionale per contrastare i tentativi del presidente brasiliano Michel Temer di commutare in legge un controverso parere legale sul possibile mancato riconoscimento territoriale ai popoli indigeni che non stavano occupando le loro terre ancestrali prima del 5 ottobre 1988, quando l’attuale costituzione del paese è entrata in vigore. Questa nuova proposta, chiamata “marco temporal” o “limite temporale” dagli attivisti e dagli esperti in legge, lo scorso 16 agosto è stata rigettata da una sentenza unanime della Corte Suprema del Brasile, che si è espressa a favore dei diritti territoriali dei popoli indigeni in due casi di controversie terriere. Tutti e otto i giudici hanno votato a favore dei diritti indigeni e contro il governo dello stato del Mato Grosso, nell’Amazzonia, che aveva chiesto un risarcimento per alcune delle terre demarcate come territori indigeni alcuni decenni fa.

Sebbene la decisione a proposito di un altro caso sia stata rinviata, questo risultato è stato accolto come una vittoria significativa per i diritti territoriali dei popoli indigeni nel paese dai difensori indigeni e dagli attivisti per i diritti umani di tutto il mondo, che hanno celebrato questa significativa sentenza assieme all’organizzazione brasiliana pan-indigena APIB che ha guidato il movimento di protesta con lo slogan: “La nostra storia non è iniziata nel 1988”. Per Survival Internationalla ong che dal 1969 opera in difesa dei diritti dei popoli indigeni, “Se i giudici avessero accolto il parere, in Brasile il livello di riconoscimento dei diritti indigeni sarebbe arretrato di decenni, con il rischio di distruggere centinaia di tribù. Il furto di terra distrugge popoli autosufficienti e i loro stili di vita differenti. Porta malattie, povertà e suicidi”.

Survival ha condotto una protesta internazionale contro la proposta di Temer, chiedendo ai suoi sostenitori di fare pressioni sui leader del Brasile e sulla Corte Suprema affinché respingesse il parere. Più di 4.000 email sono state inviate direttamente ad importanti personalità del mondo politico contribuendo così ad un risultato storico. Infatti, anche se la sentenza non esclude la possibilità di ulteriori attacchi ai diritti territoriali dei popoli indigeni del Brasile, rappresenta una vittoria almeno momentanea contro la  lobby agroalimentare del paese, che ha forti legami con il governo Temer. Per Luiz Henrique Eloy, un avvocato indigeno Terena, “Questa è una vittoria importante per i popoli indigeni di questi territori. La Corte Suprema ha riconosciuto i loro diritti [territoriali] originali e questo ha delle ripercussioni a livello nazionale, perché la Corte Suprema ha indicato di essere contro il concetto di limite temporale”.

“Se i giudici avessero accolto il parere legale - ha spiegato Stephen Corry, direttore generale di Survival - questa proposta avrebbe azzerato i diritti indigeni nel paese. I popoli indigeni del Brasile stanno già lottando contro un attacco globale ai loro territori e alla loro identità, una continuazione dell’invasione e del genocidio che hanno caratterizzato la colonizzazione europea delle Americhe”. Per questo “Siamo estremamente grati per l’energia e l’entusiasmo dei nostri sostenitori nell’aiutare gli indigeni a contrastare questa proposta devastante”. Tuttavia, anche se non ci saranno altri riconoscimenti giuridici dei territori indigeni, in Brasile “sono ancora all’ordine del giorno le violenze, che tutti noi subiamo, attacchi da parte dei paramilitari, criminalizzazione e razzismoha concluso a Survival Eliseu Guarani, un rappresentante del popolo Guarani Kaiowá che vive nel sud ovest del paese.

Una situazione ancora drammatica che a dieci anni dalla Dichiarazione ONU per i diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP) e in occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigeni celebrata lo scorso 9 agosto, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha voluto ricordare raccogliendo in un dettagliato dossier un bilancio aggiornato delle condizioni indigene nel mondo. Nonostante molti dei 149 paesi firmatari della UNDRIP abbiano inserito nella propria costituzione almeno una parte degli enunciati della stessa, la situazione dei circa 6.000 popoli indigeni a cui appartengono più di 450 milioni di persone resta critica e i loro diritti umani e civili continuano ad essere calpestati. “I diritti dei popoli indigeni restano perlopiù sulla carta e anche quando i loro diritti sono inseriti nelle costituzioni nazionali si tratta spesso di dichiarazioni di intento che non costituiscono linee guida vincolanti e non possono quindi essere basi per legali per denunce in caso di violazione dei diritti”. Le comunità indigene continuano, quindi, a essere vittime di furto di terre, di deportazioni forzate, di distruzione ambientale nonché di attacchi armati mirati per spezzare la loro resistenza davanti ai grandi progetti industriali, agricoli o energetici che interessano i loro territori e che solo di rado e a caro prezzo riescono a fermare.

Per l’APM, oltre alle prese di posizione nazionali, come nel caso brasiliano, “sarebbe fondamentale emanare una convenzione per la tutela dei diritti indigeni che sia anche vincolante per il diritto internazionale”. Di fatto oggi nei paesi asiatici così come nei paesi latinoamericani dove vive la maggior parte delle popolazioni indigene che sono riuscite ad ottenere almeno la demarcazione dei loro territori, questa situazione ancora non garantisce loro alcuna tutela nei confronti di grandi progetti economici pianificati e realizzati senza che le comunità vengano informate o venga sentito il loro parere, come richiederebbe invece la dichiarazione delle Nazioni Unite

Alessandro Graziadei

domenica 27 agosto 2017

Il turismo deve essere sostenibile (anche per il Vaticano)

“Treno, portami via! rapiscimi, vascello! Va' lontano! qui il fango dei nostri pianti è intriso”. Forse è un po’ come sosteneva Charles Baudelaire in questi versi del 1861. Se la nostra esistenza è una continua ricerca della felicità, poche cose meglio delle vacanze riescono a rispondere alle ambizioni di questa impresa. Ma come tutte le cose belle anche il viaggio che rende possibili le nostre ferie ha un prezzo che oggi va calcolato non solo in termini economici, quanto soprattutto in termini di sostenibilità. Per questo alla domanda “quando il turismo è sostenibile?”, con buona pace per le nostre meritate ferie, mi verrebbe da dire mai! Nonostante, infatti, sia ancora ben radicata l'idea che il turismo sia un’industria leggera, capace di sfruttare le risorse umane e territoriali senza comprometterle, in realtà rappresenta uno dei più penetranti e sistematici fattori inquinanti oggi all’opera sulla terra. Spesso il turista, non fosse altro che per la sua presenza fisica, trasforma l’ambiente che lo circonda avviando senza il benestare e la consapevolezza degli abitanti processi di degrado ambientale, alterazione culturale e non ultimo di sconvolgimento economico con ripercussioni negative sulle popolazioni locali. In cambio di lavori spesso umili e poco pagati la comunità locale e un tempo autosufficiente si trova a dipendere dagli “eurodollari” di una “monocoltura turistica” e quindi dalle mode e dalle schizofrenie dell’economia globale

Il problema dell’impatto turistico, che ha portato ormai da alcune decine di anni ad elaborare il concetto di “turismo responsabile”, non è piccolo. La vacanza, o meglio la possibilità di avere tempo e denaro per viaggiare, è ormai un conquistato diritto di una buona parte dei cittadini dei paesi industrializzati, tanto che secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) ogni anno circa settecento milioni di “nomadi del benessere” lasciano casa e lavoro per trasformarsi in una gigantesca mandria in transumanza stagionale. Da privilegio di pochi al tempo di Baudelaire, oggi il turismo è un mercato colossale che cresce al ritmo del 6% all’anno ed è destinato a diventare il principale affare del mercato globale, con ricadute economiche, sociali e ambientali planetarie che non possono essere ignorate visto che rischiano di consumare risorse e culture che rappresentano la stessa materia prima su cui prospera. Per questo a fine giugno, anche il Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, creato da papa Francesco il 17 agosto 2016, ha diffuso un messaggio in previsione della Giornata mondiale del turismo che si celebrerà come ogni anno il 27 settembre, parlando di turismo come di uno “strumento per lo sviluppo sostenibile”, un tema fatto proprio anche dall’Onu che ha dichiarato il 2017 “Anno internazionale del turismo sostenibile per lo sviluppo”.

Il documento vaticano ha fatto notare come il turismo sia una voce importante nell’economia mondiale: “Secondo l’ultimo Barometro dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, riferito al 2016, ammonta intorno a 1.235 milioni il numero di arrivi turistici internazionali. A livello mondiale, il settore rappresenta il 10% del Pil e il 7% del totale delle esportazioni, con 1 su 11 posti di lavoro riconducibili al settore turistico”. Proprio per questo “il turismo può essere uno strumento importante per la crescita e per la lotta alla povertà” ma attraverso uno sviluppo che non è solo legato alla crescita economica, ma deve essere “volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo” attraverso uno “sviluppo integrale” che per il Dicastero è molto vicino a quel concetto di “sviluppo sostenibile” introdotto dall’Onu fin dagli anni ’80 del secolo scorso. Anche per il Vaticano, quindi, il turismo deve essere sostenibile e “responsabile, non distruttivo né dannoso per l’ambiente e per il contesto socio-culturale su cui incide, in particolare rispettoso verso le popolazioni e il loro patrimonio, teso alla salvaguardia della dignità personale e dei diritti lavorativi, e, non ultimo, attento alle persone più svantaggiate e vulnerabili”.

Come per le Nazione Unite anche il Vaticano si fa portavoce (ed è la prima volta) di un turismo che deve tornare a mettere al centro la persona piuttosto che il profitto. Come? “Riconosciamo la dignità di ciascuno e la relazionalità tra gli uomini; condividiamo il principio del comune destino della famiglia umana e la destinazione universale dei beni della terra. L’essere umano non agisce, così, come padrone, ma come amministratore responsabile. Nel riconoscerci fratelli, comprenderemo il principio di gratuità e la logica del dono, e i nostri doveri di solidarietà, giustizia e carità universale”. Il Dicastero ha invitato, infine, “tutte le persone a impegnarsi in un serio discernimento e a promuovere pratiche in questa linea, accompagnando comportamenti e cambiamenti negli stili di vita in relazione con l’altro” oltre a ricordarci le tante esperienze in campo cattolico di “turismo di comunità, di cooperazione, di solidarietà, impegnato a valorizzare sia degli ospiti che degli ospitanti”.

Oggi nonostante l’impegno decennale di numerose associazioni in Italia sul fronte del turismo responsabile, questa visione rimane un approccio minoritario. Eppure esiste un modo di vivere ancor prima che di viaggiare la cui prima caratteristica è la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, a cominciare da quando si compra un biglietto e ci si prepara ad entrare in relazione con una realtà sociale, culturale, economica e ambientale diversa da quella usuale. Questa consapevolezza favorisce un modo di viaggiare che non contempla distruzione e sfruttamento, ma si fa portatore di principi universali d’equità, tolleranza e responsabilità. In prospettiva, soltanto questo modo di andare in ferie è in grado di ridare al viaggio non solo la patente di sostenibilità, ma anche quella sensazione di felicità, evasione e crescita individuale che tutti noi, come Baudelaire, andiamo cercando.

Alessandro Graziadei

sabato 26 agosto 2017

C’erano una volta gli Yezidi del Sinjar

Nadia Murad è una giovane ambasciatrice delle Nazioni Unite di origine curda e culto yezida che lavora per la pace e i diritti delle vittime di tratta delle persone ed è stata a sua volta vittima dell’Is nell’agosto del 2014 quando venne rapita insieme a molte altre donne dal villaggio di Kocho vicino a Sinjar, nel nordovest dell’Iraq. Portata a Mosul e acquistata come schiava da un uomo che aveva una moglie e una figlia, dopo il primo tentativo di fuga per punizione è stata stuprata da sei miliziani che la hanno tenuta in prigionia per tre mesi, fino a quando finalmente è riuscita a fuggire e a raggiungere la Germania. Secondo dati dell’Onu in quell’estate circa 5.000 Yezidi che non erano in grado di fuggire o non volevano convertirsi all’Islam finirono uccisi e altri 430.000 riuscirono a fuggire dalle milizie dell’Is che miravano ad espellere e distruggere tutti gli Yezidi dalla regione del Sinjar. Un numero ancora imprecisato di donne e ragazze Yezidi sono state rapite, violentate, costrette a sposarsi o vendute nei mercati degli schiavi e solamente 900 di loro, come Murad, sono riuscite a fuggire. Oggi, mentre si stima che ci siano ancora circa 3.400 persone prigioniere dell’Is, in Germania vivono almeno 120.000 membri della più grande comunità yezida della diaspora, 5.000 dei quali nell’area di Bielefeld, dove in molti si sono rifugiati a causa delle persecuzioni religiose subite già a partire dagli anni ‘80.

In occasione del terzo anniversario di quello che anche l’Unione Europea nel febbraio del 2016 ha definito un genocidio, l’Associazione per i Popoli Minacciati (Apm) e l’organizzazione umanitaria yazida con sede in Germania Hawar.help hanno chiesto alle istituzioni politiche tedesche ed europee di aiutare tutti i sopravvissuti di questo orribile crimine che si trovano ancora in uno stato di emergenza umanitaria. La richiesta riguarda il sostegno agli Yezidi che vivono ormai da molti anni in Germania perché possano sostenere direttamente la loro comunità religiosa rimasta in Iraq. Per Hawar “È urgente e necessario sviluppare progetti concreti di aiuti allo sviluppo per i profughi yazidi, soprattutto donne e bambini, come è già stato realizzato ad esempio nella regione della bassa Sassonia e del Baden-Württemberg con l’assistenza psicologica a gruppi di donne traumatizzate. I profughi, inoltre, non hanno possibilità finanziarie e non sono al momento in grado di trovare i finanziamenti per la ricostruzione della loro terra d’origine”.

Per l’Apm si tratterebbe “di un gesto importante e non solo simbolico per mostrare ai sopravvissuti al genocidio la nostra vicinanza”. L’obiettivo a lungo termine degli Yezidi, invece, è quello di identificare i responsabili del genocidio e portarli davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Già lo scorso marzo l’Apm si era appellata al presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu Matthew Rycroft per ottenere l’apertura di un’indagine della Corte per l’individuazione e il perseguimento del genocidio commesso contro gli Yezidi. “Per i sopravvissuti alle violenze commesse dal cosiddetto Stato islamico contro gli Yezidi e anche contro persone appartenenti ad altre minoranze è oltremodo avvilente vedere che i responsabili del genocidio e dei crimini di guerra restino impuniti mentre l’Is continua a pubblicare in rete le immagini di vecchie e nuove violenze” ha dichiarato l’Apm. Per i sopravvissuti il riconoscimento ufficiale di questo genocidio rappresenta la speranza di ottenere un domani, si spera non molto lontano, non solo giustizia, ma anche una qualche forma di autonomia amministrativa nella regione montuosa del Sinjar, la principale zona di insediamento degli Yezidi in Iraq. 

Negli ultimi anni gli yazidi, anche attraverso l’organizzazione americana Yazda, sono stati molto attivi nel cercare di diffondere la consapevolezza sul genocidio subito dalla loro piccola comunità. Anche dall'altra parte dell'Oceano hanno fatto appello alla Corte Penale Internazionale come pure alle Nazioni Unite nella speranza sia avviata la prima procedura internazionale contro lo Stato islamico con l’imputazione di genocidio. Per Murad “in ogni angolo del mondo è necessario che si sappia quello che ci è successo, in modo che il mondo si renda conto della sofferenza di più di 3.000 donne e ragazze che sono tuttora in schiavitù e vengono stuprate ogni ora e ogni giorno, del genocidio subito da una comunità pacifica e impotente, come pure del dolore di tutte le minoranze e di chiunque non condivida l’interpretazione dell’Islam portata avanti dallo Stato Islamico. La violenza contro le donne e i bambini deve finire, nessun’altra ragazza deve subire quello che ho subito io”. Per Murad, inoltre, è più che mai necessario “svegliare i giovani musulmani e renderli consapevoli della malvagità dello Stato Islamico, in modo che nessuno più si unisca ad esso. Voglio che il mondo sappia che lo Stato Islamico non rappresenta alcuna religione, ma rappresenta il male. E in questo modo sento di fare qualcosa, di resistere al nemico, ed è qualcosa di più utile che piangere e compiangermi in una stanza”.

Al momento il riconoscimento da parte dell’Unione Europea del genocidio dell’Isis contro gli yazidi e i cristiani e altre minoranze religiose ed etniche è positivo ma non basta: “Yazda e la comunità degli yazidi accolgono questo riconoscimento del genocidio da parte dell’Ue e sperano che possa essere il primo passo verso la fine delle sofferenze delle minoranze religiose in Iraq e in Siria” - ha spiegato Murad Ismael, co-fondatore e direttore esecutivo di Yazda. “Ma il linguaggio della risoluzione, per quanto riguarda la parte concernente gli yazidi, non rende conto della portata effettiva del nostro genocidio. I numeri dei rapiti che vengono riportati sono assai lontani da quelli reali. La risoluzione non fa menzione in grande dettaglio degli stupri sistematici, delle conversioni forzate, degli sfollati. Yazda chiede che la risoluzione sia emendata in modo tale da riflettere il reale livello di sofferenza degli yazidi”.  Secondo le Ong che operano in questa fascia di terra al confine tra l’Iraq e la Siria, sono ancora troppi gli esseri umani, per lo più donne e bambini, nella mani dell’Is e ancora nessuna forza militare è intervenuta per liberarli. Oggi chi, tra gli yazidi, non è stato catturato da Isis o non è stato ucciso, è sfollato nei campi profughi e difficilmente riuscirà a tornare a casa. Il risultato è che le comunità sono ormai completamente abbandonate e il culto yazida (con yazidi ci si riferisce erroneamente a questo popolo etnia curda, ma il termine è relativo al culto che contiene in sé elementi di cristianesimo, islam e zoroastrismo) sembra al momento cancellato da questo tentativo di pulizia etnica. 

Alessandro Graziadei

domenica 6 agosto 2017

Low carbon: il Costa Rica c'è, l’Europa ci sarà?

La Costa Rica, piccolo paese dell’America centrale di quasi 5.000.000 abitanti sparsi su 51mila chilometri quadrati, ha smantellato il proprio esercito nel 1948 dopo una violenta guerra civile. Come disse l’allora presidente José Figueres Ferrer “La Costa Rica deve tornare ad essere un paese con più insegnanti che soldati” e da quel momento non ha più avuto più avuto conflitti interni o esterni, ed ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1987 con l’ex presidente Óscar Arias. Ma questo primato nonviolento non è l’unico che può vantare il paese centro americano. Lo scorso mese, infatti, il Centro Nacional de Control de Energía de Costa Rica ha annunciato un nuovo importante record sostenendo che “Nei primi 6 mesi del 2017, il Paese ha prodotto il 99,35% di elettricità da fonti rinnovabili, un dato che per l’Instituto Costarricense de Electricidad  “batte ogni risultato finora registrato negli ultimi trenta anni”.

Già nel 2016 il Paese aveva battuto un suo personale record coprendo per 250 giorni il fabbisogno di energia con la produzione proveniente da fonti rinnovabili, un risultato possibile solo perché da alcuni anni l'elettricità prodotta in Costa Rica arriva per il 74,85% dall’idroelettrico, l'11,10% dalla geotermia, l'11,92% dall’eolico, l’1,47% da biomasse, lo 0,01% dall'energia solare e solo lo 0,65% è prodotto con combustibili fossili. Una scelta energetica strategica per un Paese noto per aver conservato una straordinaria ricchezza di fauna selvatica, paesaggi e ambienti diversi e che persegue da decenni una politica di tutela e sostenibilità ambientale molto più ambiziosa che nel resto del Centro America. Anche a livello turistico l’Instituto Costarricense de Turismo (Ict) ha progettato e creato un programma di certificazione per il turismo sostenibile (Cst) riconosciuto anche dall’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), “con l’obiettivo di differenziare le aziende del settore del turismo in base al loro grado di sostenibilità in termini di natura, cultura e gestione delle risorse sociali”.

Ad oggi il programma Cst della Costa Rica non solo valuta, ma assiste anche i proprietari delle aziende nel prendere decisioni strategiche che determineranno la conservazione a lungo termine dell’ambiente locale, una scelta fondamentale in un paese che vanta il 5% della biodiversità del mondo su un territorio tutelato per il 26% dal Sistema Nacional de Áreas de Conservación. Un contesto che potrebbe essere di ispirazione anche per i Paesi europei i quali, secondo quanto emerge dal briefing “Financing Europe’s low carbon, climate resilient future” pubblicato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), “devono accelerare rapidamente gli sforzi e definire i loro investimenti per adattarsi al passaggio verso un’economia low carbon sostenibile e resiliente al clima”. Come? L’Eea è convinta che una transizione verso un futuro low carbon costituisca una sfida importante che dipende in buona parte da “un sostanziale re-orientamento dei flussi finanziari verso gli investimenti più sostenibili”. 

Il briefing, che si basa sul nuovo studio “Assessing the state-of-play of climate finance tracking in Europe”, evidenzia come solo alcuni paesi europei, tra i quali Belgio, Estonia, Francia, Germania  e Repubblica ceca,  hanno trasformato gli obiettivi climatici e energetici in concrete esigenze d’investimento “con un approccio nazionale utile per tenere traccia delle spese relative all’cambiamento climatico”. Lo studio è un primo inventario su scala europea dei finanziamenti climatici nei 33 paesi membri dell’Eea ed ha cercato di individuare i limiti degli investimenti climatici interni. Il risultato è preoccupante, visto che lo studio ha identificato “Una mancanza di preparazione e informazione a livello nazionale per quanto riguarda i bisogni totali di investimento stimati, nonché i loro volumi di spesa pianificati e attuali per scopi climatici ed energetici". Di conseguenza, a quanto pare, "le stime dell’Unione europea relative ai fabbisogni totali di investimento finanziario per il clima non sono abbinati a valutazioni complementari nazionali”.

Stando a questo studio all’Europa mancano ancora concreti sforzi nazionali e di concerto per rafforzare il monitoraggio delle politiche energetiche sostenibili, ed occorre sviluppare “piani nazionali per aumentare i capitali e rispettare gli obiettivi relativi al clima e all’energia, rafforzando la fiducia degli investitori, aumentando l’attrattività degli investimenti e migliorando la certezza politica di tali scelte”. Attualmente l’Unione europea ha stimato la necessità di aumentare gli investimenti energetici di 177 miliardi di euro all’anno dal 2021-2030 e per colmare questo divario sarà necessario raddoppiare gli attuali investimenti in rinnovabili ed efficienza. “Questo - ha concluso l’Eea - richiederà la mobilitazione di fondi pubblici e privati che però forniranno anche significativi vantaggi aggiuntivi, in termini di nuovi posti di lavoro, di riduzione della povertà energetica, di una maggiore sicurezza energetica e di una migliore qualità dell’aria”. Proprio come accade in Costa Rica.

Alessandro Graziadei